Nuovo attacco hacker via pec con l’esca di una finta fattura

False fatture nelle caselle di posta elettronica certificata spingono gli utenti ad aprire il messaggio e scaricare un ransomware che sequestra tutti i file sul computer. I consigli per difendersi I ricercatori di sicurezza informatica di Eset hanno segnalato la presenza in Italia di un attacco hacker via pec (posta elettronica certificata). Questi messaggi contengono degli allegati in grado di infettare il sistema con una minaccia ransomware che lo renderebbe inutilizzabile in pochi minuti. I cibercriminali stanno diffondendo tramite pec delle finte fatture di aziende inesistenti. L’utente che si vede recapitare una fattura che non dovrebbe ricevere, incuriosito apre l’allegato. In quel momento scatta la trappola. Il ransomware infetta il sistema codificando tutti i documenti della vittima rendendoli completamente inaccessibili. A questo punto gli hacker contattano la vittima chiedendo un riscatto, spesso in bitcoin, per rilasciare la chiave di decriptazione e rendere nuovamente accessibili i file. Eset ha fornito un esempio del messaggio distribuito dai criminali al quale viene allegato il file infetto: “Oggetto: Emissione fattura SS059656. Buongiorno Allegata alla presente email Vi trasmettiamo copia PDF di cortesia della fattura in oggetto. Documento privo di valenza fiscale ai sensi dell’art. 21 Dpr 633/72. L’originale e disponibile all’indirizzo telematico da Lei fornito oppure nella Sua area riservata dell’Agenzia delle Entrate”. Come prevenire gli attacchi? Per evitare di cadere nel tranello è consigliato porre la massima attenzione a tutti i messaggi ricevuti tramite pec. Non aprire nessun allegato proveniente da mittenti sconosciuti o palesemente falsi. In caso il mittente fosse noto ma il contenuto della mail e l’allegato risultassero sospetti è bene contattarlo per chiedere direttamente conferma di quanto inviato. Eset consiglia inoltre di: Proteggere adeguatamente gli indirizzi email utilizzando una valida soluzione antimalware che integri un motore antispam; Cambiare, se non si è già provveduto a farlo, le password dei propri account creandone di complesse e abilitando dove possibile l’autenticazione a due fattori; Non utilizzare mai la stessa password per più servizi; Provvedere periodicamente al backup del sistema e in particolare dei documenti e dei file più importanti; Mantenere costantemente aggiornati il sistema operativo e la soluzione di sicurezza installata. Fonte: Wired.it
Con le valute e i pagamenti digitali cresce il rischio di attacchi informatici

Secondo Cybersecurity Ventures ogni 20 minuti avvengono 100 attacchi hacker su dati sensibili finalizzati all’ottenimento di un riscatto. Lo sviluppo della tecnologia di questi ultimi decenni ha parallelamente acuito le necessità di una maggior protezione dei dati. Sono infatti sempre più frequenti attacchi di tipo tecnologico e informatico verso organizzazioni aziendali che hanno lo scopo di utilizzare in modo fraudolento dati e tecnologie scippate ai loro creatori/produttori. Questa necessità ha fatto nascere un nuovo mercato ossia quello della sicurezza informatica o cyber security. I costi delle violazioni Secondo Cybersecurity Ventures ogni 20 minuti avvengono 100 attacchiransomware (attacchi hacker finalizzati all’ottenimento di un riscatto). Molti di questi sono diretti contro individui o piccole imprese, ma i pericoli sono evidenti anche a livello corporate. Dal 2005, Bloomberg ha registrato quasi 200 violazioni in tutto il mondoche hanno interessato almeno un milione di dati ciascuna; 48 di queste violazioni hanno toccato oltre 10 milioni di dati e si sono verificate negli ultimi cinque anni. In media, nel periodo in esame, ogni 36 giorni c’è stata una violazione per almeno 10 milioni di dati. Questo dovrebbe risultare particolarmente allarmante per Facebook e Apple che stanno spingendo verso pagamenti e valute digitali: le aziende tecnologiche infatti sono state di gran lunga le più colpite, con il settore che ha