I 10 comandamenti della sicurezza informatica per proteggere i dati

Le dieci precauzioni da seguire se usiamo dei dispositivi elettronici o navighiamo online, evitando di rimanere vittime di un attacco hacker. Nella vita di tutti i giorni prendiamo delle precauzioni. Usciamo prima di casa se dobbiamo muoverci in mezzo al traffico, usiamo delle presine per prendere qualcosa di caldo in cucina oppure mettiamo una sciarpa se tira un vento freddo. E online? Ecco i 10 comandamenti per la nostra sicurezza informatica. Come abbiamo detto più volte la nostra sicurezza è in pericolo nella vita reale così come durante la nostra presenza in Rete. Anzi, al giorno d’oggi, per un malintenzionato è più facilerubare dei nostri dati e le nostre informazioni più riservate attraverso Internet rispetto alla vita reale. Il problema principale riguarda le precauzioni: nessuno si attiva per tutelare i propri dati personali durante l’uso dei vari dispositivi elettronici. Spesso tendiamo a sottovalutare i pericoli online. Ed è proprio in questo modo che si finisce vittime di un attacco hacker. Vediamo allora i 10 consigli per difendersi quotidianamente dai pirati informatici e aumentare la propria sicurezza informatica. Le connessioni pubbliche Salvo situazioni di emergenza o di estrema necessità evitiamo sempre di usarele connessioni pubbliche e quelle non protette. Soprattutto in grandi spazi pubblici come stazioni, centri commerciali o aeroporti. Gli hacker usano queste Reti per monitorare la nostra navigazione e rubare le nostre informazioni. Se proprio dobbiamo usare una rete non protetta evitiamo di accedere agli account dei nostri social network o al nostro indirizzo di posta elettronica. E soprattutto evitiamo di effettuare pagamenti o di monitorare il saldo bancario tramite app. Un consiglio in più poi è quello di usare sempre una VPN per tutelare la nostra privacy e proteggere la nostra navigazione. Non abilitare le Macro I malware allegati a documenti Word sono un classico dei cyber criminali. Questo tipo di attacco era sparito dalla circolazione negli anni passati ma recentemente è tornato di moda. Soprattutto sui Mac. Attenzione allora quando apriamo un documento Word, che ci sembra essere importante per lavoro o altro, e ci chiede di abilitare le Macro, non facciamolo altrimenti diamo il via libera al virus, che infetterà il nostro dispositivo. Attenzione agli allegati Lo abbiamo detto più volte: uno dei pericoli maggiori per la nostra sicurezza informatica sono gli allegati ricevuti via email. Prestiamo sempre attenzione al mittente del messaggio, alle volte sembra un documento di lavoro, della banca o della società del gas, e invece si tratta semplicemente di un cyber criminale. Attenzione anche agli allegati ricevuti dagli amici: potrebbero essere stati infettati da un virus che cerca di prendere possesso del nostro dispositivo. La regola dunque è sempre quella di prestare la massima attenzione, e chiedere conferma all’amico o al collega, che ci ha inviato il documento, se l’allegato sia davvero affidabile. Attenzione ai social media I social sono piattaforme divertenti dove incontrare persone nuove o dove condividere le proprie passioni con amici e parenti. Però sono anche uno strumento che espone in maniera non sempre sicura la nostra vita agli altri. Attenzione alle informazioni che pubblichiamo sui social. Ci sono stati svariati casi di furti causati da informazioni trasmesse su Facebook. Per esempio, se lasciamo la casa per un mese per andare a fare una lunga vacanza evitiamo di informare chiunque. Evitiamo anche di inserire dati sensibili come anno di nascita, residenza, contatto telefonico o account email, se non è davvero necessario. Occhio alle password Ammettiamolo le password sono una grossa seccatura. Al giorno d’oggi usiamo svariati account e ogni volta dobbiamo creare delle credenziali nuove per ognuno di questi servizi. La prassi per questo motivo è quella di creare password semplici da ricordare o, peggio ancora, di usare sempre la stessaper tutti i servizi. Ecco, non fatelo mai. In questo modo se un hacker riesce a prendere possesso di un vostro account potrà accedere a tutti i servizi che usate, rubandovi tutte le informazioni più riservate. Creare password complicate non è difficile, il problema è ricordarselo. Per questo possiamo usare un servizio di password manager, sperando che anche questo non sia vulnerabile agli attacchi hacker. Le impostazioni Controlliamo sempre le impostazioni, personalizziamole e soprattutto monitoriamo costantemente le autorizzazioni concesse alle applicazioni. Molte app al giorno d’oggi richiedono di prendere accesso alla nostra posizione, alla fotocamera, ai contatti e persino al microfono. Evitiamo di accettare tutto a cuor leggero. E ricordiamoci che ogni volta che aggiorniamole app queste autorizzazioni potrebbero essere sbloccate, perciò ricontrolliamo periodicamente ciò che concediamo e ciò che non concediamo alle varie app installate sui nostri dispositivi. Password del router Il settimo comandamento riguarda la connessione della nostra casa, del nostro negozio o del nostro ufficio. Il consiglio in questi casi è quello di cambiare in maniera periodica la password del router. Certo ogni modifica sarà scomoda, soprattutto i primi giorni, ma in questo modo eviteremo che un hacker possa infettare la nostra connessione e rendere la vita più difficile ai malintenzionati. Servizi bancari online Le banche al giorno d’oggi offrono diversi servizi online. Questi sono comodi e per un certo verso anche sicuri. Niente fila e soprattutto niente passeggiate nervose con i soldi in borsa per fare un bonifico. Anche in rete però dobbiamo prendere delle precauzioni. Evitiamo