Phishing: che cos’è?

Il phishing è una delle minacce IT di più vecchia data e ancora oggi maggiormente diffusa. È in circolazione da quando è stata inventata l’email e gli attacchi si sono talmente evoluti da superare anche le difese di sicurezza più sofisticate. In sostanza, in cosa consiste il phishing? Il termine “phishing” descrive un’ampia gamma di tecniche utilizzate per ingannare gli utenti e convincerli a fornire dati di valore ai cyber criminali. Questo tipo di attacco generalmente avviene via email e ha successo quando un utente si convince a: Inserire credenziali di login su un sito fittizio (ad esempio su una pagina fake di una banca) Aprire un allegato email pericoloso Cliccare su un link non sicuro Trasferire denaro su un conto bancario straniero Come opera il phishing? Gli attacchi phishing possono variare, ma ci sono alcuni elementi comuni: Sfruttano il fattore umano e non solo le vulnerabilità tecnologiche Approfittano del lato emotivo, segnalando urgenza nelle richieste Impersonano, in modo fittizio, identità legittime Metodo di azione: Le vittime target ricevono un messaggio di posta contenente un URL o un allegato che sembrano provenire da un mittente fidato, come una banca o un fornitore aziendale. Per gli attacchi che contengono un URL, l’email potrebbe richiedere al destinatario di effettuare il login a un account finanziario o di servizio. Se l’utente clicca sul link, verrà condotto a una pagina web fittizia, anche se molto simile a quella aziendale originale. Gli aggressori sfruttano anche gli allegati per distribuire macro o software pericolosi che si eseguono quando un utente apre il documento o ne abilita il contenuto. L’allegato aperto installa malware sul dispositivo, che consente ai cyber criminali di rubare informazioni o prendere il controllo del sistema. Quanto è efficace il phishing? Il phishing è ovunque ed estremamente efficace. In base al report di Wombat Security, divisione di Proofpoint, State of the Phish 2018, il 76% delle aziende ha subito attacchi phishing nel 2017 e il 48% vede il tasso in aumento. Queste attività fraudolente sono molto costose e secondo l’FBI, hanno già causato perdite pari a 5 miliardi di dollari. Come prevenire questi attacchi? Dotarsi di una soluzione che garantisca la possibilità di autorizzare messaggi legittimi se inviati a nome dell’azienda e bloccare email fraudolente prima che raggiungano la cassetta postale. Inoltre, è fondamentale mettere in campo un piano di formazione e aggiornamento dei dipendenti sulla sicurezza, i rischi e sulle best practice da mettere in atto in caso di compromissioni. Fonte: BitMat.it
Google Play: trojan bancari mascherati da app per oroscopo

I ricercatori di ESET hanno recentemente individuato su Google Play ben 29 trojan bancari mascherati da app per oroscopo, gestori di batterie e cleaner di dispositivi. Prima di essere rimosse da Google Play, queste app hanno operato indisturbate da agosto a ottobre 2018, e sono state installate da quasi 30.000 utenti. A differenza delle app maligne sempre più diffuse che cercano di imitare istituzioni finanziarie legittime proponendo visualizzazioni di schermate di login fasulle, queste app appartengono alla categoria dei sofisticati malware per mobile banking con funzionalità molto complesse e sono in grado di indirizzare dinamicamente le app trovate sul dispositivo della vittima con moduli di phishing personalizzati. Oltre a ciò, possono impersonare in modo dinamico qualsiasi app installata su un dispositivo compromesso, intercettando i registri delle chiamate, reindirizzando i messaggi di testo e scaricando altre app sul dispositivo compromesso. Queste app dannose sono state caricate con nomi e modalità di sviluppatori per lo più diversi, ma le somiglianze di codice e un server C & C condiviso suggeriscono che siano opera di un singolo utente o di un gruppo. Come funzionano le app oroscopo fake? Una volta avviate, le app mostrano un errore in cui affermano di essere state rimosse a causa dell’incompatibilità con il dispositivo, nascondendosi poi dalla vista della vittima o fornendo l’attività promessa, ad esempio la visualizzazione di oroscopi. La funzionalità dannosa principale è nascosta in una payload crittografata che si trova nelle risorse di ciascuna app, che attiva una procedura a cascata che porta al download di una ulteriore payload che contiene il malware bancario. Come già accennato, la funzionalità della payload finale è quella di impersonare le app bancarie installate sul dispositivo della vittima, intercettare e inviare messaggi SMS, scaricare e installare applicazioni aggiuntive a scelta del cyber criminale. La caratteristica più significativa è che il malware può impersonare in modo dinamico qualsiasi app installata su un dispositivo compromesso. Ciò è possibile duplicando il codice HTML delle app installate sul dispositivo e utilizzando quel codice per sovrapporre app legittime con moduli fasulli, dando alla vittima poche possibilità di notare che qualcosa non va. Come proteggersi Fortunatamente, questi particolari trojan bancari non impiegano trucchi avanzati per assicurare la loro persistenza sui dispositivi interessati. Pertanto, se un utente sospetta di aver installato una di queste app, può semplicemente disinstallarle in Impostazioni> (Generale)> Gestione applicazioni / App. Gli esperti di ESET consigliano inoltre di verificare le transazioni sospette sul proprio conto bancario e di prendere in considerazione la modifica della password di accesso / codice PIN dell’Internet banking. Per evitare di cadere vittima del malware bancario, gli eserti di ESET consigliano di: Scaricare solo app da Google Play; ciò non garantisce che l’app non sia dannosa, ma app come queste sono molto più comuni negli app store di terze parti, dove vengono raramente rimosse una volta scoperte, a differenza di Google Play. Assicurarsi di controllare il numero di download, le valutazioni delle app e il contenuto delle recensioni prima di scaricare app da Google Play Prestare attenzione a quali autorizzazioni vengono concesse alle app installate Mantenere il dispositivo Android aggiornato e utilizzare una soluzione di sicurezza mobile affidabile. Fonte: BitMat.it
Barometro Cybersecurity: le organizzazioni italiane sono protette?