subito il 63% degli attacchi complessivi, che hanno colpito oltre 10 milioni di dati. Secondo Legal & General Investment Management queste violazioni hanno un costo che va oltre la reputazione. Facebook si trova alle prese con una multa da 1,6 miliardi di dollari e British Airways è stata condannata a pagare un miliardo. In base al regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), le ammende associate a violazioni significative dei dati possono arrivare fino al 4% delle entrate di una società – che vuol dire, per le grandi aziende, pagare miliardi di dollari. Queste cifre non rappresentano un spreco di risorse agli occhi dei dirigenti dei grandi gruppi. Secondo Forbes il budget di JP Morgan per la cybersecurity è stato di 500 milioni di dollari nel 2016, mentre per Bank of America Merrill Lynch’s era di 400 milioni di dollari, cifre enormi di per sé, ma che impallidiscono di fronte ai 20 miliardi dollari che il governo degli Stati Uniti ha messo a budget nel 2017 per la sicurezza informatica (Fonte: Nasdaq Global Indexes). Cyber Security Ventures stima inoltre che la spesa globale per la cyber security sia cresciuta di 35 volte tra il 2004 e il 2017 e andrà oltre il trilione di dollari nel 2021. Fonte: Money.it
Cybercrime, allarme di Confindustria: Italia vulnerabile ad attacchi informatici

Non solo Pil azzerato e recessione economica che fotografa una “Italia ferma”, il Centro Studi Di Confindustria lancia anche l’allarme sulla sicurezza informatica del nostro Paese. Secondo quanto afferma il Centro Studi di Confindustria nel suo rapporto di primavera presentato questa mattina “la minaccia cibernetica a livello globale è destinata a crescere, di pari passo con la progressiva digitalizzazione della società e l’evoluzione degli strumenti di attacco. E l’Italia è “particolarmente vulnerabile”. Lo studio ha quantificato che il costo degli attacchi cibernetici potrebbero mettere a rischio inoltre i benefici economici della digitalizzazione: nel 2030 potrebbero infatti arrivare a pesare per l’1,2% del Pil mondiale. Secondo quanto afferma il Centro Studi di Confindustria,” l’Italia, dato che si trova al 25/o posto su 28 in Europa per livello di competenze digitali, è per questo “particolarmente vulnerabile agli attacchi”. Nel corso del 2018 gli attacchi cibernetici si sono quintuplicati, colpendo a largo spettri diversi settori economici, con in testa quello dall’energia (11% del totale), seguito dai trasporti e da telecomunicazioni e finanza. Inoltre secondo i recenti sondaggi il 39% degli italiani ha subito un reato o conosciuto una vittima del cybercrime (in linea con la media globale). Le preoccupazioni maggiori che provengono dai cittadini sono il furto d’identità (81%) e dall’hacking dei social media (80%). Tra i crimini più temuti seguono poi le transazioni fraudolente bancarie o su carta di credito (71%), false chiamate, mail e sms (70%), il furto dell’account e gli acquisti online fraudolenti (68%). Fonte: CybersecItalia.it
Data breach, la metà delle aziende non testa i piani di cybersecurity

IBM Security ha annunciato i risultati di uno studio globale che esplora la preparazione delle aziende in relazione alla loro capacità di resistere e ripristinare l’operatività in seguito a un attacco cyber. Condotto dal Ponemon Institute e sponsorizzato da IBM Resilient,“2019 Cyber Resilient Organization” è lo studio annuale sulla resilienza informatica, arrivato alla quarta edizione, che evidenzia la capacità di una azienda di mantenere il proprio scopo primario e la propria integrità alla luce di un attacco informatico. Il sondaggio è stato condotto a livello globale e riporta le opinioni raccolte da più di 3600 professionisti della sicurezza e dell’IT di tutto il mondo, ha evidenziato come il 77% degli intervistati ha affermato di non avere un piano di risposta agli incidenti di cybersecurity applicato in maniera consistente in tutta l’azienda. Investire nella sicurezza porta ricchezza Mentre gli studi mostrano che le compagnie in grado di rispondere in