Leucemia, bambino salvato dalla terapia genica
In Italia il primo trattamento su un bimbo di 5 anni affetto da leucemia linfoblastica acuta Quella contro i tumori rappresenta la sfida più importante della medicina moderna, una lotta che negli ultimi anni ha portato a importanti risultati che si sono tradotti in progressi concreti nella cura di diverse forme di cancro. Eppure sono ancora numerosissime le persone che muoiono di tumore in tutto il mondo, specialmente se questo male non viene diagnosticato in tempo. Una nuova speranza arriva da un trattamento sperimentale effettuato per la prima volta nel nostro Paese, una terapia genica che ha potenziato il sistema immunitario di un bimbo di 5 anni affetto da leucemia, consentendogli di eliminare le cellule tumorali. Come funziona la terapia Il trattamento è stato condotto presso l’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma ed è consistito nel manipolare geneticamente le cellule del sistema immunitario per renderle capaci di riconoscere le cellule malate di leucemia e quindi attaccarle. La procedura consiste nel prelievo dal piccolo paziente dei linfociti T, cellule altamente specializzate del sistema immunitario, che vengono modificate geneticamente tramite un recettore chimerico precedentemente sintetizzato in laboratorio. Il ricettore è chiamato Car, sigla che sta per Chimeric Antigenic Receptor, in grado di rendere più efficace l’azione dei linfociti, che una volta infusi nuovamente nel paziente sono in grado di trovare ed eliminare tutte le cellule tumorali presenti nel sangue e nel midollo. Recentemente per la prima volta il Dna è stato corretto direttamente all’interno del corpo di un paziente per curare una grave malattia metabolica. L’ ultima possibilità di salvezza Questa terapia genica ha rappresentato per il bambino l’ultima possibilità di cura, in quanto la chemioterapia e il trapianto di midollo osseo non erano stati risolutivi. A un mese di distanza dal trattamento, i medici hanno comunicato che le condizioni del piccolo sono buone ed è stato possibile dimetterlo. Franco Locatelli, che è direttore del dipartimento di Oncoematolgia pediatrica, terapia cellulare e genica dell’ospedale Bambin Gesù afferma però che è ancora presto per poter parlare di guarigione definitiva, anche se al momento il bambino non ha più cellule leucemiche nel midollo e ci sono quindi buone probabilità di considerare la leucemia in remissione. Grazie alla terapia genica si sta arrivando anche alla remissione totale del Diabete di tipo 1, un tipo di cura indicato anche per i pazienti adulti colpiti da un linfoma non-Hodgkin non responsivi, attivando la risposta dei i linfociti del paziente direttamente contro le cellule tumorali. The post Leucemia, bambino salvato dalla terapia genica appeared first on Data Manager Online.
MyBank Payments supera il traguardo di 5 miliardi di euro
PRETA S.A.S, la società che detiene e gestisce MyBank, ha annunciato che MyBank Payments ha riportato oltre 5 miliardi di euro in termini di valore transato da quando ha fatto il suo ingresso sul mercato nel marzo 2013. Un risultato che va di pari passo con la progressiva crescita della soluzione di autorizzazione elettronica paneuropea per i bonifici SEPA, che solo nel 2017 ha registrato il 50% del valore transato totale. MyBank è usato per autorizzare transazioni business to business (B2B) e business to consumer (B2C) in diversi settori industriali e su scala paneuropea e si contraddistingue per la semplicità di integrazione, di accesso e d’uso. La soluzione, che abilita pagamenti tramite l’online banking o mobile banking/app, sta consolidando la crescita in Italia, Grecia, Spagna, Francia ed altri paesi europei registrando un’accelerazione nell’operatività crossborder. “Con MyBank abbiamo ottenuto risultati eccellenti negli ultimi due anni, e il raggiungimento di questa pietra miliare, ovvero i € 5 miliardi di euro, ne dimostra la penetrazione sul mercato. La suite di servizi MyBank supporta i pagamenti digitali, i mandati elettronici, la stipula digitale dei contratti e la verifica dell’identità, e risponde alle esigenze cruciali di aziende e consumatori nell’economia digitale.” ha detto Giorgio Ferrero, CEO di PRETA. Con MyBank Payments, sia i consumatori che le aziende possono pagare direttamente dal conto bancario in modo sicuro e semplice senza dover comunicare alcun dettaglio del conto a terzi e senza limiti di importo; allo stesso tempo gli esercenti hanno la certezza di essere pagati e ricevono conferma di avvenuto pagamento in tempo reale. MyBank è una soluzione di autorizzazione elettronica per lo scambio di informazioni finanziarie e non finanziarie. La soluzione abilita i pagamenti basati sul servizio di online banking tramite il SEPA Credit Transfer, la creazione, modifica e cancellazione di mandati di addebito diretto SEPA e i servizi legati alla verifica dell’identità. The post MyBank Payments supera il traguardo di 5 miliardi di euro appeared first on Data Manager Online.
