Voucher digitalizzazione PMI, l’elenco completo dei vincitori

Ecco l’elenco, consultabile per regione, delle imprese alle quali risulta assegnabile il Voucher per la digitalizzazione delle PMI. Nell’elenco non è indicato l’importo del Voucher concedibile, in quanto il Ministero, considerato che il riparto delle risorse oggi disponibili tra le oltre 90.000 domande presentate condurrebbe all’assegnazione di un’agevolazione sensibilmente inferiore a quella richiesta dalla singola impresa, sta verificando la possibilità di integrare la copertura finanziaria dell’intervento. In ogni caso, da domani le imprese possono cominciare ad effettuare le spese programmate nei progetti di digitalizzazione e di ammodernamento tecnologico presentati. In allegato al decreto direttoriale 14 marzo 2018 è riportato l’elenco, articolato su base regionale, delle imprese alle quali, subordinatamente all’esito positivo delle verifiche previste dalla normativa e della registrazione dell’aiuto nel Registro nazionale degli aiuti di Stato, risulta assegnabile il Voucher. Il Mise con un successivo provvedimento direttoriale pubblicherà l’elenco delle imprese per le quali le verifiche si saranno concluse positivamente, con l’indicazione dell’importo del Voucher assegnato. Tale importo sarà determinato sulla base delle risorse finanziarie stanziate dalla norma istitutiva dell’intervento e di quelle che eventualmente si renderanno disponibili a seguito di approfondimenti in corso di svolgimento. Elenco delle imprese ammesse divise per Regioni Abruzzo Basilicata Calabria Campania Emilia Romagna Friuli Venezia Giulia Lazio Liguria Lombardia Marche Molise Piemonte Puglia Sardegna Sicilia Toscana Trentino Alto Adige Umbria Valle d’Aosta Veneto Per maggiori approfondimenti è possibile visitare la Scheda informativa sul Voucher per la digitalizzazione delle PMI qui.
La Pec compie 18 anni, ma c’è poco da festeggiare

Nel 2000 nasce il concetto giuridico di ‘posta elettronica certificata’, mentre dal 2005 la Pec ha assunto lo stesso valore legale di una raccomandata con avviso di ricevimento. Non ha avuto una diffusione di massa come si sperava: solo 2,8 milioni di cittadini privati ne hanno una. In totale le caselle Pec sono 8,9 milioni. Compie 18 anni la posta elettronica certificata, sconosciuta alla stragrande maggioranza degli italiani. Eppure quando è stata istituita si sperava in una diffusione di massa soprattutto per accelerare la rivoluzione digitale del Paese. Nel 2000 è nato il concetto giuridico di ‘posta elettronica certificata’ (non l’acronimo Pec né le sue regole tecniche fissate poi nel 2005 con il Cad), con il provvedimento del 28 dicembre del 2000 (il DpR numero 445) che ha equiparato una mail certificata a una lettera cartacea tra pubbliche amministrazioni. Poi 12 anni fa è avvenuta l’istituzione della Posta Elettronica Certificata (PEC) intesa come strumento utile a tutti, non più esclusivo per far dialogare le pubbliche amministrazioni, ma anche utilizzabile dai semplici cittadini. E circa 5 anni fa, dal primo luglio 2013 le comunicazioni tra imprese e pubblica amministrazione devono avvenire solo via Pec, non essendo più accettate le comunicazioni in forma cartacea. I numeri della Pec in Italia Al di là della storia per fare un bilancio della Pec è necessario leggere i dati diffusi da Agid: Vengono inviate all’incirca 4 milioni di Pec al giorno Le caselle attive sono aumentate a 8.8 milioni I messaggi scambiati nel corso del 2017 sono stati oltre 1 miliardo e 454 milioni Con questi numeri si può parlare di successo oppure la Pec non è ancora ‘matura’ in Italia? Quanti di questi 8,8 milioni di utenti sono privati cittadini? L’Agid non suddivide il dato tra privati, aziende o pubbliche amministrazioni. In aiuto ci viene l’INI-PEC, (l’Indice nazionale della posta elettronica certificata gestito dal MiSe) dal quale si legge che ad oggi sono stati raccolti oltre 1.440.000 indirizzi Pec di professionisti relativi