modo rapido ed efficace, contenendo un cyber attacco in 30 giorni, risparmiano in media oltre 1 milione di dollari sul costo totale di un data breach, la mancanza di piani di risposta a incidenti di cybersecurity è rimasta costante nell’arco dei quattro anni su cui si è protratto lo studio. Delle aziende che hanno invece un piano in essere, più della metà (54%) non li testa regolarmente, trovandosi meno preparate a gestire efficacemente i complessi processi e la coordinazione necessari qualora vi sia un attacco. “Non pianificare è un piano per fallire rispetto alla necessità di rispondere a un incidente di cybersecurity. I piani di risposta agli incidenti devono essere testati regolarmente e necessitano il pieno supporto del board per investire nelle persone, nei processi e nelle tecnologie necessarie al mantenimento di tale programma,” afferma Ted Julian, VP del Product Management e Co-Founder di IBM Resilient. “Quando una pianificazione adeguata è affiancata da investimenti nell’automazione, vediamo aziende in grado di risparmiare milioni di dollari durante unattacco”. L’importanza del GDPR La prolungata difficoltà che i team di cybersecurity stanno affrontando nell’implementazione di piani di risposta a incidenti di cybersecurity ha impattato la conformità delle imprese alla General Data Protection Regulation (GDPR). Quasi metà degli intervistati (46%) afferma che la propria azienda deve ancora arrivare a una totale ottemperanza del GDPR, persino a un anno dall’anniversario dell’entrata in vigore della legge. La privacy sempre più prioritaria Le aziende stanno finalmente riconoscendo che la collaborazione tra privacy e sicurezza informatica migliora la resilienza digitale, con il 62%, che ritengono essenziale l’allineamento dei rispettivi team. La maggior parte degli intervistati crede che il ruolo della privacy stia diventato sempre più importante, specialmente con l’emergere di nuove leggi come il GDPR o il California Consumer Privacy Act, e stanno dando priorità alla protezione dei dati nelle decisioni d’acquisto per l’IT. Quando richiesto quale fosse il maggior fattore nella giustificazione delle spese per la sicurezza informatica, il 56% delle risposte si concentrava su perdita o furto di informazioni. Questo risulta particolarmente vero, con i consumatori che richiedono alle aziende di essere maggiormente proattive nella protezione dei propri dati. Secondo una recente ricerca di IBM, il 78% degli intervistati dice che l’abilità di una organizzazione nel proteggere i dati è estremamente importante, con solo il 20% che ha piena fiducia nelle aziende con cui interagisce riguardo il mantenimento della privacy dei propri dati. In aggiunta, la maggior parte dei partecipanti ha riportato la presenza di un privacy leader in azienda, con il 73% che dice di avere un Chief Privacy Officer, provando ulteriormente come la privacy sia diventata una importante priorità per le aziende. Fonte: CyberSecItalia.it
GDPR: le prime sanzioni comminate dai Garanti della privacy europei

Decorso il periodo transitorio c.d. di “tolleranza” che tutti gli Stati europei hanno osservato per consentire alle imprese di adeguarsi al nuovo sistema legato al GDPR 679/2016, è tempo delle verifiche e dei controlli (audit, ispezioni, indagini) nonché dell’irrogazione delle prime sanzioni amministrative. Da una prima analisi compiuta fino ai giorni d’oggi, possiamo affermare come le autorità di controllo (Garanti privacy in Europa) stiano tenendo un approccio ragionevole e ponderato in merito alle sanzioni per il mancato rispetto del GDPR, e ciò, in modo conforme a quanto dispone il regolamento stesso, secondo cui le sanzioni devono essere “effettive, proporzionate e dissuasive”. Dalla predetta analisi emerge altresì come tutte le sanzioni finora inflitte presentino un denominatore comune rappresentato dal mancato rispetto dell’Accountability, principio cardine del GDPR. L’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali GDPR 679/2016 ha, infatti, determinato un radicale cambiamento