‘Braccialetto Amazon? 5 condizioni per applicarlo’. Videointervista a Francesco Pizzetti (Costituzionalista, già Garante Privacy)
“Qualora dovesse essere utilizzato in Italia non basta che Amazon dica il braccialetto è utilizzato per il controllo a distanza dei dipendenti, deve dimostrare: Che non archivi i dati. Non misuri il tempo con il quale il dipendente processa l’ordine. Se lo fa deve dichiararlo nelle policy aziendali. Deve ottenere il consenso delle organizzazioni sindacali in base alla legge italiana. Il dipendente deve essere informato”. Le 5 regole, che la società dovrà obbligatoriamente rispettare nel caso decida di porre il braccialetto ai dipendenti italiani, sono elencate in maniera chiara da Francesco Pizzetti, professore ordinario di diritto costituzionale all’università di Torino e docente alla LUISS, e presidente dell’Autorità Garante per la protezione dati personali dal 18 aprile 2005 al 17 giugno 2012. Ecco la sua videointervista rilasciata a Key4biz. Pizzetti ha poi ricordato che: “Noi abbiamo moltissimi casi in cui il controllo a distanza è consentito, per esempio ai portavalori, dove è fondamentale che siano controllati sempre per evitare rapine”. “Quindi bisogna tenere i nervi saldi, la notizia dei brevetti Amazon sul braccialetto merita, certamente, attenzione e credo che ci siano anche le condizioni, se si vedessero le prime applicazioni, perché i garanti nazionali, e meglio ancora in modo coordinato quelli europei, chiedano ad Amazon spiegazioni, analizzino esattamente l’utilizzo di questi strumenti e poi facciano valere le regole dell’Unione europea”, ha concluso il costituzionalista. The post ‘Braccialetto Amazon? 5 condizioni per applicarlo’. Videointervista a Francesco Pizzetti (Costituzionalista, già Garante Privacy) appeared first on Key4biz.
Energia, a luglio il nuovo portale dell’Autorità per la comparazione online delle offerte di luce e gas
Entro pochi mesi sarà online il nuovo portale di comparazione delle offerte di elettricità e gas realizzato dal Gestore del Sistema informativo integrato (SII), in base alle disposizioni dell’Autorità di Regolazione per energia, reti e ambiente (Arera), e del tutto indipendente dai venditori. Uno strumento pensato per i cittadini, le famiglie e le piccole imprese, che in tal modo potranno scegliere l’offerta più adatta alle proprie esigenze in trasparenza e in sicurezza. Si parte il 1° luglio 2018, con il lancio del portale ino rete per le offerte Placet (Prezzo libero a condizioni equiparate di tutela), cioè le offerte introdotte dall’Autorità che tutti gli operatori dovranno offrire, con condizioni contrattuali prefissate ed omogenee per tutti, ma a prezzi liberamente stabiliti dal venditore. Il portale garantirà una presentazione e una comunicazione orientate alla chiarezza e la comprensibilità delle informazioni e dei linguaggi, accompagnate da semplicità d’uso. Entro la fine dell’anno in corso, invece, all’interno del portale saranno comprese tutte le offerte di elettricità e gas sul mercato. È quella che l’Autorità ha definito “seconda fase”: entro 2 mesi dal completamento della prima fase, “saranno inserite le offerte già presenti nel TrovaOfferte, il vecchio strumento online di confronto, a cui i venditori oggi aderiscono su base volontaria, che conseguentemente non sarà più operativo”. Nell’ultimo passaggio, infine, o terza fase (da concludersi entro i successivi 3 mesi), è prevista la raccolta di tutte le altre offerte di energia elettrica e di gas naturale rivolte alla generalità dei clienti finali (pubblicizzate o diffuse sui siti internet dei venditori, presso i loro sportelli, su tutti gli altri siti internet e sui principali mezzi di informazione con copertura territoriale almeno pari alla regione). Proprio per facilitare l’accesso al portale, il servizio sarà fruibile da qualsiasi dispositivo di connessione a internet (smartphone, tablet, pc) e in pochi click l’utente sarà messo in condizione di scegliere il tipo di fornitura, energia elettrica, gas o dual fuel, indicando il proprio profilo di prelievo (a regime anche attraverso un simulatore che consentirà di effettuarne una stima) e il tipo di offerta desiderata, a prezzo fisso o variabile. La piattaforma diverrà anche mezzo di conoscenza a disposizione del cliente in vista del superamento del mercato tutelato previsto dal 1° luglio 2019. Al suo interno saranno visualizzate agevolmente tutte le offerte disponibili, con eventuali sconti, ordinate e filtrate in base alle proprie preferenze. In futuro, si legge sul sito dell’Arera, sono previste ulteriori implementazioni del portale che consentiranno di offrire servizi avanzati, tra cui, per esempio, il calcolo della spesa associata alle offerte visualizzate dall’utente sulla base del suo profilo di consumo storico effettivo, e più avanti ancora anche le offerte per i clienti prosumer (chi ha per esempio un pannello fotovoltaico, un mini-eolico o comunque un dispositivo di microgenerazione), inserendo anche le fonti energetiche rinnovabili e completando così la gamma delle offerte disponibili. The post Energia, a luglio il nuovo portale dell’Autorità per la comparazione online delle offerte di luce e gas appeared first on Key4biz.