a oltre 1.735 ordini e collegi professionali. La copertura degli ordini e collegi professionali che comunicano con INI-Pec è dell 93%. Per quanto riguarda la sezione imprese, sono disponibili quasi 4.600.000 indirizzi Pec, tra società e imprese individuali. Se dagli 8,8 milioni di caselle Pec sottraiamo gli indirizzi dei professionisti e delle imprese si scopre che solo 2,8 milioni di cittadini privati hanno una Pec. Troppo pochi per festeggiare questo 18esimo compleanno. Non decolla anche perché si può inviare un’email con valore legale senza Pec A molti può sembrare strano e un ossimoro, ma si può inviare un’email senza Pec con valore legale, purché utilizzi un “servizio elettronico di recapito certificato”. E il destinatario deve avere una PEC? No, basta che ha abbia una semplice email o una SIM di un telefono cellulare. A quale legge si fa riferimento? I nuovi servizi di recapito elettronico certificato sono previsti dal regolamento UE n. 910/2014 (eIDAS) tradotti con il D.Lgs. 179/2016, che modifica ed integra il D.Lgs. 82/2005, Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD). Fonte: Key4Biz.it
GDPR, il nuovo regolamento Ue subentra al Codice Privacy

Il Consiglio dei Ministri del 21 marzo ha approvato lo schema del decreto legislativo che adegua il Codice Privacy alle disposizioni del nuovo Regolamento Ue 2016/679. A due mesi dalla piena entrata in vigore del nuovo regolamento Ue sulla Data protection, l’Italia si mette in regola recependo nell’ordinamento il testo della nuova normativa europea che sostituisce il codice Privacy in vigore. Un passaggio tecnico necessario che il Governo Gentiloni ha voluto chiudere prima dei sei mesi di tempo che aveva per farlo. Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Paolo Gentiloni e del Ministro della giustizia Andrea Orlando, ha approvato, un decreto legislativo che, in attuazione dell’art. 13 della legge di delegazione europea 2016-2017 (legge 25 ottobre 2017, n. 163), pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 6 novembre ed entrata in vigore il successivo 21 novembre, introduce disposizioni per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del Regolamento europeo relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati. Il decreto doveva essere adottato entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge delega avvenuta il 21 novembre 2017 acquisiti i pareri delle competenti Commissioni parlamentari e del Garante per la protezione dei dati personali. Quale scenario si aprirà nel nostro Paese? A far data dal 25 maggio 2018, data in cui le disposizioni di diritto europeo acquisteranno efficacia, il vigente Codice in materia di protezione dei dai personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, sarà abrogato e la nuova disciplina in materia sarà rappresentata principalmente dalle disposizioni del suddetto Regolamento immediatamente applicabili e da quelle recate dallo schema di decreto volte ad armonizzare l’ordinamento interno al nuovo quadro normativo dell’Unione Europea in tema di tutela della privacy. Dunque il Codice in materia di protezione dei dati personali (Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n.196) sarà abrogato e la nuova disciplina in materia sarà rappresentata principalmente dalle disposizioni del Regolamento Ue 679/2016 immediatamente applicabili. Fonte: Key4biz.it
La Commissione Ue indaga sugli algoritmi di Facebook & Co per combattere le fake news