nell’approccio adottato nella regolamentazione della materia, introducendo nel sistema legislativo di settore principi prima estranei al nostro ordinamento ed attribuendo, tra questi, un ruolo di preminente centralità e di guida a quello così detto di “responsabilizzazione” del titolare e del responsabile del trattamento. Il termine in lingua inglese utilizzato dal Legislatore europeo per esprimere il concetto di cui si parla è quello di “accountability”, che trova in italiano la traduzione più adatta in“responsabilizzazione”, ma che necessita di un ulteriore sforzo interpretativo perché ne venga colto per intero il più ampio significato. Accountability infatti in inglese esprime un concetto diverso e più esteso della mera responsabilità. Per comprenderne appieno il significato possiamo dire che l’esigenza sottesa al principio di responsabilizzazione mira al raggiungimento della protezione effettiva del dato personale oggetto di trattamento: i soggetti che determinano finalità e mezzi del trattamento, o che trattano i dati per loro conto, dunque il titolare ed il responsabile del trattamento, devono si agire secondo le migliori prassi ma altresì dimostrare di aver posto in essere tutte le misure di sicurezza opportune e necessarie, fornendo una giustificazione al perché delle decisioni ed azioni intraprese. I Garanti privacy dell’Unione Europea hanno già comminato multe in vari Paesi tra cui Francia, Austria, Germania, Portogallo, Polonia ed Italia. Tra queste prime sanzioni, solamente quella inflitta dal Garante per la tutela dei dati personali francese a Google può dirsi eccezionale, sia perché di importo in assoluto più alto (50 milioni di euro) sia perché di particolare risalto mediatico (basti pensare che il destinatario della stessa è il colosso del web di origine californiana). Le prime sanzioni a livello europeo. Il Garante privacy francese vs Google Partendo dunque dalla sanzione più “pesante”, lo scorso gennaio, il Garante per il trattamento dei dati personali francese (Commission Nationale de l’Informatique et des Libértes – CNIL) ha condannato Google LLC ad una sanzione da 50 milioni di euro per violazione del GDPR, con riferimento al sistema Android per dispositivi mobili. La condanna ha avuto origine da due denunce presentate il 25 e 28 maggio 2018 (contestuali all’entrata in vigore del GDPR) dall’organizzazione None of Your Business – NOYB, fondata dal nemico dei giganti del web, il giovane attivista austriaco Max Schrems e dall’associazione di promozione dei diritti digitali La Quadrature du Net –LQDN-. Il CNIL, pur mantenendo informate le autorità di controllo privacy degli altri stati membri, ha innanzitutto ritenuto di potersi occupare personalmente dell’intera vicenda. Infatti, il GDPR prevede che vi sia, secondo il meccanismo dello Sportello Unico “one stop shop” di cui all’art. 56, un unico interlocutore europeo di privacy (autorità capofila) per le società operanti in più nazioni o che trattano dati di più interessati residenti in più nazioni. L’autorità capofila dovrebbe essere quella del Paese europeo dove risiede lo stabilimento europeo principale della società (nel caso in esame solo apparentemente l’Irlanda). A ben vedere, al momento in cui i reclami furono sottoposti al CNIL l’assetto prescelto da Google LLC non permetteva, anche ad avviso dell’Autorità privacy irlandese, di considerare l’Irlanda come stabilimento principale europeo e non c’erano circostanze che permettessero di identificarlo quale soggetto dotato di potere decisionale sulle operazioni di trattamento relative all’utilizzo del sistema operativo Android e alla sottoscrizione dei servizi proposti da Google LLC. Per tali motivi, il CNIL ha esaminato la vicenda autonomamente, fondando la sanzione su due distinte violazioni del regolamento. Esso, dapprima, ha contestato la violazione degli obblighi di trasparenza e informazione rilevando come Google non presenti all’utenza le notizie sulle modalità del trattamento in modo chiaro e facilmente accessibile. Alcune