La seconda edizione del Barometro Cybersecurity realizzato da NetConsulting cube e EUCACS – ideato d’intesa con InTheCyber e sponsorizzato da Oracle e CA Technologies – rivela che telecomunicazioni, utility e banche si confermano i settori più avanzati, sia dal punto di vista organizzativo che nell’adozione di soluzioni per la Cybersecurity. Critico invece il livello di maturità dei comparti PA locale e Sanità, che emergono come i settori con maggiore gap in termini di consapevolezza e di adozione di un modello organizzativo adeguato nel contrastare le minacce crescenti in ambito sicurezza informatica. Obiettivo del Barometro Cybersecurity è fornire un quadro esaustivo dell’attuale situazione delle aziende italiane in termini di politiche, strategie, modelli e strumenti relativi alla Cybersecurity e costruire un Cybersecurity Maturity Model su cui le aziende che partecipano alla rilevazione si posizionano. I temi chiave del Barometro sono stati definiti in collaborazione con un Advisory Board composto da CSO e CISO di grandi aziende appartenenti a diversi settori. Alla ricerca hanno partecipato Chief Security Officer, Chief Information Security Officer, CIO e Responsabili IT di 72 aziende italiane, Enti Pubblici locali e istituti sanitari pubblici e privati accreditati. Il mercato della Cybersecurity cresce a ritmi superiori a quelli del mercato digitale con una spesa che si prevede superare 1 miliardo di euro nel 2018 e una crescita del 13,3% rispetto allo scorso anno, dichiara Annamaria Di Ruscio, Amministratore Delegato di NetConsulting cube. “A confermare la dinamica positiva del mercato è il generale incremento dell’importanza attribuita alla tematica Cybersecurity da parte del Top Management, con una crescita del budget anche per il 2019: molto ha contribuito l’entrata in vigore della GDPR” commenta Rossella Macinante, Practice Leader di NetConsulting cube, che ha coordinato la ricerca insieme al team di EUCACS. IoT, oggetti connessi, cloud e dispositivi mobile stanno assumendo un ruolo significativo nel veicolare minacce cyber. In particolare, dalla survey emerge come gli ambienti IoT e SCADA siano particolarmente esposti al rischio di cyber attacchi, considerata anche l’elevata dispersione sul territorio, e ad oggi non ancora adeguatamente protetti: a fronte di una crescita esponenziale dei dispositivi connessi e delle tecnologie di Internet of Things utilizzati come vettori di infezione (+19,4% di organizzazioni che lo segnalano rispetto al 2017), solo il 22% dei rispondenti richiede ai propri fornitori logiche di IoT security by design. Inoltre, solo il 16% delle aziende intervistate conduce attività di Penetration Test e Vulnerability Assessment sui sistemi di Internet of Things. Ampliando il perimetro, il concetto di security by design integrata fin dall’origine nello sviluppo delle applicazioni rappresenta ancora una pratica poco diffusa, adottata solamente dal 35% degli intervistati, aumentando la vulnerabilità del software. “Oggi, la sicurezza è più di una semplice sfida per il business delle aziende. È anche un’opportunità per conquistare la fedeltà dei clienti ed aumentare la produttività. La ‘Security by Design’ è un prerequisito obbligatorio per la sicurezza del macrocosmo IT delle aziende” dichiara Danilo Allocca, Account Executive Security di CA Technologies. In molti casi prevale un approccio ancora meramente difensivo non più sufficiente in un contesto caratterizzato da un costante ampliamento del perimetro esposto a vulnerabilità: solo il 26% delle organizzazioni intervistate adotta procedure codificate tra le contromisure adottate in caso di attacco cyber, limitandosi ad analisi forensic ed all’adozione di patch limitate all’ambiente oggetto dell’attacco. Il Cloud Computing presenta una penetrazione in continua crescita, con il 72% dei rispondenti che afferma di utilizzare servizi in Cloud Computing. Sempre dall’analisi, una potenziale vulnerabilità è data dalla presenza di Shadow Cloud: il 43% delle organizzazioni che hanno effettuato analisi specifiche ha individuato la presenza di software e applicazioni non direttamente monitorate dalla funzione ICT, potenzialmente a rischio. “Identificate le applicazioni cloud non gestite dall’ IT, è necessario fare un passo avanti. I Cloud Provider hanno capacità di investimento sulla sicurezza quasi sempre superiori alla media dei loro clienti, ma la sicurezza del cloud è una responsabilità condivisa tra Cliente e Fornitore del servizio. I Clienti devono estendere i loro modelli di sicurezza introducendo nuove tecnologie di monitoraggio e controllo dei servizi Cloud, e Oracle in questo senso può dare una grossa mano” commenta Angelo Bosis, Cloud Platform Solution Engineering Director di Oracle Italia. Al crescere delle minacce, numerose sono anche le complessità rilevate a livello di governance e struttura. La mancanza di risorse (87%) e skill (61%) rientra tra le principali criticità in ambito Cybersecurity per la maggior parte delle aziende intervistate: tuttavia circa la metà e aziende ha un piano di incremento delle risorse dedicate alla Cybersecurity per il 