Né censura né leggi vincolanti. Per provare a combattere le fake news sarebbe utile venire a conoscenza degli algoritmi con cui Facebook, Twitter, Google & Co selezionano e diffondono i post degli utenti. È questo uno dei cinque ‘rimedi’ contro la disinformazione online contenuti nel rapporto redatto da 39 esperti autonomi scelti della Commissione Ue, e consegnato alla commissaria europea al digitale, Mariya Gabriel. S Dunque, i membri del gruppo che hanno stilato il report, consigliano alla Commissione Ue di chiedere agli Over the Top (Ott) informazioni più trasparenti e pertinenti sul funzionamento degli algoritmi con cui selezionano e diffondono le notizie, ma anche le fake news. n particolare in cooperazione con alcuni organi d’informazione europei, le piattaforme online sono anche invitate ad adottare misure efficaci per migliorare la visibilità delle notizie affidabili e attendibili e facilitarne l’accesso per gli utenti. Mettere le mani sul ‘motore’ delle piattaforme del web fa gola a tutti, ma non sarà così facile, infatti gli stessi relatori auspicano ci siano questa disponibilità da parte dei giganti del web. Nessuna proposta di legge vincolante anche perché tra i 39 esperti figurano i rappresentanti di Facebook, Twitter e Google. Forse anche per questo ‘conflitto d’interesse’ il rapporto commissionato dalla Commissione Ue è troppo soft nei confronti degli Ott, ai quali non si applicherà nessuna censura né norma ad hoc, ma si chiede autodisciplina e autoregolamentazione. Le quattro raccomandazioni indicate dal rapporto per combattere la disinformazione online (“evitare deliberatamente l’espressione fake news, scrivono i 39 esperti, “perché inadeguato a rendere la complessità del problema della disinformazione, che riguarda anche la mescolanza di fatti reali e informazioni inventate”.): Promuovere l’alfabetizzazione dei media e dell’informazione per contrastare la disinformazione e aiutare gli utenti a navigare nell’ambiente dei media digitali; Sviluppare strumenti per responsabilizzare utenti e giornalisti per affrontare la disinformazione e promuovere un impegno positivo con tecnologie dell’informazione in rapida evoluzione; Salvaguardare il pluralismo e la sostenibilità dell’ecosistema dei mezzi di comunicazione europei. Promuovere la continua ricerca sull’impatto della disinformazione in Europa per valutare le misure adottate da diversi attori e adeguare costantemente le risposte necessarie. Basterà tutto questo per avere la meglio sulle fake news? Considerate “un pericolo per la democrazia” dall’83% delle 26mila persone intervistate nell’Ue da Eurobarometro. Riuscirà la Commissione Ue a trovare le “opzioni concrete” di cui parla la commissaria Gabriel per risolvere la disinformazione online? “Disinformazioneche”, secondo Tim Berners-Lee, l’inventore del world wide web, “minaccia l’utilità sociale del web” caratterizzato da “poche piattaforme dominanti”. Berners-Lee ha scritto: “Quello che una volta era una ricca selezione di blog e siti web è stato compresso sotto il potente peso di poche piattaforme dominanti. Questa concentrazione di potere crea una nuova serie di guardiani, consentendo a una manciata di piattaforme di controllare quali idee e opinioni sono viste e condivise”. Fonte: Key4Biz.it
Gli abitanti delle città più smart risparmiano 125 ore ogni anno

Una città tecnologicamente avanzata permette ai propri cittadini di risparmiare tempo. Quanto? 125 ore ogni anno secondo la stima che emerge dalla ricerca effettuata da Juniper Research e commissionata da Intel. Una ricerca che stila la classifica globale delle venti città più avanzate tecnologicamente; città in cui l’utilizzo di sistemi connessi e di apparati legati al mondo dell’IoT facilita la vita dei cittadini nel compiere le operazioni più comuni, permettendo loro di risparmiare preziosi minuti o addirittura ore. Nei primi 20 Paesi di questa speciale classifica non troviamo nemmeno una città dell’Unione Europea, fatta eccezione per Londra mentre ad occupare le prime posizioni abbiamo Singapore, New York, San Francisco e Chicago. Una ricerca sicuramente molto interessante, specialmente per il fatto che spesso non ci rendiamo conto di quanto tempo perdiamo nelle operazioni più comuni e di quanto la tecnologia possa essere utile nel risparmiare questo tempo. La coda allo sportello per il ticket di un dato esame, la ricerca di un parcheggio e il pagamento della sosta, la macchinetta dei biglietti della metropolitana che non