informazioni essenziali, quali, ad esempio, la finalità del trattamento, il periodo di conservazione, le varie tipologie dei dati coinvolti, sono sparse in diversi documenti, costringendo conseguentemente l’utente ad una navigazione complicata che richiede anche molte azioni, tra link e pulsanti, per raggiungere le informazioni utili. La seconda contestazione riguarda l’obbligo di indicare una base giuridica per il trattamento relativo alla pubblicità mirata, affinché venga reso lecito l’utilizzo di dati finalizzato alla personalizzazione dei messaggi pubblicitari. In base alla politica interna di Google questi trattamenti si fondano sul consenso dell’interessato. Un consenso che, però, a parere del CNIL, non è validamente ottenuto per le stesse identiche ragioni che giustificano la prima sanzione. Infatti, secondo il Garante privacy francese il consenso raccolto non è sufficientemente informato ai sensi del GDPR e neppure specifico e chiaro. Quando unaccount viene creato l’utente può modificare alcune impostazioni tramite il pulsante “più opzioni” ma questo non significa che il Regolamento sia rispettato. Difatti, tali opzioni sono azionabili in un menù secondario, ovvero, tramite una pratica ritenuta non molto corretta dalla Commissione francese; inoltre, costituisce una palese violazione il fatto che le caselline di questo menù siano preflaggate, e che l’utente, se contrario alla profilazione pubblicitaria, dovrà procedere alla deselezione delle caselle. Una pratica sicuramente contraria al GDPR, secondo cui il consenso deve provenire dall’interessato tramite un’azione positiva e chiara. Alla luce di tali contestazioni, il CNIL ha ritenuto di comminare a Google LLC una sanzione da 50 milioni di euro per violazione del GDPR. Una sanzione pecuniaria elevata ma allo stesso tempo lontana dai massimali previsti dal GDPR che prevedono multe fino al 4% del fatturato mondiale totale annuo dell’esercizio precedente. La sanzione comminata dal Garante privacy austriaco In
Proteggere l’azienda dalle frodi sui social media

Attenzione alle frodi sui social media: sono in crescita, con un aumento del 442% rispetto allo scorso anno. Attenzione alle frodi sui social media: oggi sono oltre tre milioni le persone che utilizzano regolarmente i social, con un incremento annuale del 9%. E sono molte le aziende (78%), che hanno un team dedicato alle attività social per coinvolgere direttamente i clienti e promuovere il brand online. Nonostante questo, perché l’83% dei clienti ha vissuto esperienze negative di social media marketing? Negli ultimi anni è aumentata la preoccupazione legata ai danni provocati dalla disinformazione sui social media per istituzioni e aziende. Le elezioni presidenziali USA del 2016 erano state contaminate da hacker russi che avevano compromesso i sistemi informatici collegati al voto in più di 20 stati. La Russia ha influenzato anche i canali social, tra cui Facebook, Twitter e YouTube, assumendo migliaia di troll per postare notizie false. Gli hacker hanno creato migliaia di account fittizi sui quali hanno pubblicato messaggi contro Clinton, alimentando rabbia e sospetto, arrivando persino a poter influenzare i voti reali. La disinformazione sui social media viene molto spesso associata alle interferenze sulle elezioni, ma queste campagne sono usate in modo significativo anche per ottenere ritorni finanziari. Per fornire un’idea della situazione, con la campagna Methbot nel 2016, hacker russi hanno effettuato lo spoofing di 6.000 domini e rubato 5 milioni di dollari al giorno in modo fraudolento. I criminali avevano creato un esercito di bot capace di controllare fino a 300 milioni di video pubblicitari al giorno, con il pagamento medio di 13,04 dollari ogni mille visualizzazioni controllate. Tra i brand colpiti anche l’editore della rivista Vogue. Il livello di sofisticatezza dei cybercriminali ha permesso di creare bot dotati della capacità di replicare azioni umane, con click simulati, movimenti del mouse e informazioni di login sui social