Google, AI prevede ritardi dei voli
Nuova funzione del servizio per la ricerca di biglietti aerei
Bufera su Amazon, brevetta bracciali per monitorare dipendenti
GeekWire, obiettivo sarebbe ottimizzare il lavoro in magazzino
Big data e automazione, così si rendono sicure le infrastrutture critiche nazionali
Per garantire i massimi livelli di sicurezza alle nostre infrastrutture più critiche, energetiche, idriche, relative ai trasporti, di telecomunicazione e per la Difesa, è stato pensato e sviluppato dall’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea) un nuovo software completamente automatizzato: Obserbot. Grazie a questa piattaforma, sarà possibile acquisire ed elaborare le informazioni online relative ad eventuali danni alle reti dovuti a eventi naturali, catastrofici e terroristici. La sicurezza dei nostri servizi più essenziali alla vita di tutti i giorni passa sostanzialmente attraverso un’analisi attenta ed avanzata dei big data. “Si tratta di un software in grado di osservare in maniera totalmente automatizzata la rete grazie alla potenza della nostra infrastruttura di calcolo ENEAGRID/CRESCO e alla rete nazionale a banda ultralarga GARR”, ha commentato in una nota Vittorio Rosato, responsabile del Laboratorio Enea di Analisi e protezione delle infrastrutture critiche. I dati, spiega il responsabile Enea, sono acquisiti in tempo reale sulla rete, sui social, sui siti web, le piattaforme online, dalle agenzie di stampa, le testate giornalistiche, i blog persino: “L’analisi di queste informazioni è molto delicata perché queste fonti richiedono una verifica approfondita del contenuto ma restituiscono una conoscenza diretta dello stato delle infrastrutture grazie alle informazioni messe in rete dagli utenti stessi, il cosiddetto fenomeno del crowdsourcing”. “In questo modo – ha spiegato Rosato – inauguriamo un nuovo modo di ascoltare i cittadini e di renderli proattivi nel favorire la sicurezza e la protezione della collettività e dei servizi essenziali”. Obserbot, in definitiva, è una piattaforma in continua espansione capace di arricchirsi, in modo del tutto automatizzato, con le informazioni su incidenti e blackout alle infrastrutture critiche pubblicate online dagli internauti. Tutti i dati sono poi raccolti ed elaborati sia dal software Enea, sia da altri enti di ricerca europei, come il centro olandese Deltares. Grazie a questa nuova soluzione, basata su big data e automazione, è stato inoltre possibile individuare gli influencer, “ossia quelle persone che più di altre contribuiscono alla formazione delle opinioni e degli interessi generali”, ha sottolineato Gregorio D’Agostino, team leader del progetto di sviluppo del software, e misurare la tendenza dei navigatori virtuali ad essere influenzati. Un elemento rilevante per questi studi, sviluppati in collaborazione con la Boston University, è stato il concetto di “temperatura della lingua”: “Basato sulla frequenza di ripetizione delle parole nei testi, che consente di avvicinare l’analisi automatica di un messaggio a criteri più “umani” nel processo di individuazione delle informazioni d’interesse”. In definitiva, il messaggio dei ricercatori dell’Enea è semplice quanto oggettivamente utile: “l’analisi dei dati della rete costituisce un’incredibile sorgente di conoscenza e poter accedere a queste informazioni può risultare strategico anche per il progresso della ricerca scientifica”. Oggi la dimensione del web è praticamente sconfinata: si stima che ci siano 1 miliardo di siti e 5 miliardi di pagine web. I social network contribuiscono costantemente all’aumento di queste dimensioni, visto che ogni secondo nel mondo vengono pubblicati 6000 tweet e spediti oltre 2 milioni di messaggi di posta elettronica. The post Big data e automazione, così si rendono sicure le infrastrutture critiche nazionali appeared first on Key4biz.