2019. Security analyst, risk analyst, threat intelligence analyst e network security specialist risultano i profili più ricercati. “È evidente l’urgenza di individuare assieme alle aziende percorsi formativi ad hoc per questo tipo di nuove figure denominabili “operatori cyber”” sottolinea Umberto Gori, Direttore Scientifico di EUCACS. Sul fronte delle tecnologie innovative, cresce la diffusione di AI e Machine Learning: più della metà delle aziende intervistate prevede di introdurre soluzioni Machine Learning based tra il 2018 e il 2019, mentre sono già in uso presso il 17% del campione. Da sottolineare, inoltre, la presenza di team e strumenti di threat intelligence per rafforzare la difesa dagli attacchi informatici, internamente alla struttura organizzativa (11%), o rivolgendosi a società di consulenza esterne (27%). Particolarmente critico il fronte della compliance normativa: a poco meno di sei mesi dalla piena entrata in vigore del GDPR circa un terzo delle aziende del campione non ha ancora completato l’intero spettro delle attività di adeguamento. In particolare, le procedure per la rilevazione del trasferimento di dati personali verso fornitori e terze parti e di protezione dei dati personali, come l’adozione di tecnologie di crittografia, sono ancora in fase iniziale rispettivamente nel 31% e nel 21% delle realtà intervistate. Le principali criticità indicate dai rispondenti nell’adeguare la propria organizzazione sono, infatti, la mappatura dei dati (48%) e le complessità nell’adeguamento delle applicazioni esistenti (47%). “Le infrastrutture IT/OT delle aziende, assieme alla componente umana, devono essere messe continuamente alla prova in un processo virtuoso di Test & Enhance. Basta un solo punto debole di qualsiasi
Adeguamento al GDPR: come farlo in quattro fasi

Il 19 settembre, a seguito dell’emanazione del Decreto Legislativo 101 che adegua la normativa nazionale alle disposizioni del GDPR, quest’ultimo assume un ruolo ancor più determinante nel contesto italiano, ribadendo l’obbligo per le aziende di seguire le nuove norme sulla privacy e sulla protezione dei dati. Se non adeguate, le imprese rischiano sanzioni (fino a 20 milioni di euro o il 4% del fatturato totale) e, negli ultimi mesi, c’è stata la corsa a mettersi in regola, spesso in modo grossolano. Non ha fatto così Mediagraf, azienda di stampa roto-offset, offset e digitale di Noventa Padovana, con oltre 150 dipendenti, che ha deciso di prendere sul serio la questione: “Fra le imprese si era creato un certo clima di “terrorismo” – ammette Angelo Juliani, HR Manager di Mediagraf. Subito dopo l’entrata in vigore del Regolamento Europeo, il 25 maggio, circolavano informative incomprensibili e molti punti sono stati chiariti solo con il recente decreto attuativo. Data la complessità della materia noi di Medigraf abbiamo deciso di muoverci in modo ragionato, andando oltre la mera questione burocratica e cogliendo l’occasione di realizzare un vero cambiamento culturale.” Per affrontare l’adeguamento Mediagraf ha cominciato a documentarsi e informarsi sui fornitori per l’information security e la GDPR compliance nello specifico. La scelta è caduta su Securbee, società di Udine che si occupa di consulenza e servizi nell’ambito della cyber sicurezza, raggruppando al suo interno alcuni dei maggiori specialisti del settore. Insieme, Mediagraf e Securbee hanno impostato un percorso in quattro fasi che ha permesso di lavorare in modo efficace e con benefici per tutta l’organizzazione. Fase 1: valutazioni preliminari – Il primo passo è stato quello della valutazione dello stato di maturità degli aspetti di privacy presenti in azienda, per cui Securbee fornisce un apposito servizio di GDPR Check Assessment: si tratta di capire quanti e quali dati personali sono presenti all’interno dell’organizzazione, per quale motivo sono raccolti, dove si trovano e chi li gestisce. “Questa fase è importante anche per evitare all’azienda dispendi inutili di energie e risorse, individuare i passi realmente necessari e le persone che occorre coinvolgere – spiega Manuel Cacitti, CEO di Securbee –. Con Mediagraf siamo partiti dall’acquisizione di tutti i documenti utili, primo fra tutti il Documento programmatico sulla sicurezza; successivamente abbiamo realizzato interviste ai responsabili dei diversi reparti e infine abbiamo fornito un report che evidenziava i gap da colmare per l’adeguamento al GDPR.” Fase 2: implementazione dei nuovi processi – Per la fase operativa Mediagraf ha continuato a collaborare con Securbee, forte di un team che era al corrente dello stato dell’arte all’interno dell’organizzazione e quindi poteva attuare interventi veloci e consapevoli. In questa fase, oltre a definire la propria politica di protezione dati, Mediagraf ha predisposto il registro dei trattamenti: “Uno strumento non obbligatorio, nel caso specifico di questa organizzazione, ma indispensabile per riassumere tutte le attività di trattamento di dati personali eseguite in azienda e facilitare il rapporto con gli organi di controllo in caso di ispezione” spiega Manuel Cacitti. Sempre in questa fase, Mediagraf