sempre di accedere al conto bancario online e ai vari servizi se siamo su una connessione non sicura. Inoltre facciamolo solo attraverso l’app ufficiale o sul sito della nostra banca e non da altre piattaforme. Prestiamo attenzione alle finte richieste per aggiornare il numero di conto o la password che possono arrivarci via e-mail. E soprattutto verifichiamo che i siti e-commerce dove acquistiamo siano affidabili. Blocco schermo Usiamo sempre il blocco schermo sui nostri dispositivi. E soprattutto usiamo dei sistemi difficili da decifrare. Attenzione a PIN e codici di sblocco con sequenze di movimento che possono essere facilmente osservati e registrati dai cyber criminali. Se il nostro smartphone lo permette potremo utilizzare il sensore delle impronte digitali per sbloccare lo schermo. O se abbiamo un telefono di ultimissima generazione anche la scansione dell’iride. Se non abbiamo queste caratteristiche usiamo un codice lungo e complesso, e evitiamo di impostarlo e digitarlo se ci sentiamo osservati. Verifica in due passaggi Come ultima precauzione ricordiamoci, quando possibile, di installare la verifica in due passaggi. Questo sistema prevede una password standard e un codice istantaneo inviato a un altro dispositivo di recupero via SMS per accedere a un servizio. Può essere un sistema leggermente più lento della classica password
Cybersecurity: attenzione alle offerte di lavoro

Secondo quanto dichiarato dagli esperti di sicurezza del Kaspersky Lab, attualmente sarebbero in corso diverse azioni malevole che hanno come obbiettivo coloro che sono alla ricerca di un lavoro. Esse si baserebbero sostanzialmente sull’invio di spam contenente finte comunicazioni da parte di recruiter e destinato all’installazione di malware. I ricercatori dell’azienda russa avrebbero quindi individuato delle tecniche di social engineeringorientate a trarre in inganno chi è pronto a valutare un’occasione d’impiego, soprattutto quando essa appare particolarmente interessante dal punto di vista dell’inquadramento professionale, dell’azienda citata e del trattamento economico atteso. Nel caso specifico, i destinatari del phishing inviato sarebbero stati invitati a scaricare un’applicazione appositamente dedicata alle ricerche di lavoro e a registrarsi in tale piattaforma. A completare il quadro, delle finestre pop-up correlate ad un non meglio definito sistema di “DDoS Protection” e la promessa di avere accesso ad un database creato da recruiter che operano per importanti società. Il malware utilizzato per l’attacco prenderebbe il nome di Trojan-Banker.Win32.Gozi.bqr, si tratta di una soluzione malevola abbastanza nota che ha lo scopo di acquisire informazioni bancarie per la sottrazione di denaro tramite bonifici, procedure che avvengono senza che il titolare del conto possa rendersi conto di quello che sta succedendo. Stando alle conclusioni di Kaspersky Lab l’operazione deve buona parte del suo successo ai Brand che vengono citati all’interno dei messaggi veicolati. A ciò si aggiunga l’utilizzo di URL particolarmente ben confezionate, in grado di ingannare chiunque non analizzasse con attenzione l’indirizzo Web del sito Internet visitato. Fonte: MrWebmaster.it
Mobile banking: aumentano i malware per il furto di credenziali

Nel primo trimestre del 2019 rilevato un aumento del 58% rispetto agli ultimi tre mesi dello scorso anno. I dati del team di ricerca di Kaspersky Lab mostrano un preoccupante aumento del numero di malware specificamente progettati per il furto di credenziali e denaro da account di mobile banking: nel primo trimestre del 2019, i ricercatori hanno rilevato 29,841 malware di questo genere, in aumento rispetto ai 18,501 degli ultimi tre mesi del 2018. Complessivamente, sono stati rilevati attacchi rivolti a più di 300,000 utenti. Questo è quanto emerso dal report IT threat evolution del primo trimestre del 2019. I Trojan per il mobile banking si attestano tra i malware più flessibili, pericolosi e con il tasso di evoluzione più rapido. Questo tipo di malware, in genere, ha come obiettivo principale quello di rubare il denaro direttamente dagli account di mobile banking degli utenti. In alcune occasioni, però, il furto è diretto ad altri tipi di credenziali. Il malware si presenta come un’applicazione legittima, come ad esempio un’applicazione bancaria. Nel momento in cui una vittima accede all’app bancaria che crede autentica, i cybercriminali ottengono le credenziali di accesso all’applicazione. Nel primo trimestre del 2019, Kaspersky Lab ha rilevato circa 30,000 variazioni nella famiglia dei banking Trojan, che hanno tentato di attaccare 312,235 utenti unici. Inoltre, i banking Trojan non solo sono cresciuti nel numero di campioni rilevati ma è anche aumentata la loro percentuale nel panorama generale delle cyberminacce. Nell’ultimo trimestre del 2018, i banking Trojans per mobile rappresentato l’1.85% di tutti i malware per mobile; nei primi tre mesi del 2019, ha raggiunto il 3.24%. In quel periodo, tra le famiglie di malware bancari che stavano prendendo di mira gli utenti, una specifica categoria era particolarmente attiva. Si tratta di una nuova versione del malware Asacub, che rappresentava il 58.4% di tutti i banking Trojan che hanno preso di mira gli utenti. Asacub è apparso per la prima volta nel 2015. I cybercriminali hanno dedicato due anni al perfezionamento del suo schema di distribuzione e, di conseguenza, il malware ha raggiunto il suo picco nel 2018, quando ha raggiunto 13,000 utenti al giorno. A partire da quel momento, il suo tasso di diffusione si è bloccato, ma nonostante ciò è rimasta una cyberminaccia molto pericolosa: nel primo trimestre del 2019, Kaspersky Lab ha scoperto che Asacub stava prendendo di mira a una media di 8,200 utenti al giorno. “La rapida ascesa dei malware finanziari per mobile è un segno preoccupante, soprattutto da quando i cybercriminali stanno perfezionando i loro meccanismi di distribuzione. Ad esempio, recentemente, i banking Trojan vengono nascosti all’interno di un dropper – la shell dovrebbe raggiungere il dispositivo passando sotto il radar di sicurezza rilasciando la parte malevola solo nel momento in cui lo raggiunge,” – ha detto Victor Chebyshev, Security Researcher presso Kaspersky Lab. Le altre statistiche sulle minacce online, relative al report sul primo trimestre 2019, includono i seguenti dati: Le soluzioni di Kaspersky Lab hanno rilevato e respinto 947,027,517 attacchi malevoli, provenienti da risorse online situate in 203 paesi in tutto il mondo. 