SosTech. 28 giorni di passione: come cambiano i rinnovi della telefonia

Alcuni scuotono la testa, dicendo “lo sapevo”. Altri sono più indignati che mai. Ormai, però, sembra che ci sia poco da fare: il ritorno annunciato alla bolletta mensile da parte degli operatori di telefonia mobile – divenuto obbligatorio in seguito all’approvazione della legge 172/17 dello scorso 4 dicembre – corrisponde a un aumento dell’8,6% praticato da tutti gli operatori sui rinnovi delle proprie tariffe. In altre parole, la spesa annuale rimane la stessa, e la famigerata tredicesima (ovvero il rinnovo annuale in più venutosi a creare con il precedente passaggio della fatturazione da 30 a 28 giorni) viene semplicemente spalmata sui rinnovi mensili. Il tutto è, tecnicamente, legittimo: secondo l’art. 19 della suddetta legge, infatti, “i contratti di fornitura nei servizi di comunicazione elettronica prevedono una cadenza di rinnovo delle offerte e della fatturazione dei servizi, ad esclusione di quelli promozionali a carattere temporaneo di durata inferiore a un mese e non rinnovabile, su base mensile o di multipli del mese”. E questo gli operatori l’hanno garantito. Non ci stanno però i parlamentari del Pd Alessia Morani, Simona Malpezzi, Stefano Esposito e Alessia Rotta, che hanno presentato un esposto all’Agcom e all’Antitrust: “Le compagnie stanno inviando agli utenti una comunicazione che punta a strumentalizzare la novità legislativa allo scopo di coprire, per la seconda volta, l’aumento delle tariffe. Non è vero che il ritorno alle 12 mensilità comporta un aumento dei costi, è invece vero che le compagnie hanno variato unilateralmente le tariffe passando alla modalità di pagamento a 4 settimane e che ora, non sapendo come fare, attribuiscono alla legge un costo che avevano maggiorato di nascosto e che era già esistente: è una doppia bugia”. I rinnovi sempre lo stesso giorno del mese Una soluzione gattopardesca, insomma, che in effetti non stupisce chi, ai primi segnali della campagna con alfiere l’Agcom per il passaggio alla fatturazione mensile, si era chiesto: ma anche in caso che si ottenga il risultato, non basterà semplicemente a tutti gli operatori aumentare il canone? Ed è andata proprio così, con l’unica (magra) consolazione di non doversi più regolare sui 28 giorni per il rinnovo ma avere l’addebito per la propria offerta lo stesso giorno ogni mese. Finché un’azienda offre il diritto di recesso gratuito, in buona sostanza, è padrona dei cambiamenti che può imporre al contratto; tanto più se c’è una situazione di sostanziale cartello, e nessuno o quasi ha intenzione di far valere come vantaggio competitivo una tariffazione “corretta” senza aumenti, ma tutti praticano tambour battant la stessa modifica. In ogni caso, se si vuole cambiare operatore approfittando del recesso basta visitare SosTariffe.it e cercare un’altra tariffa mobile adatta alle proprie esigenze. La beffa delle soglie Non solo: il rischio, concretizzatosi in queste ore, è di una doppia beffa. Già, perché con il passaggio da 30 a 28 giorni, se non altro, si pagava di più ogni anno ma perlomeno il rinnovo del traffico dati, dei minuti e degli SMS avveniva più di frequente: ipotizzando 10 GB di traffico, con la tariffazione a 30 giorni si avevano a disposizione circa 333 MB al giorno; a 28, invece, salivano a 351. Che cosa hanno fatto gli operatori italiani, costretti a passare, da marzo e aprile prossimi, nuovamente ai 30 giorni? Alcuni hanno aumentato le soglie includendo anche i due giorni in meno, come TIM; altri, come Vodafone, si sono ben guardati dal farlo, col risultato che il passaggio alla fatturazione mensile salutato qualche settimana fa come una grande