ha predisposto l’accordo sindacale in vista del provvedimento del garante sulla videosorveglianza, accordo necessario in presenza di telecamere anche quando i dipendenti non vengono ripresi sulle loro postazioni di lavoro. Fase 3: valutazione dei fornitori – Terminata la prima fase di lavoro e designato internamente il soggetto per il trattamento dei dati, un’operazione importante e delicata per Mediagraf consiste nel replicare queste attività per i responsabili (esterni). “La nostra azienda lavora con una serie di indirizzari per il recapito di riviste e altri materiali, e talvolta si rivolge a terzi per alcuni processi comeimbustamento e cellophanatura: questo ha rappresentato un aspetto critico nella gestione dei dati personali – spiega Angelo Juliani. Dobbiamo quindi accertarci che i nostri fornitori siano in grado di trattare le informazioni dei clienti in sicurezza.” Per farlo, Mediagraf ha messo a punto con Securbee un formulario e una serie di processi di verifica per assicurarsi della compliance dei fornitori. Fase 4: aggiornamento delle politiche di IT security – Mediagraf possiede già un sistema di sicurezza dati e, nella quarta e ultima fase del lavoro sulla GDPR compliance, valuterà assieme a Securbee eventuali altre implementazioni tecnologiche per aumentare il livello di protezione, soprattutto in merito a data breach o portabilità degli stessi, cioè del trasferimento dei dati dei clienti a un altro fornitore. In tutto questo percorso, la condivisione con i dipendenti e la formazione sono stati nodi cruciali. La funzione HR dell’azienda ha quindi lavorato di concerto con i responsabili IT, operando con una visione strategica. “Abbiamo affrontato la sfida non tanto per evitare sanzioni, ma per riordinare alcuni processi aziendali, e abbiamo deciso di fare le cose bene e con i tempi giusti – conclude Juliani. Di questo vediamo effetti positivi già ora, con la crescita della consapevolezza dei dipendenti verso il business, a 360 gradi. E, per il futuro, mi aspetto ulteriori benefici.” L’attenzione alla sicurezza, inoltre, è un elemento importante per la competitività. “In Italia il cyber crimine, secondo il Rapporto Clusit 2018, causa danni per 10 miliardi di euro l’anno – sottolinea il CEO di Securbee Manuel Cacitti. E al danno economico diretto per le aziende si aggiunge anche quello reputazionale, presso clienti, partner e fornitori che subiscono interruzioni del servizio o scoprono che i dati che li riguardano sono stati persi o trafugati.” Fonte: BitMat.it
Sviluppatori vs cyber security: come risolvere il conflitto?

In molte organizzazioni si avverte una tensione costante fra sviluppatori e team di security. Da un lato, gli sviluppatori sono sottoposti a pressioni crescenti per creare applicazioni ricche e piene di funzionalità, con l’imposizione di tabelle di marcia pressoché irrealizzabili per tenere il passo con la concorrenza. Dall’altro, i team addetti alla sicurezza sono a loro volta oggetto di pressioni sempre più forti causate dalla presenza di cyber minacce sempre più pericolose e dalla crescente richiesta degli utenti consumer di un’adeguata salvaguardia dei loro dati. Senza una corretta pianificazione, queste due istanze rischiano di entrare in collisione, dato che ogni gruppo è intento a realizzare i propri obiettivi. I team di sviluppo ritengono che i colleghi della sicurezza vadano a rallentare l’uscita di ogni nuova release. Dall’altra parte, i team di security mal tollerano il lavoro extra (e non pianificato) che sono costretti a svolgere per ovviare alle vulnerabilità create dagli sviluppatori, i quali non badano troppo alla sicurezza del codice perché vogliono rispettare a tutti i costi le proprie scadenze. Eppure, con una piccola opera di preparazione, le organizzazioni potrebbero far sì che questi due gruppi lavorino assieme e si aiutino a vicenda. Prima si individua una vulnerabilità nel processo di sviluppo, più facile, più veloce e meno costosa essa sarà da correggere. Per questo motivo, le organizzazioni devono trovare il modo di porre l’attenzione sulla sicurezza già nelle fasi iniziali del processo di sviluppo: in altre parole, devono lavorare insieme agli sviluppatori per accertarsi che la sicurezza non sia una considerazione secondaria. La prima cosa da fare è aiutare l’organizzazione a riconoscere il ruolo che la sicurezza deve svolgere nel processo di sviluppo. In questo modo, i responsabili di prodotto e d’impresa confermeranno che la sicurezza è una parte importante delle applicazioni sviluppate e che tutti i soggetti coinvolti nel processo devono tenerne conto. I responsabili di queste funzioni dovranno inoltre sottolineare che la sicurezza deriva direttamente dalla qualità, esattamente come la resilienza, la scalabilità, la facilità di manutenzione, la disponibilità operativa e così via. Il punto è che la maggior parte degli sviluppatori considera la sicurezza un territorio inesplorato che fino a ora non rientrava nelle loro mansioni, né era oggetto di formazione. Uno dei modi più semplici e più efficaci per trasmettere il messaggio che la sicurezza è una priorità per l’organizzazione