246,695,333 URL uniche sono state riconosciute come malevole dai componenti antivirus web. Sono stati registrati tentativi d’infezione ai danni di 305,315 computer di utenti da parte di malware per PC, che puntano al furto di denaro attraverso l’accesso online agli account bancari. I file antivirus di Kaspersky Lab hanno rilevato un totale di 239,177,356 oggetti unici malevoli e potenzialmente indesiderati. Per ridurre i rischi d’infezione da parte di banking Trojan, si consiglia agli utenti di: Installare le applicazioni solo da fonti attendibili – come ad esempio gli app store ufficiali. Verificare le autorizzazioni richieste dalle app – se le richieste non corrispondono al loro compito specifico (ad esempio, un reader che chiede di accedere ai messaggi o alle chiamate), questo potrebbe significare che ci si trova di fronte ad un’applicazione pericolosa Utilizzare una soluzione di sicurezza affidabile per proteggersi dai software malevoli e dalle loro azioni, come la versione gratuita di Kaspersky Internet Security per Android. Non cliccare sui link contenuti nelle mail di spam. Non eseguire la procedura di rooting del device, poiché fornirebbe ai cybercriminali possibilità illimitate. Fonte: BitMat.it
Il 33% degli ex dipendenti ha ancora accesso ai file aziendali

Lo scarso controllo esercitato sugli accessi non autorizzati può aumentare esponenzialmente il rischio di data breach. Il rischio di perdita di dati aziendali aumenta esponenzialmente a causa dello scarso controllo esercitato sulle azioni dei dipendenti, ex o attuali. È quanto emerge da una recente ricerca di Kaspersky Lab, Sorting out digital clutter in business. I risultati mostrano che il 33% dei professionisti interpellati nel corso dello studio ha ancora accesso ai file e ai documenti del vecchio posto di lavoro. Gli ex dipendenti potrebbero anche usare questi dati per scopi personali, ad esempio, per cercare nuove opportunità professionali, oppure potrebbero cancellarli o danneggiarli per errore. In casi come questi il recupero dei dati potrebbe richiedere tempo e fatica, che potrebbero essere impiegati, invece, per attività aziendali più utili. Oggi le aziende sono completamente immerse nel mondo dei file digitali e utilizzano sempre più frequentemente applicazioni per la collaborazione, documenti online e servizi di file sharing: considerando questa situazione, può essere difficile tenere traccia della posizione esatta di certi dati digitali e delle informazioni che riguardano come, quando e chi può avere accesso ad essi. Quando ci si trova di fronte al fenomeno del “disordine digitale” questa mancanza di chiarezza non si limita solo a creare dei disagi dal punto di vista organizzativo: non essere in grado di mettere al sicuro le informazioni che si trovano online potrebbe determinare uno svantaggio competitivo o dei rischi per le aziende stesse. Il rischio di accessi non autorizzati ai file aziendali potrebbe essere determinato anche da figure imprevedibili, ad esempio, da parte di dipendenti che ormai non sono più parte dell’azienda, ma che hanno ancora accesso ad una serie di informazioni o fonti, come la posta aziendale, le app di messaggistica o i Google Doc. La situazione può rivelarsi particolarmente preoccupante, visto che tra questi asset possono esserci delle proprietà intellettuali, dei segreti di carattere commerciale o altri tipi di dati, da proteggere o da considerarsi confidenziali che, se non protetti in modo adeguato, potrebbero essere usati dai cybercriminali o dai competitor a loro vantaggio. Fra coloro che hanno partecipato al sondaggio di Kaspersky Lab sul tema, il 72% ha ammesso di lavorare con documenti che contengono diverse tipologie di dati sensibili. Lo studio dell’azienda ha, inoltre, rivelato che, a causa della confusione che spesso regna nella gestione e nel trattamento dei dati digitali, i dipendenti avrebbero bisogno di tempo anche solo per trovare i documenti o i dati giusti, soprattutto se archiviati in “luoghi” diversi. Il 57% del personale che fa lavoro d’ufficio ha ammesso di aver avuto delle difficoltà nel reperire un certo documento o un dato file. Consideriamo anche che una percentuale di intervistati molto simile a quella precedente (58%) ha dichiarato di utilizzare lo stesso dispositivo sia per il lavoro che per uso personale. Questo potrebbe voler dire che le informazioni archiviate su dispositivi diversi potrebbero essere Il disordine digitale potrebbe anche portare alla compromissione dei dati stessi, in caso di caduta nelle mani di terze persone, magari dei competitor. Tra le conseguenze di uno scenario di questo tipo potrebbero esserci anche sanzioni e azioni legali intentate da clienti dell’azienda che potrebbero essere giustificate, nel caso, da violazioni degli accordi di non divulgazione o dalle leggi in vigore sulla protezione dei dati. Il problema del corretto