vittoria dei consumatori si è tradotto per alcuni utenti in meno servizi per la stessa quantità di denaro. E adesso che succede? Le associazioni di consumatori non hanno gettato la spugna, anche se i margini di manovra, complici i poteri limitati dell’Agcom, sono molto ristretti. Nel frattempo pare che il garante voglia vederci chiaro anche su altri aspetti della questione, a partire dalla disdetta in negozio (“dimenticata” dagli operatori) alla necessità di due comunicazioni distinte (e non una sola, com’è avvenuto) per comunicare le modifiche contrattuali riguardo alla fatturazione e i nuovi prezzi. In più, il comportamento degli operatori non sembra corretto neanche per i tempi del recesso gratuito, visto che in teoria questo è un diritto del cliente per 30 giorni dall’arrivo della comunicazione, mentre è stata prevista la possibilità soltanto dal momento dell’entrata in vigore della variazione. Gli operatori, dal canto loro, hanno tempo fino al 4 aprile 2018 per adeguarsi, in caso contrario è previsto un rimborso di 50 euro per il consumatore, un euro per ogni giorno successivo alla scadenza del termine assegnato dall’Autorità delle Comunicazioni. Anche la televisione torna al mensile L’altalena della fatturazione da 30 a 28 giorni e poi di nuovo a 30 (o meglio, alla fatturazione mensile, tenendo conto anche dei mesi di 28 e 31 giorni) non ha riguardato soltanto la telefonia mobile. Anche Sky ha modulato di recente la sua offerta di tv satellitare sui 28 giorni, salvo seguire l’esempio degli operatori mobili nel passare nuovamente alla tariffazione mensile. Anche qui con aumento dell’8,6% a rinnovo, ovviamente. Attenzione però, perché Sky sembra aver deciso di non includere la possibilità di recesso gratuito, che era stata invece prevista qualche mese fa al momento del passaggio alla fatturazione a 28 giorni. Secondo Sky, infatti, la variazione imposta dalla legge dello scorso dicembre non incide sulla sostanza dei contratti, ma è un semplice aggiornamento amministrativo (ed essendo di fatto illimitata e senza soglie la visione dei vari pacchetti, non si può parlare di servizio “ridotto” come nel caso di Vodafone). Cosa succede nel resto del mondo Malgrado rimanga piuttosto raro (nessuna traccia né in USA né nel Regno Unito, per intenderci), il passaggio dai 30 ai 28 giorni non è stata un’esclusiva italiana. Nel 2016, i maggiori provider australiani di telefonia mobile – Vodafone, Virgin, Telstra, Optus, Amaysim – hanno cominciato a imporre la “tredicesima”, e anche in questo caso le associazioni dei consumatori (la Australian Communications Consumer Action Network) sono insorte, prendendosela per la verità non tanto con il prezzo superiore
Verizon segue AT&T: niente Huawei nel suo catalogo
Il governo USA aveva “invitato” gli operatori nazionali a escludere il Mate 10 Pro dalle loro offerte per timore di uno spionaggio cinese Il Mate 10 Pro di Huawei, il primo smartphone dotato di Intelligenza Artificiale spia gli utenti? Per ora non ci sono evidenze ma Trump non vuole rischiare di dare nelle mani del nemico milioni di informazioni sui suoi cittadini. Le scorse settimane il governo di Washington aveva invitato le telco operanti nel paese a pensarci bene prima di inserire nel portafoglio di offerte il più recente telefonino della multinazionale cinese, tramite alcune indicazioni che porterebbero a una conclusione di monitoraggio via smartphone, da perpetrare grazie al nuovo modello. La prima compagnia ad accogliere il suggerimento è stata AT&T, che dopo un accordo praticamente già raggiunto con Huawei si è tirata indietro, evitando lo scontro dialettico (e non solo) con il potere al comando. L’ingresso del marchio