Grazie a Qualys le aziende ripensano la sicurezza per agevolare la Digital Transformation
La rivoluzionaria Qualys Cloud Platform assicura visibilità senza pari, sicurezza end-to-end alle aziende per tutte le risorse IT e compliance al GDPR Qualys, pioniere e fornitore Leader di soluzioni di sicurezza e compliance basate su cloud, offre una suite di soluzioni integrate, automatizzabili e scalabili in grado di proteggere continuamente ogni device connesso in rete, permettendo alle aziende di identificare proattivamente i rischi della propria infrastruttura IT e delle applicazioni web. In particolare, la Qualys Cloud Platform consente la valutazione costante dello stato globale di sicurezza e di conformità dell’azienda, l’identificazione delle risorse compromesse, la messa in sicurezza del processo di Digital Transformation e garantisce una drastica riduzione dei costi. Inoltre, con l’entrata in vigore del regolamento europeo sulla protezione dei dati, grazie a Qualys ogni azienda può disporre di tutte le informazioni necessarie per verificare il livello di aderenza a quanto previsto dalle nuove normative. La Qualys Cloud Platform include 15 app totalmente integrate, che condividono in modo nativo i dati che acquisiscono per l’analisi e la correlazione in tempo reale. Tra queste, si distinguono: le app per la gestione delle risorse, con l’Asset Inventory che fornisce la piena visibilità delle risorse IT globali; quelle per la sicurezza IT con il Vulnerability Management per il rilevamento e la protezione contro qualsiasi attacco e gli avvisi in tempo reale sulle irregolarità di rete, e con il modulo di Indication of Compromise per il monitoraggio costante degli endpoint per rilevare le attività sospette. Per la sicurezza delle applicazioni web è invece prevista la Web Application Scanning che assicura la protezione end-to-end delle applicazioni web, mentre per il monitoraggio e l’automazione della conformità, sono disponibili i moduli di Policy Compliance, PCI Compliance e File Integrity Monitoring, per tracciare e monitorare le modifiche ai file sui sistemi IT. La piattaforma Qualys è, da sempre, as-a-service e garantisce diversi vantaggi: non è richiesto alcun dispositivo hardware da acquistare o plug-in da gestire; i costi di amministrazione e di gestione sono drasticamente ridotti e non ci sono costi nascosti; la manutenzione ed il supporto sono gratuiti; l’impiego del SaaS assicura la massima scalabilità e consente di aggiungere automaticamente utenti e servizi, quando e se necessario. “La trasformazione digitale crea nuove opportunità per le aziende, esponendole però ad ulteriori rischi di sicurezza e ogni impresa deve impegnarsi a proteggere i propri dati e quelli dei clienti”- sottolinea Emilio Turani, Regional Director Italy di Qualys –. “Gli asset collegati alla rete crescono in maniera esponenziale ed il GDPR impone massima visibilità per garantire la protezione globale ed un approccio basato sui principi di ‘Security by design’ all’interno dei processi aziendali. Con la Qualys Cloud Platform assicuriamo soluzioni semplici e visibilità totale senza appesantire le risorse IT.” Oggi i CISO devono disporre di una visione d’insieme dell’infrastruttura tecnologica per poter agire in modalità proattiva, definire i processi e minimizzare il costo di possesso della security. La flessibilità SaaS di Qualys assicura una piattaforma altamente adattabile a qualunque ambiente e consente di aiutare i propri clienti a tenere il passo con l’innovazione. “Qualys opera in Italia attraverso una filiale attiva su tutto il territorio nazionale – continua Turani – ed il nostro modello di Go-to-Market prevede di operare attraverso partner qualificati con un approccio qualitativo basato sul ‘Direct Touch’ verso i clienti, sia in fase di prevendita che di post vendita. Il nostro canale è ‘trusted’, certificato e capace di assicurare valore aggiunto al fine di essere riconosciuto a livello consulenziale, secondo le richieste più esigenti del mercato.” The post Grazie a Qualys le aziende ripensano la sicurezza per agevolare la Digital Transformation appeared first on Data Manager Online.