funziona, la verifica dei dati negli uffici dell’amministrazione pubblica. Operazioni banali, che spesso sono rallentate da procedure non ottimizzate che ci fanno perdere davvero tanto tempo. Analizzando i servizi legati a 4 aree tematiche particolarmente importanti come: mobilità, sanità, sicurezza pubblica e produttività, Juniper Research ha quindi studiato come un corretto utilizzo di servizi smart efficienti impatta sulla vita di tutti i giorni. In particolare, studiando le tecnologie legate alla viabilità nelle città più in alto in questa speciale classifica, si è calcolato che strumenti come la direzione intelligente del traffico, l’assistenza nella ricerca e nel pagamento dei parcheggi e il miglioramento della sicurezza stradale, permettano di far risparmiare circa 60 ore l’anno ad ogni cittadino. Insomma, non ci resta che promuovere e incentivare la digitalizzazione dei servizi e l’utilizzo dell’Internet of Things in tutte le nostre città. Fonte: HDBlog.it
Smartphone, secondo uno studio sono i dispositivi più dannosi per l’ambiente

Gli smartphone sono dispositivi estremamente inquinanti, stando a quanto emerso da un nuovo studio condotto da due professori dell’università canadese McMaster. Secondo le nuove previsioni, pare che l’impatto della filiera produttiva degli smartphone sulla creazione dei gas serra sia maggiore di quanto ipotizzato in precedenza ed entro il 2020 questi saranno i dispositivi di elettronica di consumo più pericolosi per l’ambiente, arrivando a superare il livello di emissioni prodotte dall’utilizzo di computer fissi e portatili. Sebbene gli smartphone consumino un modesto quantitativo di energia durante l’utilizzo, ben l’85% del gas serra prodotto da questa categoria proviene dal ciclo produttivo. Oltre a ciò, la durata limitata limitata nel tempo delle loro batterie spinge senza sosta la produzione di nuovi modelli, mentre un’altra fonte di inquinamento è rappresentata dal processo di estrazione dei metalli rari utilizzati per realizzare i chip e le schede madri presenti all’interno di questi dispositivi. Il report sottolinea anche l’impatto causato da molti dei servizi accessori, come ad esempio le emissioni provenienti dai data center che gestiscono tutte le operazioni di rete, come l’invio di messaggi o le telefonate, dal momento che molte di queste infrastrutture continuano ad essere alimentate con combustibili fossili. Tuttavia sempre più società stanno spingendo verso la creazione di data center completamente mossi da fonti di energia rinnovabile, come ad esempio quelli di Google e Facebook. Gli autori della ricerca sottolineano anche l’insostenibilità dei piani tariffari che offrono aggiornamenti biennali per gli smartphone, i quali alimentano la continua domanda di nuovi dispositivi. Nel suo complesso, il settore delle telecomunicazioni rappresenta al momento circa l’1.5% delle emissioni di gas serra globali, tuttavia le previsioni suggeriscono che questa percentuale potrebbe raggiungere il 14% entro il 2040, arrivando a pesare quanto la metà dell’intero settore dei trasporti su scala globale. Insomma, si tratta di uno scenario allarmante che richiede la massima attenzione da parte dei produttori. Fonte: HDBlog.it
WiFi, da quest’estate disponibile a pagamento su alcuni aerei

‘British Airways’ e ‘Iberia’ saranno le prime a dotarsi del WiFi ultraveloce offerto da giugno dall’European Aviation Network. Sarà a pagamento per i passeggeri dell’Ue che navigheranno una velocità pari alla banda larga domestica. Si apre un nuovo mercato: 1 miliardo di dollari solo per il 2018. Da giugno sugli aerei in volo in Europea si potrebbe navigare su Internet alla stessa velocità, “se non addirittura maggiore”, della banda larga domestica su linea fissa. Il decollo del WiFi ultraveloce anche nei cieli dei 28 Paesi dell’Unione europea, più Norvegia e Svizzera, è stato previsto dal Finalcial Times che ha annunciato il lancio, dal prossimo giugno, da parte di Inmarsat, operatore