negli USA era atteso con una comunicazione ufficiale da diffondere durante il Consumer Electronic Show di Las Vegas, mai arrivata proprio a causa del dietrofront dell’operatore. A questo è seguito il diniego di Verizon, almeno stando alle ultime indiscrezioni che giungono da oltreoceano. Cosa succede Come nel caso di AT&T, i vertici di Verizon sarebbero giunti alla conclusione di annullare qualsiasi partnership con Huawei, che a questo punto potrebbe riguardare anche progetti in fase di ultimazione, non solo incentrati sul prodotto. Ad esempio le due, da tempo, mirano a sviluppare servizi e offerte basate sul 5G negli States, attraverso il vasto know-how della cinese in materia di reti e network di nuova generazione. Non sembra allora così remota la possibilità che ogni collaborazione venga interrotta, con un danno economico evidente per entrambe. Huawei non ha esitato a far sentire la propria voce tramite le parole di Richard Yu, CEO del gruppo: “Tutti sanno che il mercato americano degli smartphone si basa per il 90% sul canale di vendita delle telco. Inutile dire che per noi questo rappresenta una grossa perdita, come lo è per i consumatori che non possono scegliere il meglio secondo le proprie esigenze”. Il ban a Huawei segue quello che Trump ha attuato sul finire del 2017, quando ha vietato a tutti gli uffici pubblici l’utilizzo di software antivirus a marchio Kaspersky Lab, per il timore di un’attività di spionaggio guidata dalla Russia. The post Verizon segue AT&T: niente Huawei nel suo catalogo appeared first on Data Manager Online.
Android P 9: quello che sappiamo
L’8 maggio Google presenterà ufficialmente Pie, il suo prossimo sistema operativo per smartphone e tablet Questa volta c’è poco da fantasticare sul nome. Android ha scelto Pie come termine che accompagnerà tutta la storia della nona edizione del sistema operativo per smartphone e tablet più diffuso al mondo. Si sa ancora relativamente poco circa le novità e le funzioni esclusive presenti anche se è lecito aspettarsi qualche indiscrezione da qui al prossimo 8 maggio, quando partirà l’edizione 2018 del Google I/O, la conferenza per sviluppatori che farà da teatro al lancio del major update. Prima di allora, alcuni tester potranno già provare l’OS grazie al rilascio della versione DP1, costruita tramite l’Android Open Source Project, meglio conosciuto come AOSP. Come sarà Molto probabilmente Android 8 Pie non sarà una rivoluzione dal punto di vista grafico. I cambiamenti giunti con Nougat e Oreo, figli della logica del Material Design, sono già significativi e passibili di un mantenimento pressoché totale. Questo non vuol dire che l’aggiornamento non porterà migliore e altri orpelli visivi ma nulla in confronto a passaggi molto più evidenti avuti nel corso degli anni. Le modifiche sostanziali dovrebbero essere sotto il guscio, nel cuore stesso di Android. Parliamo delle API, dell’incremento dell Instant App, del supporto nativo alla realtà virtuale, oggi relegato a pochi dispositivi Oreo compatibili con la piattaforma Daydream. La prima build sarà rilasciata a metà marzo, sotto forma di Developer Preview DP1 che, sebbene indirizzati ai soli sviluppatori, si potrà facilmente reperire online, ad esempio sul forum di XDA. Considerando quello che è stato il recente passato dei major update, anche a seguito della presentazione al Google I/O passeranno mesi prima di poter installare un firmware completo a bordo degli smartphone. Si partirà, come di consueto, sui Nexus e Pixel mentre tutti gli altri, Samsung, LG, Huawei e così via, saranno pronti più in là, non prima del 2019. The post Android P 9: quello che sappiamo appeared first on Data Manager Online.