Chief data officer, le ricette per il successo
Qual è il ruolo del chief data officer? A chi deve riportare? Al CIO o al CEO oppure a un altro top manager?Ecco come valorizzare efficacemente la funzione del CDO per sviluppare una data strategy efficace e ottenere un valore di business sostenibile Il mondo Big Data si trova adesso in una zona pericolosa. Ci sono molte ricette tecnologiche magiche da provare, ed è davvero un momento di grande fermento. Però, per ottenere un valore di business sostenibile con queste tecnologie, è necessario prestare la dovuta attenzione alla costruzione e alla maturazione delle nostre capacità di analytics dei dati. È in questo ambiente che la funzione del chief data officer (CDO) svolge un ruolo sempre più importante. In sostanza, il CDO è responsabile dell’accelerazione dell’innovazione e della trasformazione delle imprese attraverso la gestione strategica e l’uso di dati e analytics. Nel 2015, c’erano solo poche centinaia di chief data officer a livello globale: da allora, ne sono stati assunti oltre 1.300, portando il totale a oltre duemila, superando il numero di chief digital officer. Ma come si può valorizzare efficacemente la funzione del CDO? È necessario stabilire un framework integrato di capacità che riunisca persone, processi, architetture e tecnologie, e che abbracci una visione end-to-end per dati e analytics. Le eventuali lacune in questo framework, se non affrontate, potrebbero compromettere la possibilità di ricavare valore continuo dagli investimenti in Big Data. Il ruolo del chief data officer – A chi deve riportare il chief data officer? Al CIO o al CEO oppure a un altro top manager? E il suo ruolo dovrebbe comprendere sia dati sia analytics oppure è meglio che si concentri esclusivamente sui dati? È principalmente un ruolo strategico o dovrebbe essere fortemente orientato all’implementazione? Il chief information security officer (CISO) dovrebbe riferire al CDO? Il ruolo dovrebbe essere principalmente “difensivo”, ovvero dedicato alla compliance normativa, oppure “offensivo”, cioè orientato alla crescita e a monetizzare i dati presenti in azienda? Si tratta di domande rilevanti che vanno affrontate in anticipo quando si stabilisce il ruolo. E le risposte dovrebbero essere riviste e perfezionate ogni 3-5 anni, in modo da poter affrontare i cambiamenti negli obiettivi e nella struttura dell’organizzazione. Negli ultimi anni, si è visto il ruolo del CDO spostarsi dalla “difesa”, cioè rischio e regolamentazione, alla posizione di “attacco”, nel senso di creazione e crescita del valore. Gli obblighi normativi potrebbero aver svolto un ruolo significativo nel far nascere la necessità, la definizione e le aree di interesse per le prime funzioni del CDO, ma questo focus inizialmente rivolto alla “difesa” si sta ora spostando verso il posizionamento del CDO come un aspetto chiave della strategia di business. Il #ChiefDataOfficer è un ruolo di business e non tecnologico @derek_straussClick To Tweet I quattro pilastri fondamentali – Nella nostra esperienza, l’ufficio del CDO dovrebbe affrontare quattro pilastri fondamentali: 1) Governance dei dati; 2) Analytics e data science; 3) Architettura dei dati; 4) Sviluppo e operazioni sui dati. Questi team possono o meno riferire direttamente al CDO, ma è fondamentale che il CDO abbia un’enorme