satellitare britannico, dell’Europan Aviation Network (Ean), un sistema progettato per le comunicazioni in volo. Uno studio, commissionato dallo stesso Inmarsat, prevede che la banda larga in volo genererà 130 miliardi di dollari di entrate totali per l’intero settore entro il 2035, di cui 30 miliardi sarebbero le “entrate accessorie” delle compagnie aeree. ‘In Europa 1 passeggero su 10 disposto a pagare per il WiFi a banda larga in aereo’ La banda larga è realtà sui voli a lungo raggio negli Stati Uniti, dove l’80 per cento dei passeggeri ha volato, nel 2017, su un aereo che offre il WiFi, secondo Deloitte, che ha anche previsto entrate generate quest’anno dal WiFi a bordo degli aerei in Europa pari a 1 miliardo di dollari. Inoltre dalla stessa rilevazione della società di ricerca emerge che un cliente su 10 sarebbe contento di pagare per connettersi mentre è in volo nell’Ue. L’accesso al WiFi a bordo degli aerei sta diventando una forte esigenza per i passeggeri, che vogliono essere online anche in volo. E molti sono anche disposti a pagare il servizio in cambio di una connessione di alta qualità. Dunque c’è mercato ed è iniziata la battaglia su questo nuovo business. British Airways e Iberia le prime con a bordo il Wifi ultraveloce Viasat, la società satellite che fornisce già servizi WiFi per United Airlines e American Airlines, ha minacciato di denunciare Inmarsat alle autorità europee, sostenendo che la concorrente britannica si sia avvalsa in maniera illegale di una licenza ottenuta per fornire servizi a terra, e non in volo. La società ha firmato un accordo con Deutsche Telekom per realizzare una rete di trecento ‘base station’, ovvero ricetrasmettitori, in 30 Paesi europei, e con Nokia, che creerà ripetitori speciali in grado di fornire un segnale stabile a un aereo che viaggia a 1.200 chilometri all’ora a un’altezza di 10 chilometri. Le nuove antenne che dovranno essere installate sugli aeroplani verranno invece costruite da Cobham e Thales. Fonte: Key4Biz.it
BariMatera5G, il progetto diventa realtà: accesa in Basilicata la prima antenna 5G

TIM, Fastweb e Huawei hanno acceso oggi in via Carlo Levi a Matera la prima antenna 5G del territorio. Si trasforma dunque in realtà BariMatera5G, progetto promosso dal Mise grazie al quale Bari e la stessa città lucana saranno tra le prime al mondo ad essere coperte dalla tecnologia di prossima generazione. L’accensione della prima antenna 5G a Matera è il risultato della collaborazione tra le tre aziende che si sono aggiudicate congiuntamente il bando di gara del Mise per la sperimentazione della nuova tecnologia in entrambe le città, a fronte di un investimento di più di 60 milioni di euro. BariMatera5G vede coinvolti anche centri universitari e di ricerca, grandi imprese e pubbliche amministrazioni e si prefigge lo scopo di sperimentare servizi innovativi in diversi campi, inclusi sanità, industria 4.0, turismo, cultura, sicurezza pubblica e automotive. Il Mise ha messo a disposizione la banda di frequenza 3.7-3.8GHz, e la connessione 5G verrà estesa entro la fine dell’anno fino a coprire il 75 per cento dell’area di sperimentazione delle due città. L’apparato radio installato a Matera è dotato di tecnologia Massive-MIMO, capace di gestire in contemporanea decine di segnali radio sia in entrata che in uscita e di adattarsi in modo dinamico alla posizione degli utenti ed alla domanda di traffico. La rete 5G di Bari e Matera permetterà raggiungere una capacità trasmissiva fino a 10 volte superiore a quella del 4G. Fonte: HdBlog.it
Phishing, come i cyber criminali fanno guadagni sulle nostre tasse