consiste nell’iniziare a offrire dei corsi sullo sviluppo di codice sicuro. Una volta istruiti sulle tecniche di base, gli sviluppatori saranno più responsabilizzati. Nessuno sviluppatore vuole scrivere codice poco sicuro: deve semplicemente capire come e perché nascano dei problemi di sicurezza e avere la possibilità di fruire di strumenti e risorse utili a produrre codice che soddisfi gli standard di codifica sicura. Il passo successivo — e anche quello con gli effetti più massicci e incisivi — consiste nel far entrare in stretto contatto i team di security e sviluppo. Questo avvicinamento potrebbe già essere una realtà a seguito dell’introduzione di metodologie DevOps o DevSecOps. Ogni team ha bisogno non soltanto di operare a stretto contatto, ma anche di avere una comprensione più approfondita sulle difficoltà, sui processi e sulle priorità reciproche. Uno dei sistemi più efficaci consiste nel designare un referente per la sicurezza (il cosiddetto Security Champion) all’interno del team di sviluppo. Il Security Champion è un membro della squadra di sviluppatori che conosce bene le best practice della sicurezza applicativa e può consigliare i colleghi. Tale figura può essere preparata dal team di security per aiutare gli sviluppatori a isolare e correggere il prima possibile eventuali vulnerabilità nel processo di sviluppo, riducendo in pratica la responsabilità a carico del team della sicurezza. Questa collaborazione aiuterà non soltanto gli sviluppatori a scrivere codice più sicuro, ma ridurrà anche la mole di lavoro imprevisto causato da vulnerabilità rilevate in fasi successive del processo. Un flusso costante di interazioni fra i due team contribuirà inoltre a creare un clima di fiducia e a promuovere rapporti di collaborazione. Alla luce dell’apparente incompatibilità dei loro ruoli non stupisce che i team di security e di sviluppo si trovino spesso in conflitto. Invece, con una considerazione attenta e una comunicazione più trasparente, le organizzazioni potranno riconciliare queste due squadre e aiutarle a capire meglio le esigenze dell’altra. In questo modo, anziché combattersi, le due funzioni potranno aiutarsi reciprocamente a produrre software di migliore qualità. Fonte: BitMat.it
Ad agosto Italia nona nel ranking globale delle fonti d’attacco cyber

Secondo i laboratori Trend Micro, il nostro paese ad agosto si è classificato nono nel ranking globale dei Paesi in cui hanno origine attacchi o eventi legati alla cybersecurity. Ai primi tre posti si trovano Russia, Stati Uniti ed Egitto. Ogni mese, i laboratori Trend Micro condividono gli aggiornamenti relativi al panorama delle minacce, basati sulle analisi effettuate dalla Trend Micro Smart Protection Network, ai quali si aggiungono i dati dei ricercatori Trend Micro, del Team Zero Day Initiative (ZDI), del PH Threat Hunting Team, del Mobile App Reputation Service (MARS) Team e della Smart Home Network (SHN). In questo caso i dati provengono dalla Smart Home Network e le analisi coinvolgono gli indirizzi IP dei router attivi, per determinare la fonte di un evento o possibile attacco. Nel momento in cui un router, che supporta le soluzioni Trend Micro e ha abilitato le funzionalità di security, attiva un evento di sicurezza, i laboratori Trend Micro confermano da quale direzione proviene l’attacco controllando ulteriormente quale origine ha attivato l’evento di sicurezza. In questo modo è possibile capire i Paesi da dove provengono gli attacchi. I dati raccolti ad agosto, mostrano che la maggior parte degli attacchi ha sfruttato IoT worm o Ransomware. Nella top 5 relativa alle principali tipologie di attacchi partiti dall’Italia, troviamo: Attacchi alla vulnerabilità GoAhead attraverso IoT worm (396.646 eventi) Attacchi ai dispositivi D-Link DSL-2750B (86.058 eventi) Esecuzione di comandi da remoto attraverso Shell Script, in relazione a IoT worm (63.837 eventi) Attacchi a Microsoft Windows SMB Server (37.776 eventi) Attacchi da remoto sfruttando il ransomware LockCrypt (17.261 eventi) I cinque Paesi più colpiti da attacchi provenienti dall’Italia sono stati: Stati Uniti, Taiwan, Hong Kong, Regno Unito e Olanda. Per quanto riguarda invece gli attacchi in generale, che hanno colpito l’Italia sempre ad agosto, i laboratori Trend Micro hanno rilevato 1.229.390 malware e 57.430.080 minacce via mail. Fonte: BitMat.it
Paura del ransomware? Ecco 5 cose da fare per essere pronti