accesso alle risorse di lavoro è evidenziato anche dal fatto che solo un terzo (29%) dei lavoratori coinvolti dallo studio di Kaspersky Lab ammette di condividere il proprio nome utente e la password di un dispositivo di lavoro con un collega, ma sappiamo che, nell’odierna cultura dell’ufficio, fatta di spazi aperti e di modalità di lavoro collaborativo, i dipendenti sono sempre più spesso inclini a non porre alcun limite e a condividere tutto con i propri colleghi: graffette, idee, scrivanie, compiti da svolgere e persino i dispositivi. Le “cattive abitudini” in fatto di password e un atteggiamento poco attento e “permissivo” nella gestione dei dati aziendali sensibili potrebbero sembrare qualcosa di innocuo, o non portare direttamente a delle violazioni, ma indicano, in realtà, la necessità di una più ampia formazione sui possibili rischi. “Dati digitali in disordine e accessi senza controllo possono portare a violazioni e incidenti informatici ma, nella maggior parte dei casi, le loro dirette conseguenze sono interruzioni del lavoro d’ufficio, perdite di tempo e dispendio di energie, soprattutto per il recupero di dati che non si trovano nell’immediato. Per le aziende – soprattutto per quelle più piccole e in via di sviluppo, che si sforzano di essere efficienti e competitive al massimo – la situazione può rivelarsi molto spiacevole. Combattere il disordine digitale, gestire con attenzione i diritti di accesso e utilizzare soluzioni adeguate per la sicurezza informatica sono azioni che non solo mettono al riparo dai cyberattacchi, ma che garantiscono anche un workflow efficace e senza interruzioni. Se i file sono archiviati correttamente, i dipendenti possono dedicare tutto il loro tempo al raggiungimento degli obiettivi aziendali, avendo tutte le informazioni necessarie a portata di mano”, ha dichiarato Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky Lab. Per assicurarsi che il disordine digitale non porti confusione nelle pratiche di sicurezza dei dati, Kaspersky Lab consiglia alle aziende di: Definire i criteri di accesso ai vari asset professionali, incluse le caselle di posta elettronica, le cartelle condivise, i documenti online: tutti i diritti di accesso devono essere cancellati quando un dipendente lascia l’azienda. Ricordare regolarmente al personale le direttive aziendali in tema di cybersecurity, in modo tale che lo staff possa capire in modo chiaro cosa ci si aspetta da loro; in questo modo seguire queste regole diventerà normale e naturale. Utilizzare la crittografia per proteggere i dati aziendali memorizzati sui dispositivi. Fare sempre il backup dei dati per assicurarsi che le informazioni siano sempre al sicuro e che possano essere recuperate in caso di necessità. È fondamentale promuovere delle “best practice” quando si tratta di condivisione delle password tra i dipendenti: è buona norma non usare dati personali e non condividere informazioni o password con nessuno (né in azienda né fuori). Una funzionalità
6 consigli per non farsi sorprendere da un Cyber Attacco

Parole d’ordine: Connessione, Pianificazione, Pratica, Protezione, Coinvolgere, Considerazione. Tra le tante sfide impegnative che il Responsabile Affari Legali di un’azienda deve affrontare ogni giorno, nessuna è complessa e delicata quanto fronteggiare un attacco informatico. Già prima che si verifichi un incidente, c’è da considerare lo stress comportato dal fatto di non sapere a priori quando possa verificarsi, che non vi siano metodi garantiti per la prevenzione assoluta, e che qualsiasi organizzazione possa finire nel mirino. Secondo l’M-Trends Report 2019 di FireEye ci sono state violazioni informatiche praticamente in tutti i settori. Il Responsabile degli Affari Legali, prima di potersi concentrare sullo sviluppo di un adeguato piano di Incident Response (IR), si ritrova quindi a dover comprendere pienamente i rischi correlati a una futura violazione. “Gli attaccanti odierni non sono solo più sofisticati nelle attività di compromissione delle reti rispetto al passato, ma hanno anche perfezionato le loro abilità, così da rendere più difficile la loro identificazione una volta infiltrati all’interno di una rete aziendale”, dichiara Gabriele Zanoni, Consulting Systems Engineer di FireEye. Il report M-Trends 2019 di FireEye, infatti, ha rivelato che nel corso del 2018 il tempo di permanenza medio di un attaccante all’interno di una rete aziendale prima di essere scoperto è stato di 78 giorni. Questo è un arco temporale ampiamente sufficiente per acquisire e sottrarre dati critici come le proprietà intellettuali, le informazioni personali, i segreti commerciali e molto altro. Un aspetto molto importante che il Responsabile degli Affari Legali deve considerare è il costo di un incidente. Uno studio, presentato nel corso del 2018, ha rivelato che il costo medio globale di una violazione dei dati è di 3,86 milioni di dollari. Oltre a questo, ciò che deve essere considerato sono anche gli elementi intangibili: la perdita di reputazione dell’azienda, della fiducia dei clienti e degli azionisti, il tempo destinato alla risoluzione della violazione, la “distrazione” e i costi delle successive azioni legali necessarie. In aggiunta, potrebbe essere necessario tenere in considerazione anche altri costi, tra cui le multe, i miglioramenti per la sicurezza informatica, per i requisiti degli audit e per le implicazioni sulla produttività dei dipendenti. Il Responsabile degli Affari Legali non può e non deve fare tutto da solo, in quanto la sicurezza informatica è un’attività di squadra. Lo sviluppo e l’esecuzione di un piano forte di IR richiede cooperazione tra Ufficio Legale e CISO e il coordinamento tra i vari