influenza su ciò che viene fatto in queste aree per supportare l’attuazione della strategia dati e analytics, che richiede di condividere le responsabilità. Data l’importanza cruciale della sicurezza delle informazioni, il ruolo del CDO deve avere un controllo rilevante sulle attività del CISO, utilizzando la governance dei dati per stabilire le regole in materia di sicurezza delle informazioni. Per quanto riguarda l’organizzazione, abbiamo osservato molti CDO a riporto diretto sia del CEO sia di altri top executive nell’ambito di progetti di digital transformation o di servizi condivisi, ma l’idea di base è che il CDO è un ruolo di business e non tecnologico. È anche importante distinguere tra i ruoli del chief data officer e dell’altro CDO, il chief digital officer. Quest’ultimo ruolo, di norma strettamente allineato con il chief marketing officer, è responsabile dell’adozione delle tecnologie digitali in azienda, della messa a punto e dell’esecuzione di strategie social che accrescono la fedeltà e la reputazione dei brand sui social network. Questi scopi vengono ottenuti determinando chi sono e dove sono gli influencer; attraverso l’empowerment degli influencer con strumenti per spingere il messaggio e il brand; attraverso l’ascolto delle diverse community di utenti interni ed esterni e impegnandosi in un dialogo bidirezionale con i clienti. Come sviluppare una data strategy efficace – La strategia dovrebbe affrontare diversi aspetti, tra cui: 1) Dati accessibili, accurati e utilizzabili; 2) Architettura dei dati flessibile e scalabile; 3) Migliori controlli e governance dei dati per garantire il miglioramento continuo delle risorse di dati presenti in azienda; 4) Migliori insight per l’azienda e i suoi clienti. Usare gli acceleratori per avviare il programma Data e Analytics – Il Gavroshe Seven Streams Framework offre un approccio completo per garantire soluzioni di gestione dei dati efficaci e di lunga durata, in linea con le esigenze strategiche. Tramite questo framework, le persone, i processi, la tecnologia e i dati necessari alle aziende e alle agenzie sono presi in considerazione per sfruttare i propri dati come una risorsa e raggiungere più rapidamente gli obiettivi di business. Seven Streams – Nella nostra esperienza, il CDO di successo deve concentrarsi su 7 flussi di attività (“Seven Streams”) per una gestione dei dati strategica: 1) Governance dei dati su definizione del Consiglio sulla governance dei dati, per la politica dei dati e il processo di gestione dei dati; 2) Architettura dei dati per la creazione di un’architettura di riferimento dei dati e del processo di modellazione dei dati; 3) Sviluppo degli asset di dati per la pianificazione, progettazione, sviluppo e distribuzione iterativi di asset dati di classe enterprise, attraverso l’implementazione di DataOps; 4) Qualità dei dati per la profilazione, mappatura e pulizia degli elementi dati critici; Contesto dei dati – sviluppo di un glossario di business e di un percorso dei dati; 5) Analytics per supportare l’implementazione di set di strumenti di business intelligence e di advanced analytics; 6) Abilitare la data science, comprendente il supporto per il percorso cognitivo dell’organizzazione; 7) Infrastruttura per gestire
AssetProtection. (Cyber) security e social accountability, due facce della stessa medaglia?