network. Oggi le aziende possono coinvolgere clienti di tutto il mondo a livello digitale su una moltitudine di dispositivi – smartphone, tablet, laptop, orologi, televisori – in tempo reale. Queste interazioni digitali generano dati su tutto e tutti, tra cui clienti, dipendenti e fornitori di terze parti su ogni device, on-premise e cloud. Indipendentemente da dove risiedano, i dati sono informazioni di valore che possono essere compromesse dai cybercriminali per creare finti account sui social media che sembrano rappresentare l’azienda, utilizzando la tecnica dell’angler phishing. In un’analisi recente, Proofpoint ha rilevato che le frodi realizzate tramite finte pagine di supporto sui social media, create per rubare dati personali dei clienti, sono in crescita, con un aumento del 442% rispetto allo scorso anno. I clienti interagiscono sempre di più via social e digital con le aziende, per cui è fondamentale che le società prendano in seria considerazione le frodi sui social media e l’impatto potenziale che potrebbero avere sulle loro attività. Le tecnologie digitali si stanno evolvendo, così come le tecniche dei cybercriminali che vogliono sfruttare ogni eventuale vulnerabilità presente nei loro sistemi di protezione. Le minacce includono attacchi malware e phishing, contenuti pericolosi, furto di identità aziendale e di proprietà intellettuale, esposizione dei dati aziendali o dei clienti, minando il rapporto di fiducia. Le aziende colpite da tali attacchi subiscono anche impatti negativi sulla percezione e reputazione del loro brand. Gestire la presenza digitale di un’azienda è stata sempre un’attività manuale, realizzata ad hoc. I processi sono spesso reattivi e si focalizzano su un canale specifico. Data la portata dei rischi digitali, monitorare e proteggere tutti gli strumenti digitali in azienda è fondamentale, dai social media, all’esposizione dei dipendenti, dai domini web, alle applicazioni mobile e dark web. Per fare questo è necessaria una strategia basata su tre fronti per ridurre le frodi sui social media: scoprire le minacce, analizzando attivamente tutti i canali digitali 24/7 per stabilire il livello di rischio. Utilizzare la tecnologia per monitorare le attività digitali aziendali e controllare che siano protette. Dotarsi di adeguate misure di sicurezza per proteggere in modo preventivo l’organizzazione da frodi, attacchi e contenuti pericolosi ed evitare una crisi che danneggerebbe la reputazione del brand. Fonte: BitMat.it
Fatturazione elettronica positiva nei primi sei mesi

Fra le opportunità per le imprese, la possibilità di accedere a nuovi flussi di dati, di digitalizzare altri documenti e di dare impulso all’adozione di strumenti digitali. L’obbligo di fatturazione elettronica è entrato in vigore da sei mesi, e il 1° luglio scadrà la moratoria: cambieranno i termini di emissione e le sanzioni in caso di invio tardivo al Sistema di Interscambio (SdI). Fin qui, il bilancio della normativa è positivo. Sono 854 milioni le fatture elettroniche rivolte a imprese (il 54%), PA (2%) e privati (44%) inviate fra l’1 gennaio e i primi di giugno[1] da 3,2 milioni di partite IVA (il 64% delle imprese italiane, più dei 2,8 milioni di imprese soggette all’obbligo). Soltanto il 3% (25 milioni) delle fatture è stato scartato dal SdI. Quasi due terzi delle fatture inviate provengono dai settori del commercio all’ingrosso e al dettaglio (28%), utility (19%) e servizi (17%). Più della metà delle fatture è stato inviato da aziende con sede in Lombardia (34%) e nel Lazio (22%), solo il 12% viene dall’area Sud e Isole. Oltre metà delle imprese dichiara benefici sul processo di ricezione delle fatture e il 30% ha ottenuto dei miglioramenti anche in fase di invio. Fra le opportunità per le imprese emergono in particolare la possibilità di accedere a nuovi flussi di dati utilizzabili per migliorare i processi aziendali, digitalizzare altri documenti e dare impulso all’adozione di strumenti digitali nelle transazioni fra imprese. Nel 2018 l’eCommerce B2b fra