Sempre più truffatori online nel mondo sfruttano i sistemi fiscali locali col fine unico di impadronirsi di quantità enormi di informazioni personali. Gli attacchi phishing hanno come obiettivo proprio le imposte. Via mail ormai ci arriva di tutto: documentazione da enti pubblici e privati, dal fisco, dalle amministrazioni locali, da organizzazioni di varia natura. Sono diverse le comunicazioni ufficiali che ci raggiungono grazie alla posta elettronica, soprattutto via mobile, e le frodi digitali sono all’ordine del giorno. I cyber criminali di tutto il mondo hanno da tempo preso di mira queste “comunicazioni ufficiali”, perché sanno bene che quando ci arriva una mail dall’Agenzia delle Entrate e dalla banca va a finire che molti di noi la aprono, seguendo le indicazioni contenute. Si va dalla richiesta di nuovi documenti, all’aggiornamento dei dati personali, fino all’ingiunzione di pagamento per ritardi sulle imposte o addirittura, al contrario, all’offerta di rimborsi. Certamente nessuno rimane indifferente di fronte a messaggi del genere, provenienti da fonti di rilievo anche istituzionale, e che magari annunciano l’arrivo inaspettato di denaro (cosa che già dovrebbe far sorgere più di un sospetto). Si tratta dell’abile lavoro di truffatori online che sfruttano i sistemi fiscali locali col fine unico di impadronirsi di quantità enormi di informazioni personali di utenti ignari. In un nuovo Report di Kaspersky Lab, con casi di attacco phishing rilevati in diversi Paesi, come Stati Uniti, Canada e Regno Unito, Francia, Italia, Ungheria e Russia, è emerso che questo tipo di attacchi è in forte aumento. Nel 2016, nei mesi precedenti alla fine dell’anno fiscale, in Canada, Stati Uniti e Regno Unito sono stati rilevati picchi notevoli di phishing online che aveva come focus centrale le imposte. L’anno dopo, sono stati rilevati un numero crescente di attacchi che utilizzavano siti online di autorità fiscali falsi dall’aspetto autentico che promettevano un rimborso fiscale. Obiettivo dei cyber criminali, lo ricordiamo, è rubare agli utenti di rete più informazioni sensibili possibile, a partire dall’identità delle persone fino al denaro, “attirandoli verso siti web falsi di agenzie governative ritenute affidabili”. Quando parliamo di informazioni sensibili e dati privati, ci riferiamo precisamente a carte bancarie (incluso il codice PIN), al numero di previdenza sociale, al numero di patente, all’indirizzo, al numero di telefono, alla data di nascita, al cognome da nubile della madre e al datore di lavoro. I criminali informatici, inoltre, con l’ausilio di dispositivi malevoli recuperano anche l’indirizzo IP e le informazioni di sistema. Tra i consigli più utili per evitare brutte sorprese, il documento suggerisce di controllare sempre l’indirizzo web quando si riceve la richiesta di inserire le proprie credenziali, di non smarrirsi di fronte a messaggi minacciosi (i phisher sfruttano prima di tutto la paura, la poca dimestichezza con l’argomento e l’ansia dell’utente), di non offrire mai spontaneamente nostre informazioni personali a nessuno, di non cliccare senza riflettere sui link all’interno di email provenienti da persone sconosciute o all’interno di messaggi inaspettati. Fonte: Key4Biz.it
GDPR: Nuovi diritti per i titolari dei dati e nuovi obblighi per le aziende

GDPR è l’acronimo di General Data Protection Regulation, ovvero la nuova normativa europea per la tutela dei dati personali adottata a livello comunitario e destinata ad entrare in vigore a partire dal 25 maggio prossimo. A pochi mesi di distanza da tale data, le aziende europee si dicono preoccupate per l’arrivo della Gdpr, come emerge in uno studio realizzato da Senzing. Per contestualizzare le preoccupazioni delle aziende è corretto ricordare preliminarmente che la normativa – oltre 88 pagine, per un totale di oltre 55.000 parole – sostituirà la precedente direttiva per la protezione dei dati /95/446/EC – ampliando i diritti dei titolari dei dati e, parallelamente, facendo aumentare gli obblighi a carico degli enti che si occupano del trattamento di tali dati. Le principali novità comprendono, in sintesi: Aumento dei diritti per i titolari dei dati con la possibilità di esercitare il diritto all’oblio, mediante la richiesta di cancellazione dei propri dati dai