gruppi interni, come il dipartimento Finanziario e il Marketing coinvolgendo, inoltre, il Management e il Board e gli specialisti esterni. In questo nuovo mondo permeato dal rischio informatico, il problema più critico che gli Uffici Legali devono affrontare è la preparazione generale di tutto il team e il saper rispondere a una crisi a seguito della violazione. Un Responsabile degli Affari Legali ha però la possibilità di compiere alcuni passi chiave per garantire che la propria organizzazione sia preparata per affrontare un incidente informatico. FireEye identifica 6 passi fondamentali che un Ufficio Affari Legali può intraprendere per non farsi trovare impreparato davanti a un cyber attacco: Connessione: sviluppare relazioni con i manager aziendali e collaborare con il CISO per comprendere quali dati sono presenti in azienda e qual è la loro importanza, il loro livello di protezione e di vulnerabilità e quali sono i livelli di visibilità posseduti dal team di sicurezza per quanto riguarda gli asset IT Pianificazione: sviluppare e redigere un piano di IR. Identificare un team idoneo a seguire il caso di IR, che può comprendere il CEO, il CISO, il CMO, il consulente legale interno o esterno, i professionisti della comunicazione (PR, Investor Relations, etc), gli Incident Responder esterni e gli specialisti forensi Pratica: testare il piano di IR svolgendo esercitazioni di “Cyber-Crisis” assicurandosi che i membri del team interno di risposta agli incidenti e gli esperti esterni siano stati pre-identificati e reperibili Protezione: stabilire e mettere in sicurezza il segreto professionale tra avvocato e cliente – se possibile – e immediatamente dopo una violazione, coordinare le comunicazioni e la risposta agli incidenti attraverso l’Ufficio Affari Legali dell’Azienda Coinvolgere: fornire al Board regolari aggiornamenti che provengano dal CISO Considerazione: prevedere un’assicurazione informatica cyber e stipularla nel contesto di un programma assicurativo generale dell’azienda. Conoscere i costi di una violazione e valutare il rischio di una perdita di dati può infatti giustificare l’utilizzo di una assicurazione cyber “Nel mondo mobile e social di oggi, gestire una crisi in maniera tempestiva è fondamentale, soprattutto date le brevi scadenze previste dalla normativa, come il requisito delle 72 ore regolato dal GDPR”, conclude Zanoni. “Pianificare con anticipo un approccio comunicativo con il CMO e il CEO, mettendo in pratica risposte specifiche e mirate è ormai prassi necessaria in tutte le aziende.” Nel corso degli ultimi anni, abbiamo assistito al passaggio da una sfida di back office a livello IT a una questione di alto profilo a livello di Board. Per la maggior parte delle aziende una violazione non è più una questione di “se” ma di “quando”. Fonte: BitMat.it
Una persona su tre non sa come proteggere la propria privacy digitale

Cresce la digital privacy fatigue, un’apatia di lungo periodo che induce gli utenti a rinunciare a proteggere i propri dati sensibili. Kaspersky Lab ha recentemente condotto una ricerca dal titolo The Kaspersky Lab Global Privacy Report 2018 per scoprire cosa pensano le persone della propria privacy digitale. Vista la quantità di dati personali condivisi su Internet che continua a crescere, infatti, molte persone sono arrivate a pensare che qualsiasi tentativo di salvaguardare la propria privacy online sia ormai destinato a fallire. I risultati indicano che circa un utente su tre (il 32,3% a livello globale e il 24,8% in Italia) ha dichiarato di non sapere come proteggere del tutto la propria privacy online. Questo senso di impotenza nei confronti dei problemi legati alla privacy digitale, definito “privacy fatigue” (stanchezza da privacy), si associa spesso e paradossalmente alla tendenza ad una condivisione eccessiva di informazioni sui social network, senza prestare attenzione ai possibili rischi per la sicurezza. In questo momento è importante non abbassare la guardia: un atteggiamento poco consapevole o superficiale nei confronti della privacy online potrebbe portare gli utenti a diventare un bersaglio facile per i cybercriminali. In questo preciso momento storico, nel quale nove persone su dieci a livello globale (89,3%) e addirittura il 97,4% a livello italiano, dichiarano di essere online più volte al giorno, Internet è diventato qualcosa di essenziale per tutti. Questa tendenza ha portato gli utenti ad affrontare una sfida enorme: quella di tenere sotto controllo tutti i loro dati personali online. Secondo un recente sondaggio condotto da Kaspersky Lab, quasi un utente su cinque (17,3%) ha dichiarato di aver visto online informazioni private, o su sé stesso o sui propri familiari, che non avrebbero dovuto essere di dominio pubblico. Relativamente al campione italiano, questa percentuale è leggermente più bassa, al 10,5%. Questo dato, a livello generale, sale a quasi un quarto (22,3%) degli intervistati se si considerano le persone che hanno dei figli sotto i 18 anni. L’inutile sforzo che alcuni fanno per essere meno visibili su Internet porta ad una condizione chiamata “privacy fatigue” (letteralmente, stanchezza da privacy). La “privacy fatigue” si collega al vivere sempre sotto pressione, con una sensazione costante che terze persone possano approfittare delle informazioni personali e che ogni forma di resistenza verso questo fenomeno sia inutile. Alcuni, infatti, pensano di non essere in grado di opporsi alla violazione della loro privacy digitale. Circa un terzo (il 32,3% a livello globale e il 24,8% in Italia) delle persone coinvolte nel sondaggio di Kaspersky Lab ha dichiarato di non sapere come fare a proteggere pienamente la propria privacy online, mentre un utente su dieci (13,4%) avrebbe perso del tutto interesse rispetto a come migliorare ulteriormente il proprio livello di privacy (in Italia siamo quasi al 10%). Questo senso di inadeguatezza nei confronti delle questioni relative alla privacy ha influenzato anche il comportamento online delle persone. Circa un quinto (18,9% a livello globale e 17,2% per il campione italiano) degli intervistati ammette di non compiere alcuno sforzo ulteriore (come cancellare regolarmente la propria cronologia di navigazione o utilizzare speciali componenti aggiuntivi per bloccare le funzioni di monitoraggio online) per la protezione della propria privacy mentre naviga su Internet dai propri dispositivi. Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky Lab ha commentato: “La crescita dei casi di violazione dei dati, insieme alle difficoltà che si possono incontrare nella gestione dei dati personali online, porta spesso gli utenti a percepire una sorta di perdita di controllo; pensare alla loro privacy digitale è qualcosa di stancante o faticoso. Anche se non esistono soluzioni definitive, ci sono comunque tanti modi grazie ai quali è possibile ridurre i rischi. Al primo posto c’è una basilare attitudine alla “cyber hygiene”, ma è importante anche dotarsi di strumenti avanzati e di tecnologie che sono in grado di aiutare le persone a tenere sotto controllo lo stato della loro privacy digitale.” Questa sorta di “apatia” sul lungo periodo può anche portare a conseguenze problematiche. Oggi sono molti i cybercriminali che sono disposti a sfruttare la privacy delle persone per trarre un profitto di carattere economico, anche manipolando le informazioni degli utenti. Per proteggere al meglio la propria privacy digitale, Kaspersky Lab consiglia di: Iniziare a gestire in modo consapevole la propria vita digitale: è importante avere una lista dei propri account e controllare regolarmente se i dati sono diventati accessibili a livello pubblico. È utile anche avere un secondo account per le email. Utilizzare tool digitali speciali che permettono di navigare online in modo sicuro, come il Private Browsing, ad esempio, o verificare che applicazioni non attendibili non abbiano accesso alla webcam o al microfono dei dispositivi connessi. Installare delle soluzioni di sicurezza affidabili che includano anche un insieme di funzionalità per ridurre al minimo gli eventuali rischi di una violazione della privacy, come, ad esempio, Kaspersky Security Cloud, Kaspersky Secure Connection o Kaspersky Password Manager. Fonte: BitMat.it
Intelligenza artificiale per le imprese: come creare nuove opportunità di business

Ci troviamo in un momento storico entusiasmante in cui le aziende hanno la possibilità di creare novità e migliorarsi continuamente ma per farlo è necessario una determinata volontà di approfondire il tema AI per colmare il forte skill gap. L’innovazione è un terreno manageriale confuso e complesso che può portare spesso anche a vicoli ciechi nel processo di crescita strategica dell’impresa e di realizzazione della vision aziendale. Questo è vero soprattutto quando si deve affrontare l’innovazione attraverso l’uso di tecnologie dirompenti – disruptive come si dice solitamente – ed uno degli esempi più evidenti è l’Intelligenza Artificiale. Se è vero che non esiste un unico percorso strategico aziendale, la scelta della corretta applicazione della tecnologia come driver della digital trasformation deve puntare precisamente in direzione degli obiettivi strategici prefissati e non trascurare un corretto assessment della situazione tecnologica e organizzativa “as is”. L’Intelligenza Artificiale ormai è risaputo che punta a sostituire gran parte delle attività decisionali di routine all’interno delle aziende e nei servizi per la clientela. Ma fino a che punto ci si spinge e quanto è vero questo assunto? Molti manager inciampano spesso in due macro errori gestionali: infatti, o sopravvalutano notevolmente la tecnologia, influenzati dal meraviglioso storytelling mediatico che oggi si fa online e nei serial televisivi, oppure cortocircuitano il funzionamento di questi algoritmi equiparandoli a logiche di programmazione tradizionale. Entrambi i problemi derivano fondamentalmente da una scarsa conoscenza tecnica di come il mondo dell’AI funziona e di quali applicazioni è potenzialmente capace di svolgere. Ogni nuovo progetto di trasformazione digitale dei prodotti o dei processi deve sempre partire da una forte attività di introspezione strategica ed operativa in cui si deve valutare quanto si è pronti per raccogliere le nuove sfide che le nuove e più rigide arene competitiveci pongono davanti e valutare i percorsi strategici come strade incrementali e flessibili all’interno delle quali è possibile arricchire con l’AI la propria presenza sul mercato, con funzionalità nuove e intelligenti anzichè stravolgere la propria essenza di business. Ci troviamo in un momento storico entusiasmante in cui le aziende hanno la possibilità di creare novità e migliorarsi continuamente ma per farlo è necessario una determinata volontà di approfondire il tema AI per colmare il forte skill gap che si sta manifestando. Questo diviene fattibile non solo approfondendo il tecnicismo puro ma ampliando le competenza in più direzioni con livelli di approfondimento crescente in funzione del contesto strategico ed operativo di pertinenza. Si sta passando da una fase in cui le competenze T-shaped erano un must ad una fase nuova in cui il nuovo manager deve avere competenze “Star-shaped”. E’ questa la nuova vera sfida che dobbiamo affrontare per cui l’AI deve essere vista da una prospettiva di business e non più solo tecnologica. Fonte: Key4Biz.it