Il rischio di un attacco ransomware è in crescita. La disponibilità e il facile accesso a kit di strumenti pericolosi, spesso indicati come Ransomware-as-a-Service, o RaaS, rendono più semplice colpire aziende singole o gruppi e gli attacchi possono essere realizzati in maniera più efficace quando vengono combinati a tecniche di ingegneria sociale, con costi per le aziende che possono estendersi fino a centinaia di milioni. In molti si stanno domandando come prevenire il ransomware. Nessuna tecnologia di sicurezza è corazzata, ma ci sono numerose attività preventive da mettere in campo per mitigare sia il rischio che l’impatto di un attacco di questo tipo. Aggiornare le patch Molti attacchi ransomware hanno sfruttato vulnerabilità relativamente note e le aziende che avevano politiche di patching robuste hanno evitato di essere colpite. Il modello Ransomware-as-a-Service cerca di sfruttare falle di sicurezza a ritmi sempre più rapidi, per incrementare opportunità e profitti. Finora, nessun exploit “zero days” è diventato un attacco ransomware, ma gli specialisti ritengono sia solo una questione di tempo. Le attività di patching possono essere ostacolate dai comandi di modifica, che potrebbero avere impatto su utenti e sistemi di produzione. Per questo motivo, è necessario un approccio pragmatico e bilanciato tra fast-patching e affidabilità, che conferma l’esigenza di sistemi di ripristino rapido e di patch compatibili con il backup. Proteggere i piani di Disaster Recovery Un problema comune dopo un attacco ransomware è la perdita completa dei controlli di sistema e dei piani di disaster recovery, un rischio per ogni documento digitale. Quindi è importante che l’accesso completo ai piani di DR sia garantito in ogni circostanza. Se non si sono mai subite gravi interruzioni a causa di malware, difficile da immaginare, e quindi non si capisce quali attività intraprendere, il blocco sarà ancora più esteso, da ore a giorni o settimane. Difesa robusta Bloccare il malware è praticamente impossibile, quindi provare a individuarlo il prima possibile è il passo successivo da realizzare. I PC sono solitamente il primo punto di accesso, per cui sono necessarie almeno tecnologie antivirus moderne, training del personale, analisi e patch dei gateway e firewall configurati in modo appropriato. È importante andare oltre la sicurezza tradizionale per ottenere maggiore protezione. Il software di backup è in grado di svolgere un ruolo nella rilevazione e segnalazione di attacchi ransomware, in particolare quando è distribuito su desktop e sistemi produttivi. Intelligenza Artificiale e automazione per aumentare la protezione Molte aziende si stanno affidando all’Intelligenza Artificiale per supportare, nella sicurezza e nel backup, le componenti fondamentali di difesa dal malware. I sistemi di backup, ad esempio, controlleranno i dati e i file modificati su base quotidiana, e con l’Intelligenza Artificiale sarà possibile valutare quali cambiamenti siano normali, inviando alert in caso di incidenti sospetti. Inoltre, si può prolungare l’archiviazione in modo automatico, in modo tale che i backup precedenti vengano conservati fino alla verifica dell’anomalia. Un reporting avanzato si accompagna ad analisi approfondite su eventuali gap per fornire informazioni su potenziali errori nel processo di ripristino. Facendo leva sull’IA è possibile riorganizzare le iniziative e gli orari di backup anche nei più complessi ambienti di cloud ibrido, creando il luogo migliore per il recovery. Adottare un approccio ‘Recovery Ready’ Un attacco malware importante può cambiare i piani in modo significativo. Le dipendenze di sistema creano blocchi del ripristino, le comunicazioni si azzerano, i piani sfumano e le priorità di recovery cambiano come la sabbia nel deserto. Potrebbe essere necessario costruire un nuovo data center per il ripristino. È quindi fondamentale avere un sistema di backup robusto dotato di propri strumenti di difesa, senza il quale le chiavi di crittografia potrebbero essere violate e pagare il riscatto potrebbe essere l’unica opzione, considerando che l’obiettivo dell’attacco non è la sola distruzione dei sistemi. Tuttavia, la prontezza di ripristino non riguarda solo la creazione di backup sicuri, ma comprende il raggiungimento degli obiettivi richiesti, nell’ordine e nei gruppi di sistemi corretti e su target diversi – anche su cloud – mentre il contesto esterno è nel caos. La prontezza di ripristino è legata al supporto disponibile quando necessario, ad avere un sistema di backup affidabile e a un piano completo che sia controllato e testato con regolarità. Le minacce in circolazione oggi superano la disponibilità, di conseguenza è importante rivedere il sistema di backup. Potrebbe essere sorprendente scoprire quanto questa tecnologia sia cambiata. Fonte: BitMat.it
Business Smartphone Purchase Survey: l’importanza della cybersecurity degli smartphone aziendali

HMD Global, società finlandese che sviluppa i dispositivi mobili Nokia, ha recentemente annunciato i risultati della 2018 Business Smartphone Purchase Survey per l’Europa occidentale. Dal report emerge come le aziende debbano prendere sul serio la sicurezza IT al fine di evitare perdite di dati e mantenere in funzione sistemi e applicazioni mission critical. La ricerca commissionata da HMD Global rivela che il 95% dei responsabili delle decisioni di acquisto in aziende di cinque mercati europei riconosce l’importanza di implementare patch di sicurezza in modo regolare e tempestivo sugli smartphone, come quelle rilasciate sui device Android One. Il 93% degli intervistati sottolinea l’esigenza di una threat detection mobile integrata quale Google Play Protect, la protezione anti-malware di Google per le app Android. Ogni giorno Google Play Protect controlla tutte le app nel Google Play Store