database di enti e aziende, e il diritto di accesso, ovvero di sapere chi sta raccogliendo i propri dati personali, dove sta avendo luogo la raccolta, e per quali fini. Inoltre l’azienda sarà tenuta a fornire al titolare dei dati, su richiesta e gratuitamente, una copia in formato elettronico dei dati personali richiesti. Tempi di risposta alle richieste: a tutte le richieste bisognerà rispondere entro 30 giorni dal momento in cui le medesime verranno inoltrate. Notifiche di violazione obbligatorie: le aziende che custodiscono i dati personali, dovranno comunicare senza ritardi ed entro 72 ore, sia al cliente, sia al responsabile del trattamento, il verificarsi di violazioni che mettono a rischio i diritti e le libertà dei singoli. Privacy by Design: la protezione dei dati deve riguardare la progettazione di tutti i sistemi piuttosto che essere un componente aggiuntivo. Sanzioni in caso di inadempienza: sono inasprite le sanzioni a carico delle aziende che non si adeguano alla normativa. Nei casi più gravi la GPDR prevede una multa sino a 4 per cento del fatturato globale annuo o 20 milioni di euro (in base a quale dei due parametri è maggiore). Aziende preoccupate e impreparate Lo studio di Senzing mette in evidenza che oltre il 60 per cento delle aziende dei cinque principali mercati europei (Francia, Regno Unito, Italia, Germania e Spagna) non sono pronte al GDPR e quasi la metà (44 per cento) delle aziende ha affermato di essere preoccupata in relazione alla capacità di soddisfare i nuovi obblighi contenuti nella normativa. Il 14 per cento si è detta “molto preoccupata” per le stesse ragioni. Una preoccupazione che cresce in misura direttamente proporzionale alla grandezza dell’organizzazione aziendale: le imprese di piccole dimensioni tendono a sottostimare il rischio di non rispettare i nuovi obblighi, o non li conoscono affatto. Il 60 per cento delle grandi compagnie teme la normativa, mentre la percentuale scende rispettivamente al 55 per cento delle piccole e medie imprese, e al 34 per cento nel caso delle micro imprese. Fonte: Senzing Le ragioni dei timori sono facilmente intuibili: soddisfare la normativa si tradurrà in un aggravio di lavoro, tempo e conseguentemente costi. Il rapporto di Senzing calcola che, in media, in base al GDPR un’azienda riceverà circa 89 richieste al mese, per soddisfare le quali sarà necessario effettuare ricerche, mediamente, in 23 database differenti, ciascuna delle quali richiederà 5 minuti: il tempo mensilmente dedicato alla ricerca dei dati supererà i 10.300 minuti, ovvero 172 ore, 8 ore al giorno. Il che equivale a destinare un impiegato esclusivamente alle attività necessarie ad adempiere agli obblighi del GDPR. Il problema è ancor più grave nel caso delle imprese di grandi dimensioni: quelle con oltre 250 impiegati potrebbero fronteggiare una media di 246 richieste mensili, da soddisfare con ricerche in 43 differenti database, ciascuna delle quali richiede 7 minuti. In tal caso il tempo mensile sale a 75.000 minuti (1259 ore), ovvero 60 ore di ricerche al giorno – 7,5 impiegati impegnati a svolgere tale attività. Sulla base delle valutazioni effettuate da Senzing, solo il 40 per cento delle aziende europee prese in esame può definirsi GPDR Ready, il 36 per cento è messa in difficoltà dagli obblighi del GPDR, mentre il 24 per cento rischia di non essere in grado di soddisfarli. Lascia quanto meno ben sperare il fatto che almeno il 39 per cento delle imprese coinvolte hanno affermato di aver dato il via ad un processo di revisione delle strutture aziendali volto ad adeguarle ai nuovi obblighi della normativa. Tutto quanto sopra si rifletterà ovviamente sull’utente finale che potrebbe quindi non avere la possibilità di esercitare i nuovi diritti garantiti dalla normativa – non in via fisiologica, quanto meno, ovvero senza interventi coercitivi a carico delle aziende. Ulteriori del rapporto possono essere trovati collegandosi QUI. Fonte: HDBlog.it