Sicurezza aziendale: il futuro è nel cloud

Il cloud offre un meccanismo di prevenzione e protezione superiore ai sistemi on-premise, permettendo alle aziende di massimizzare l’efficacia della protezione. Il successo o il fallimento di qualsiasi azienda, indipendentemente dalla dimensioni, ora dipende molto dall’efficacia della propria cybersecurity. Da un recente report di Linklaters è emerso che il numero di cyber attacchi di portata significativa è cresciuto di più del 50% negli ultimi tre anni e, secondo Accenture, costerà alle imprese 5,2 trilioni di dollari nei prossimi cinque anni. La scarsa cybersecurity non solo rischierà di portare le aziende sull’orlo della bancarotta, ma distruggerà anche la loro reputazione. La sfida della sicurezza Nel rispondere ad attacchi sempre più frequenti e sofisticati, le organizzazioni scoprono ora di essere incapaci e impreparate nel gestire autonomamente le attuali minacce. Questo non dovrebbe sorprendere se consideriamo la tendenza delle infrastrutture interne di molte grandi aziende a diventare velocemente obsolete e la complessità nel gestire e stabilire internamente la propria sicurezza aziendale. Perché un’azienda possa definire le proprie operazioni come sicure, ha bisogno di sapere chi è presente nel suo sistema, in qualsiasi momento. Deve sapere quali sono le risorse a cui si può aver accesso, le azioni che vengono fatte e l’impatto che tutto questo ha sull’intero panorama della sicurezza interna dell’azienda. È praticamente impossibile avere una visione costante e completa di tutte queste informazioni senza affidarsi all’automazione e, per questo, è stato da sempre estremamente difficile per i team esperti di sicurezza sapere se l’azienda era davvero sicura e al sicuro. Inoltre questo meticoloso e necessario processo comporta una scelta obbligata tra il rimanere sicuri e l’evolversi velocemente. La crescita e rapida adozione del Cloud, comunque, assicura ora alle aziende di godere di una sicurezza superiore senza rinunciare a velocità, praticità o semplicità. Il Cloud regna supremo Secondo Gartner, i carichi di lavoro dell’infrastruttura as a service (IaaS) del public cloud subiranno almeno il 60% in meno di incidenti di sicurezza rispetto a quelli nei data center tradizionali entro il 2020. Noi di AWS crediamo che questo sia possibile perché il cloud offre un meccanismo di prevenzione e protezione superiore ai sistemi on-premise. Permette alle singole aziende di definire, applicare e controllare facilmente le autorizzazioni degli utenti a servizi, azioni e risorse – limitando ogni accesso non autorizzato – nonché proteggendo i dati a riposo e in transito e fornendo la visibilità necessaria per individuare i problemi prima che questi possano avere un impatto sul business. Per esempio, in caso di infiltrazione si attiverà una corretta soluzione del cloud che renderà illeggibili i dati grazie alla crittografia automatica. Tutto ciò migliora la sicurezza dell’azienda e riduce le possibilità di infiltrazione dell’intero sistema. Oltre a garantire una sicurezza superiore, il Cloud offre controlli di conformità che le organizzazioni non sono in grado di fornire efficacemente ed efficientemente ed è più agile dei sistemi on-premise, fornendo stabilità in ogni momento presente o futuro, ad un costo inferiore rispetto al mantenimento di infrastrutture fisiche. Fornire sicurezza quando conta davvero L’elevato livello di sicurezza che il cloud è in grado di fornire è attestato anche dal tipo di aziende che lo utilizzano. La stessa Defense Logistics Agency (DLA) degli Stati Uniti d’America, responsabile del supporto logistico al combattimento, ha recentemente spostato il proprio programma di insegnamento dai data center in loco alla realtà del Cloud commerciale di AWS. Questo è il primo caso di un’agenzia del Dipartimento di difesa che decide di ospitare sul cloud commerciale un’applicazione di gestione dell’apprendimento su larga scala comprendente dati sensibili. L’aggiornamento offre sicurezza, conformità e, per gli utenti finali, agilità, affidabilità, efficienza e velocità di consegna dei contenuti, fondamentale per il successo del loro percorso educativo. Crescono di pari passo sia le capacità del cloud, sia le prospettive di riuscire ad abbassare l’impatto della cyber criminalità. Tenendo a mente il costo che hanno i cyber attacchi sull’economia globale (stimati per 600 bilioni di dollari per anno), AWS suggerisce alle imprese che cercano di migliorare le proprie difese di prendere in considerazione di passare ai servizi in cloud non solo per la propria situazione finanziaria e per la propria reputazione, ma anche per la salute dell’economia nel suo insieme. Fonte: BitMat.it
Privacy: termina la fase di “tolleranza”. Al via ispezioni e controlli

A quasi un anno dalla effettiva entrata in vigore del GDPR, è giunto il momento di fare i conti con i reali rischi di sanzione per tutte le realtà che hanno l’obbligo di conformarsi al regolamento e che fino ad oggi hanno sempre rimandato di adempiere agli obblighi imposti. ANORC, da sempre a fianco di professionisti e imprese nel delicato processo di transizione digitale, si occupa nello specifico delle problematiche relative al trattamento dei dati personali, in particolare affrontando le criticità legate alle gravissime sanzioni cui si va incontro in caso di inadempienza alle disposizioni del Regolamento. L’art. 22 del Decreto legislativo 10 agosto 2018, n. 101 stabilisce che per i primi 8 mesi dall’entrata in vigore del decreto il Garante, in merito all’applicazione delle sanzioni amministrative, tiene conto della fase di prima applicazione delle disposizioni sanzionatorie, concedendo quindi un periodo di grazia per