e quelle installate sui dispositivi Android al fine di garantire che non siano infette. Considerata la crescente importanza dell’accesso “on the go”, trascurare la mobile security non è più un’opzione. Misure semplici come patch di sicurezza immediate e l’utilizzo di software di rilevamento delle minacce possono facilmente migliorare la protezione degli smartphone Android. HMD Global offre un’ampia gamma di smartphone Nokia che sono parte dei programmi Android One e Android Enterprise Recommended di Google. Tutti questi device ricevono patch di sicurezza mensili per tre anni e aggiornamenti del sistema operativo per due anni dalla data di lancio sul mercato. L’indagine di HMD Global rivela inoltre come molte aziende sottovalutino ancora la potenza delle soluzioni di Enterprise Mobility Management (EMM). Mentre il 64% degli intervistati le considera una funzionalità di sicurezza importante o molto importante – e il 66% dichiara che la compatibilità con le stesse è un criterio importante o molto importante ai fine dell’acquisto di uno smartphone – solo il 52% delle aziende dispone di una piattaforma di gestione e controllo dei device mobili. “La cyberdifesa degli smartphone comincia con la decisione d’acquisto”, afferma Andrej Sonkin, General Manager Enterprise Business di HMD Global. “Se si opta per uno smartphone Nokia Android One, che offre patch di sicurezza e aggiornamenti del sistema operativo cadenzati, si acquista un dispositivo più resistente agli attacchi degli hacker. Vogliamo offrire alle aziende di tutte le dimensioni un’opzione di scelta facile, sicura ed economica nel momento in cui si troveranno a selezionare i prossimi smartphone aziendali.” “Gli smartphone Nokia Android One, per i quali è sempre valido il concetto di ‘pure, secure and up-to-date’ sono disponibili in ogni fascia di prezzo. Supportano la registrazione Zero-Touch per un enrollment sicuro e automatizzato nelle soluzioni di EMM. Ciò consente di ridurre il TCO della flotta aziendale senza compromettere sicurezza o compatibilità con una vasta serie di soluzioni di EMM”, conclude Sonkin. La Business Smartphone Purchase Survey di HMD Global è stata condotta da Lightspeed per conto di HMD Global in Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Spagna a luglio. I 500 decisori aziendali intervistati sono responsabili per l’acquisto di smartphone o ne hanno la responsabilità condivisa in azienda. Rappresentano aziende di piccole (51 a 250 dipendenti), medie (251 a 500 dipendenti) e grandi dimensioni (oltre 500 dipendenti). Fonte: BitMat.it
Cybersicurezza è opportunità economica

L’evento è stato inaugurato dall’ambasciatore italiano a Londra, Raffaele Trombetta, che ha sottolineato la necessità di un approccio alla cybersicurezza “inclusivo e costruttivo”. Ha preso parte al workshop anche Francesco Maria Talò, coordinatore per la cybersicurezza della Farnesina. Nel corso del forum alcune imprese italiane hanno illustrato la loro attività ad un pubblico di potenziali investitori britannici. La cybersicurezza non rappresenta solo rischi, ma opportunità economiche. Di questo si è discusso nel forum ‘Cyber Security and Digital Economy: Challenges, Threats and Opportunities from Cyberspace’, primo seminario di promozione integrata all’estero del settore della sicurezza cibernetica italiana, organizzato dall’ambasciata d’Italia a Londra e dall’agenzia Ice, con il supporto del Ccsirs di Firenze. Fonte: ANSA.it
La check-list per non rimanere vittime degli hacker

Lo smart working è sempre più diffuso, consente di conciliare impegni professionali e di casa, riuscendo ad essere più produttivi in entrambi gli ambiti. Quando si lavora da casa però l’ambiente non dispone degli stessi strumenti di protezione disponibili in ufficio, ed è comunque sempre importante assumere comportamenti responsabili. La sicurezza informatica non è più sola responsabilità dei team IT e di sicurezza. Tutti i dipendenti che interagiscono e si affidano alla tecnologia ogni giorno, spesso da postazioni remote, svolgono tutti un ruolo fondamentale per la sicurezza dell’organizzazione. Per questo alfine di garantire sicurezza e conformità, in particolare quando trend come la trasformazione digitale e la mobilità continuano a espandersi, ogni singolo dipendente deve comprendere e mettere in pratica una corretta cyber-igiene. Conoscendo i comuni vettori di attacco e utilizzando i suggerimenti forniti, gli utenti possono contribuire a fermare la diffusione del malware e mantenere l’azienda operativa. Fortinetha stilato una serie di consigli per promuovere una sorta di cyber-igiene di alto livello. I sei consigli che seguono rappresentano tra l’altro buone abitudini che tutti dovrebbero seguire. La tecnologia mette a disposizione tutti gli strumenti che servono per poter disporre da remoto di ogni risorsa aziendale, eventualmente anche delle risorse hardware informatiche dell’ufficio. Un grande vantaggio cui però bisogna essere educati. I dipendenti infatti possono causare involontariamente gravi danni a un’azienda a causa di una mancata consapevolezza della sicurezza informatica: un dispositivo compromesso