Parlare di (cyber) security e responsabilità sociale insieme potrebbe sembrare il maldestro tentativo di fare un’operazione matematica “mettendo insieme mele e pere”. Ci hanno insegnato sin dalle elementari che non si fa. Però proseguendo con gli studi, ci hanno anche insegnato – si spera – a non fermarci alle apparenze, ad attivare un po’ di sano senso critico. Ed è ciò di cui abbiamo più bisogno ora; è il momento di crescere collettivamente, di adattarci ad un contesto che il digitale ha reso profondamente differente rispetto al passato. Ma se siamo dotati di senso critico, allora perché chi svolge la propria attività sotto il cappello della sostenibilità e si occupa di CSR non vuole saperne niente di privacy e security? Ed ancora, perché chi fa security ritiene che le vulnerabilità Meltdown e Spectre siano l’evento dell’anno, ma fa spallucce quando arriva la bacchettata dalla Commissaria UE alla Giustizia perché l’Italia, con la scusa delle elezioni, è indietro sul recepimento del GDPR a soli 100 giorni dalla data limite fissata? Come se poi le questioni politiche non avessero anche a che fare con i sistemi IT. Insomma tutti al riparo, ciascuno nel proprio orticello (professionale e linguistico). Allora ripartiamo dall’inizio. Proviamo ad inquadrare la situazione con un sillogismo aristotelico. Affermazione A: Informazioni e strumenti digitali sono pericolosi, se poco o mal governati. Affermazione B: Una porzione significativa della popolazione mondiale (più di quattro miliardi di persone connesse) è a stretto contatto con informazioni e strumenti digitali. Conclusione: Una porzione significativa della popolazione mondiale è in pericolo se governa poco o male informazioni e strumenti digitali. Corretto? E non stiamo parlando di pericolo economico. Stiamo parlando di pericoli non quantificabili, come la violazione dei diritti dell’uomo. Ad esempio, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea si parla di diritto alla protezione dei dati di carattere personale (ex. Art. 8). Per comprendere quanto sia concreta l’urgenza di includere la (cyber) security nell’ambito della responsabilità sociale basti riflettere sul modo in cui si sta rapidamente modificando il settore industriale. Uomini e macchine “intelligenti”, ma pur sempre governate da software e connesse a reti violabili, sono a contatto strettissimo. Paradossalmente, un Responsabile Sicurezza Prevenzione e Protezione dovrebbe essere un esperto in informatica per comprendere se le misure di governo sui sistemi IT siano idonee a garantire l’incolumità delle persone; ma sappiamo bene che questa non è la realtà. Infine qualche ulteriore problema lo genera anche un altro grave errore concettuale generalizzato: classificare linguisticamente le persone a seconda degli ambienti nei quali svolgono le loro attività ed interagiscono con altre persone. Una persona al lavoro è una risorsa. Una persona a casa è un marito o una mamma. Una persona che prende un mezzo di trasporto è un passeggero, una persona che acquista è un cliente e così via discorrendo. Non si può più credere di applicare alcune specializzazioni professionali a singole classificazioni nominali. Con questo non dico di risolvere il problema con una disastrosa “tuttologia”, alla quale in ogni caso i media tentano di abituarci, bensì con un atteggiamento orientato alla convergenza delle competenze. Anche l’organizzazione Global Reporting, una vera e propria punta di diamante nella definizione dei criteri per la messa a punto dei bilanci di sostenibilità, sembra ancora non aver bene messo a fuoco la questione. Il tentativo di portare la privacy nella rendicontazione di sostenibilità c’è (si veda il modulo GRI 418 – Privacy del cliente), ma la struttura è ancora molto spoglia, troppo debole. Invece il SAI (Social Accountability International), che si occupa di promuovere i diritti dei lavoratori in tutto il mondo, ha deciso di non considerare neanche minimamente la questione nell’ultima versione dello standard SA8000 del 2014. Ma almeno i professionisti che si occupano della materia ne comincino a discutere. Che trasmettano l’urgenza di colmare tutte le lacune che emergono in un sistema che non tiene conto delle innumerevoli implicazioni connesse allo sviluppo tecnologico degli ultimi vent’anni. Che si attivino mentalmente, con uno spirito rinnovato. Per aiutare la società a progredire, a crescere, attraverso adeguati processi di conoscenza e di sostenibilità. The post AssetProtection. (Cyber) security e social accountability, due facce della stessa medaglia? appeared first on Key4biz.