NetMarketShare: Windows 10 cresce mentre Microsoft Edge fa ancora fatica ad affermarsi

I nuovi dati registrati e pubblicati da NetMartketShare descrivono una situazione abbastanza contrastante per quanto riguarda Microsoft. Da una parte abbiamo Windows 10 che ha subito un incremento del proprio share pari al 2% arrivando in questo modo al 34,29% del totale. Sebbene l’ultimo sistema operativo di casa Redmond non sia ancora riuscito nel suo intento ovvero a sorpassare il buon caro vecchio Windows 7, è anche vero che continua a crescere in maniera costante. Dall’altra parte abbiamo Microsoft Edge, il nuovo browser di Windows 10, che dopo più di due anni dal rilascio fa ancora fatica ad affermarsi realmente tra il pubblico, mentre Google Chrome come di consuetudine resta il più utilizzato e togliergli questo primato sta diventando un’impresa quasi impossibile. Via
Apple acquisisce Tesla? Non è utopia
Secondo un esperto, Apple avrebbe buoni motivi per acquisire Tesla e l’azienda di automotive ne trarrebbe grande beneficio Tesla è un’azienda famosa in tutto il mondo e dagli ampi margini di sviluppo ma fin dalla sua fondazione non ha mai prodotto utili. L’azienda fondata da Elon Musk, che ha smentito di star lavorando ad un’apocalisse zombie, ha inoltre diversi problemi in fase di produzione e fatica a soddisfare gli ordini per la sua Model 3. Molti concordano con il miliardario sudafricano sul fatto che Tesla potrà raggiungere una capitalizzazione di 650 miliardi di dollari entro 10 anni (oggi la sua valutazione è di 60 miliardi) ma vista la situazione attuale è difficile credere che arriverà a tale traguardo. In passato sono trapelati diversi rumors riguardo una possibile acquisizione di Tesla ma sono ben poche le aziende in grado di sostenere la spesa. Tra queste c’è certamente Apple. Settimana scorsa Matthew DeBord di Bussiness Insider ha spiegato in un lungo articolo una serie di motivi che corroborano la tesi dell’acquisizione di Tesla da parte di Apple e quanto questo sarebbe conveniente per entrambe. Innanzitutto la prima azienda nel settore delle vetture elettriche diventerebbe molto più pragmatica dal punto di vista commerciale sotto la guida della Mela. Musk teoricamente potrebbe rimanere a guidarla sotto il diretto controllo del CEO di Apple, Tim Cook, e troverebbe finalmente una soluzione ai problemi di produzione. Con questa operazione il colosso di Cupertino potrebbe invece fare il suo ingresso trionfale nel settore delle quattro ruote con nuovi prodotti software e accelerare lo sviluppo dei suoi sistemi per la guida autonoma che sta testando in questi mesi sulle strade americane. Grazie alla nuova politica fiscale lanciata da Donald Trump, Apple avrebbe tutte le risorse per acquisire Tesla. La Mela dispone di un tesoretto di 250 miliardi di dollari depositati all’estero e tolte le aliquote avrebbe comunque una somma ampiamente sufficiente a mettere le mani sulla creatura di Musk. The post Apple acquisisce Tesla? Non è utopia appeared first on Data Manager Online.