o una connessione remota inaffidabile possono infatti rendere vulnerabile la rete. Ecco alcune strategie da mettere in pratica per promuovere una cyber-igiene di alto livello. Utilizzare i punti di accesso sicuri e creare una rete di lavoro Quando ci si collega da remoto alla rete aziendale, le best practice per la cyber-igiene raccomandano l’uso di un punto di accesso sicuro. Un modo per ridurre al minimo i rischi di connessione alla rete di lavoro tramite Wi-Fi pubblico consiste nell’utilizzare una rete privata virtuale (VPN). Le VPN consentono di estendere la rete privata attraverso il Wi-Fi pubblico utilizzando una connessione point-to-point virtuale crittografata che consente e mantiene l’accesso sicuro alle risorse aziendali. Tuttavia, è ancora fondamentale ricordare che se una delle due estremità della VPN viene compromessa, come l’access point WiFi non pubblicizzato presso il proprio bar locale, la VPN non può impedire incidenti come attacchi man-in-the-middle. Questo è il motivo per cui è anche necessario garantire l’integrità di qualsiasi punto di accesso a cui ci si connette. Sebbene le connessioni Wi-Fi pubbliche siano spesso innocue, per un criminale informatico è sufficiente una connessione malevola per intercettare tutti i dati di navigazione mentre ci si sposta su siti e account. Un’altra buona pratica è quella di creare una rete sicura per le transazioni commerciali nel proprio home office. La maggior parte delle aziende ha due reti separate, una a cui solo i dipendenti possono accedere e una per gli ospiti. Questo stesso protocollo è facile da replicare a casa. La maggior parte dei router domestici consente la creazione di più reti, come una casa e una connessione ospite. L’aggiunta di una rete protetta da password per le connessioni di lavoro significa che le risorse aziendali non condivideranno mai la stessa connessione dei computer domestici, dei sistemi di videogaming e dei dispositivi smart dei bambini. Mantenendo i dispositivi domestici separati dalla rete sulla quale si accede a dati di lavoro sensibili, i dispositivi o le applicazioni compromessi non possono essere utilizzati come punto di vulnerabilità per attaccare la rete aziendale. Aggiornare regolarmente Installare aggiornamenti su dispositivi, applicazioni e sistemi operativi su base regolare è un passo fondamentale per ottenere una buona igiene informatica. Sebbene sia facile ignorare gli aggiornamenti quando è necessario rispettare una scadenza o aiutare un cliente, il fatto di non mantenere aggiornati i dispositivi può semplificare drasticamente il processo per i criminali informatici che cercano di danneggiare un determinate dispositivo. Uno dei modi più efficaci e più facili per evitare questa tendenza è semplicemente aggiungere patch e aggiornamenti alla pianificazione del lavoro. È difficile adattarsi a qualcosa se non è nel proprio calendario della giornata. Se non lo si pianifica come si fa per altre attività e riunioni, è facile rimandarlo a un altro giorno. L’applicazione regolare di aggiornamenti e patch assicura che il sistema operativo e le applicazioni in uso siano protetti da vulnerabilità note. Un recente attacco che dimostra l’importanza di questi aggiornamenti è WannaCry, che ha sfruttato le vulnerabilità note di Microsoft, per le quali le patch erano prontamente disponibili, per distribuire il ransomware. Allo stesso modo, è anche importante garantire che tutti i programmi e le applicazioni che vengono eseguiti all’interno della rete aziendale siano ancora supportati dal fornitore e che vengano ritirati o sostituiti quelli che non lo sono. Gli accessi non si condividono, le password si scelgono con cura La gestione degli accessi è una pratica di cyber-igiene semplice ma molto efficace. Si dovrebbero utilizzare password complesse e autenticazione a due fattori su tutti i dispositivi e gli account. Le password dovrebbero essere complesse, includendo numeri e caratteri speciali. E cercare di evitare il riutilizzo delle password attraverso vari gli account, in particolare su dispositivi e applicazioni utilizzati per accedere a informazioni aziendali sensibili. La più grande sfida per questo tipo di strategia per le password è semplicemente ricordarle o tenerne traccia. Ad esempio, è utile utilizzare acronimi o frasi per aiutare a ricordare le password. E poiché il numero di password da ricordare aumenta, è bene prendere in considerazione l’utilizzo di software di gestione che aiutano a tenerne traccia. Le password complesse potenziate con l’autenticazione a due fattori sono ancora migliori, garantendo che solo le persone autorizzate possano accedere a sistemi aziendali sensibili e dati sensibili. I recenti progressi nella biometria, come scanner di impronte digitali e software di riconoscimento facciale, forniscono un’autenticazione a più fattori simile. Aggiungiamo inoltre che le password stesse andrebbero cambiate nel tempo con una certa regolarità, in questo modo, database di informazioni personali caduti in mano agli hacker nel giro di poco tempo risulterebbero obsoleti. Queste sono pratiche che non mettono in difficoltà l’utente