Retina artificiale, a Milano primo impianto a non vedente
Al San Raffaele di Milano eseguito l’impianto di una protesi sottoretinica a una donna non vedente di 50 anni L’impianto della retina artificiale per consentire il recupero della vista a chi ne ha subito la perdita a causa di gravi malattie genetiche è finalmente realtà. Ad eseguirlo per la prima volta con successo in Italia è l’unità di oculistica dell’ospedale San Raffaele di Milano su una donna non vedente di 50 anni, che ora è in attesa dell’accensione del microchip che stimolerà gradualmente la retina, consentendole di riabituarsi alla vista. L’intervento, condotto da un’équipe di specialisti in chirurgia vitreoretinica e oftalmoplastica diretta dal professor Francesco Maria Bandello, può essere risolutivo per malattie come la retinite pigmentosa, ripristinando la percezione della luce e delle sagome dell’ambiente esterno. Come funziona il microchip? Il microchip misura circa tre millimetri e contiene 1.600 sensori: inserito al di sotto della retina, in modo da stimolare il circuito nervoso che naturalmente collega l’occhio al cervello, si sostituisce all’attività delle cellule malate. L’intervento, finanziato da Banca Mediolanum, è durato quasi undici ore ed è stato diretto da Marco Codenotti – responsabile del servizio di Chirurgia vitreoretinica del San Raffaele -, coadiuvato, per la parte extraoculare, dal dottor Antonio Giordano Resti, responsabile del servizio di Chirurgia oftalmoplastica dello stesso ospedale. “Attualmente – sottolinea l’ospedale – questo nuovo modello di protesi sottoretinica è stato impiantato solo in pochissimi pazienti ed esclusivamente in due centri europei. A seguito dell’intervento, ci aspettiamo nella nostra paziente una stimolazione retinica che gradualmente potrà portarla a reimparare a vedere”. The post Retina artificiale, a Milano primo impianto a non vedente appeared first on Data Manager Online.
Thomas Miao
CEO, Huawei Italia Thomas Miao è il nuovo CEO di Huawei Italia. Succede a Edward Chan, promosso a una carica europea. Thomas Miao vanta oltre 15 anni di esperienza all’interno di Huawei dove ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità in vari ambiti. Ha iniziato la sua carriera come Ingegnere del Software presso il centro di Ricerca e Sviluppo di Huawei a Shanghai per poi diventare nel 2005 responsabile del cliente Vodacom nella sede di Huawei in Sudafrica. Dopo alcuni anni trascorsi prima in Russia come Direttore del Dipartimento Sales Management e poi in Ucraina come CEO, Thomas Miao approda in Italia nel 2016 con l’incarico di Deputy General Manager. Nato nel 1977, Thomas Miao ha conseguito la Laurea in Ingegneria Informatica presso la Zhejiang University of Technology di Hangzhou in Cina. The post Thomas Miao appeared first on Key4biz.
Airbus, prima prova per il taxi volante
Il drone monoposto Vahana si è alzato da terra
Le 4 aree della blockchain

Fonte: mikequindazzi The post Le 4 aree della blockchain appeared first on Key4biz.
5G, chi parteciperà all’asta? Iliad, Open Fiber e Fastweb alla finestra
Scade il 30 aprile il termine ultimo entro il quale l’Agcom dovrà definire le procedure di gara per l’assegnazione dei diritti d’uso delle frequenze 5G. Si tratta di 60 Mhz in banda 700 Mhz; 200 Mhz in banda 3.6-3.8 Ghz e 1 Ghz in banda 26.5-27.5 Ghz. Col passare del tempo cresce la suspence, per capire chi si presenterà ai nastri di partenza. I nuovi entranti stanno aspettando di vedere cosa deciderà l’Agcom per sciogliere la riserva. La gara La Legge di Bilancio 2018 approvata in Parlamento prevede di assegnare agli operatori Tlc, mediante asta competitiva, 60 Mhz in banda 700Mhz (libere dal 2022) ma anche 200 MHz nella banda 3.6-3.8 GHz (la banda 3.4-3.6 non è ora utilizzabile in quanto 74MHz sono nella disponibilità della Difesa e i rimanenti 124 MHz sono destinati fino al 2023 – con probabile proroga al 2029 – al servizio wireless fisso) e 1 GHz compreso tra i 26.5 e i 27.5 GHz. Chi parteciperà all’asta? Come saranno organizzati i lotti a gara? Lotti piccoli per favorire l’ingresso di nuovi entranti? Ci sarà un lotto riservato ai nuovi entranti su ognuna delle bande a gara? Quale sarà l’orientamento del Mise per fissare la base d’asta? Sarà una gara che si chiuderà su base d’asta o ci saranno diversi rilanci fra i