l’attuazione della sua attività ispettiva. Una fase di “tolleranza” che cesserà tra poco meno di due settimane. A partire dal 20 maggio 2019, infatti, le aziende e le PA dovranno essere pronte ad adempiere alle disposizioni regolamentarie e sostenere eventuali controlli o ispezioni da parte dell’Autorità che si avvale, ove necessario, della collaborazione di altri organi dello Stato per lo svolgimento dei suoi compiti istituzionali. Il Colonnello Marco Menegazzo, Comandante del Gruppo Privacy, articolazione dipendente del Nucleo Speciale Tutela Privacy e Frodi Tecnologiche della Guardia di Finanza, in un recente convegno, si è soffermato su uno degli illeciti penali elencati nel Titolo III del novellato codice riguardante la “Falsità nelle dichiarazioni al Garante e interruzione dell’esecuzione dei compiti o dell’esercizio dei poteri del Garante”, disciplinato dall’articolo 168. Specificatamente, il primo comma stabilisce che nel caso in cui il titolare, durante il corso di un accertamento dinanzi al Garante, dichiari o attesti falsamente notizie o produca atti o documenti falsi, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Si è fatto riferimento, in particolare e a titolo di esempio, al registro di trattamento, strumento tenuto dal titolare e, ove applicabile, dal suo responsabile, che consente di dimostrare non solo le attività eseguite in caso di supervisione da parte del Garante, ma anche di possedere una “fotografia” aggiornata dei trattamenti sviluppati in azienda o nella PA di appartenenza. Inteso, quindi, come strumento dinamico e non statico, esso si rivela utile allo stesso titolare che dovrà rendere conto, nel rispetto del principio di accountability,delle scelte effettuate (o non effettuate) motivandole e documentandole, in modo tale che esse siano tracciabili e messe a disposizione dell’autorità in caso di ispezioni. Il timore dell’inflizione della sanzione non deve ritenersi l’unico fattore che dovrebbe condurre il titolare al rispetto delle disposizioni in materia, ma è opportuno che egli comprenda il nuovo approccio contenuto nel GDPR. Il titolare deve dimostrare, infatti, la sostanza degli adempimenti e non rispettarli formalmente come accadeva in passato. L’adempimento delle richieste normative deve così essere dimostrato e non meramente eseguito. Fonte: Anorc.eu
Italiani più attenti alla sicurezza, ma mancano competenze digitali

I cittadini iniziano a prestare più attenzione alla tutela dei propri dati personali durante la navigazione; più virtuose le donne. Anche se i cittadini italiani sembrano prestare più attenzione alla propria privacy, utilizzando piccole accortezze per navigare in modo più consapevole e sicuro, restano delle lacune per quanto riguarda le reali competenze digitali e la conoscenza del linguaggio informatico. È la fotografia scattata da Boole Server, primo vendor italiano di soluzioni di protezione dei dati, che in occasione dell’ultima edizione della Milano Digital Week ha aperto le porte della propria sede nel capoluogo lombardo per una mattinata di confronto dedicata alla diffusione della cultura della cybersecurity. A quanti hanno accettato di rispondere, Boole Server ha sottoposto un breve questionario dal quale è emerso come i cittadini inizino a prestare più attenzione alla tutela dei propri dati personali durante la navigazione online, sia da computer che da dispositivi mobili, se pure con qualche eccezione. Alla luce delle risposte fornite, le donne da un lato sembrano più virtuose dichiarando di utilizzare password differenti per account diversi, ma dall’altro ammettono di avere l’abitudine di memorizzare le stesse su cellulari, note o agende. Quanto agli uomini, la metà di coloro che hanno risposto al questionario ha detto di utilizzare la stessa password per account diversi, mentre l’altra metà ha affermato di affidarsi a un apposito generatore di password. Un segnale positivo arriva dalle risposte sulle domande poste in merito al rischio di phishing (truffa di posta elettronica). La quasi totalità degli intervistati ha infatti risposto di controllare scrupolosamente il mittente delle mail prima di accedere al contenuto. Non conosce vie di mezzo, invece, il rapporto dei cittadini con le reti Wi-Fi pubbliche: se metà degli intervistati dice di nutrire una profonda diffidenza per questo genere di rete ed evita di collegarvisi, l’altra metà pur di navigare accetta tutte le policy senza leggere la relativa informativa. Diversa la percezione, in termini di tutela dai rischi, tra il PC e il telefono cellulare. La maggior parte degli intervistati ha dichiarato di non effettuare il log-out dai propri account su mobile in caso di momentanea sospensione dell’utilizzo del proprio dispositivo, affidando la difesa dell’accesso fraudolento al proprio smartphone a sistemi di blocco tramite riconoscimento facciale, impronta digitale o password. Un comportamento sintomo del fatto che ancora tanti cittadini non prestano lo stesso grado di attenzione e non usano gli stessi strumenti di messa in sicurezza dei computer anche sui cellulari. In realtà, attraverso questi ultimi si ha accesso all’intera vita digitale dell’utente: dai social network, alle app di messaggistica, fino ai dati relativi alle abitudini alimentari, di allenamento per non parlare dell’accesso ai profili bancari e sanitari. Se, quindi, quando si parla di tutela della propria privacy e della propria vita digitale sembra che i cittadini stiano iniziando ad applicare qualche accortezza in più, lo stesso non si può dire per la comprensione del linguaggio informatico di base: sulle risposte a domande relative a cookies, protocolli HTTP e HTTPS c’è ancora da lavorare e spiegare. Fonte: BitMat.it