contendenti? Incognita Iliad, Fastweb e Open Fiber Data per scontata la presenza all’asta frequenze 5G delle telco tradizionali (Tim, Vodafone e Wind Tre) resta da capire se anche i nuovi entranti – in primis Iliad, OpenFiber e Fastweb – (senza escludere a priori gli OTT) parteciperanno o meno alla gara. Iliad parte in svantaggio? Ad una prima analisi sui possibili nuovi entranti, Iliad sembra l’operatore con meno probabilità di prendere parte alla gara. Al di là delle dichiarazioni di intenti e della disponibilità economica (Iliad ha dichiarato un miliardo di fondi da investire in Italia nei prossimi 10 anni), al momento l’operatore low cost non è ancora partito con la sua offerta commerciale in Italia. Rispetto alla concorrenza, il quarto operatore transalpino ha quello che sembra a tutti gli effetti un handicap oggettivo, vale a dire la mancanza di una rete fissa in fibra ottica nel nostro paese. Di fatto, Iliad in qualità di operatore mobile in Italia, si muoverà come un Mvno potendo contare sulle frequenze in sharing ottenute da Wind Tre come rimedi della fusione. Negli ultimi tempi è emersa inoltre la possibilità di un accordo con Inwit, la società delle torri di Tim, che potrebbe cedere capacità all’ingrosso alla società di Javier Neil. Per il 5G serve la fibra Per realizzare una rete 5G serve la fibra, tanta fibra ottica per collegare fra loro i ripetitori 5G. Per realizzare il network 5G saranno necessarie centinaia di microcelle, centinaia di location da affittare per installare le antenne che, soprattutto nelle città, dovranno essere molto “dense”, vale a dire molto numerose e a breve distanza l’una dall’altra. In mancanza strutturale di fibra di proprietà, Iliad dovrebbe affrontare prezzi “stellari” per realizzare una sua rete 5G, oppure integrarsi con un operatore di rete fissa. Ma per ora di questo non si è mai parlato concretamente, a parte alcune aperture nei confronti di Open Fiber. Realizzare la nuova infrastruttura costa caro, soprattutto senza le location dei siti per le antenne. In città, come detto, per il 5G non basteranno più pochi grandi stazioni base (come per il 3G e il 4G), ma sarà necessario il roll out di centinaia di antenne. Fastweb punta sulla convergenza Fastweb da tempo dichiara di voler diventare un operatore mobile convergente al 100%. Ci aveva già provato con le frequenze in esubero della fusione fra Wind e Tre. Per fare il salto di qualità da Mvno a operatore mobile convergente, la società controllata da Swisscom ha bisogno di frequenze di proprietà, che in ottica 5G si sposerebbero bene con la rete in fibra dell’azienda. Con notevoli risparmi in termini di costi per il roll-out, che restano comunque elevati per il 5G. Di certo Fastweb potrebbe ottimizzare i cabinet di cui già dispone sul territorio per ospitare gli apparati 5G e collegare così la fibra alle antenne senza costi eccessivi per l’affitto dei siti. Un altro argomento all’arco di Fastweb è la volontà di entrare nel mobile puntando al 100% sul 5G, non avendo altre reti wireless (2G, 3G o 4G) di proprietà. Una condizione diametralmente opposta a quella delle telco dominanti (Tim, Vodafone e Wind Tre) che di fatto sono concentrate sul 4G e non hanno troppa fretta di voltare pagina anche per l’ingente mole di investimenti necessaria per il 5G. Open Fiber, modello wholesale anche nel mobile? Open Fiber, come Fastweb, potrebbe essere, in teoria, assai motivata a partecipare alla gara 5G. Dotandosi di nuove frequenze wireless, la società controllata da Enel e Cdp potrebbe anche decidere di entrare nell’arena del mobile, realizzando una rete wireless accanto a quella in fibra, proponendosi così come operatore wholesale anche nel mercato del mobile. Come nel caso di Fastweb, anche per Open Fiber in teoria l’interesse potenziale per le frequenze 5G sembrerebbe più pressante di quello degli operatori dominanti (Tim, Vodafone e Wind Tre). In questo senso, va detto che i 60 Mhz in banda 700 Mhz (quelli sulla carta più pregiati) non saranno disponibili prima del 2022. I 200 Mhz in bada 3.6-3.8 Ghz e il Gigahertz in banda 26.5-27.5 Ghz saranno invece disponibili da subito e anche questo aspetto potrebbe avere un suo peso in fase di gara. Vedremo. The post 5G, chi parteciperà all’asta? Iliad, Open Fiber e Fastweb alla finestra appeared first on Key4biz.