imprese residenti sul territorio italiano raggiunge un valore di 360 miliardi di euro, in crescita del 7% rispetto all’anno precedente e dell’80% rispetto al 2012. Una cifra significativa, ma che rappresenta soltanto il 16% degli scambi complessivi fra le imprese italiane (2.200 miliardi), mentre appare maggiore l’incidenza dell’eCommerce B2b di aziende italiane verso imprese estere, pari a 132 miliardi (più del 26% del transato totale verso l’estero). Cresce anche l’uso di sistemi EDI per lo scambio elettronico di documenti, con 210 milioni di documenti (+27%) scambiati da 16mila imprese (+23%), di cui più di un quarto sono fatture. Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Fatturazione Elettronica & eCommerce B2b della School of Management del Politecnico di Milano presentata oggi al Campus Bovisa del Politecnico di Milano durante il convegno Fatturazione Elettronica: una chance per il cambiamento. “La fatturazione elettronica non è la trasposizione digitale di un documento o di una attività ma un nuovo modello organizzativo che può costituire un fattore di innesco nella digitalizzazione dei principali processi tra aziende, tra aziende e Pubblica Amministrazione e nel dialogo con i cittadini — afferma Alessandro Perego, Direttore Scientifico degli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano — e può quindi in ultima istanza aiutare il Paese a recuperare il divario che la separa dai principali paesi europei in termini di maturità digitale. L’Italia almeno su questo è all’avanguardia: primo Paese in Europa ad adottare l’obbligo generalizzato di fatturazione elettronica e leader nella digitalizzazione dei processi in molte filiere. Con specifico riferimento all’obbligo di fatturazione elettronica, molte più imprese di quelle sottoposte all’obbligo hanno deciso di aderire, a testimonianza di un giudizio di utilità che travalica l’obbligo normativo.” L’impatto della fatturazione elettronica – L’introduzione della fatturazione elettronica ha avuto un forte impatto sull’operatività delle imprese, sia per il ciclo passivo sia per quello attivo. Secondo il campione – statisticamente significativo – coinvolto nell’indagine, i maggiori benefici hanno riguardato il processo di ricezione delle fatture, indicati da oltre metà delle imprese, come la maggiore velocità della registrazione delle fatture (indicato dal 33% delle grandi imprese e dal 31% delle PMI), la semplificazione della fase di verifica della fattura (21% del campione) e del processo di approvazione del pagamento (20% e 14%). Sul ciclo attivo i benefici riguardano la riduzione dei tempi di pagamento (19% e 14%) e la più rapida riconciliazione dei pagamenti (25% e 19%). Maggiori i benefici di coloro che hanno una dotazione tecnologica adeguata (ad esempio ERP, software di Supply Chain Management o di amministrazione, finanza e controllo), percepiti da 56% delle aziende digitali contro il 51% di quelle non digitali. Non tutte le aziende hanno però avvertito dei benefici sui propri processi aziendali. A livello di ciclo passivo, poco più di un quarto delle imprese dichiara di non avere tratto alcun beneficio (21% delle grandi imprese e 32% delle PMI). Sul ciclo attivo, invece sono state soprattutto le PMI a non percepire alcun beneficio dalla fatturazione elettronica (43% contro il 27% delle grandi imprese). Purtroppo, c’è anche una quota di imprese che ha dichiarato un impatto negativo dalla fatturazione elettronica: appesantimento delle attività gestionali sul ciclo passivo (20% delle grandi aziende e 18% delle PMI), aumento dei tempi di pagamento (15% e 12%) e maggiore lentezza nella riconciliazione dei pagamenti (12% e 9%). “Se è vero che sei mesi sono pochi per avere davvero percezione dei benefici a tutto tondo sugli impatti della fattura elettronica — commenta Claudio Rorato, direttore dell’Osservatorio Fatturazione Elettronica & eCommerce B2b — non si può negare che in chiave prospettica si aprano ampie opportunità per le imprese. Dalla possibilità di operare su dati strutturati ed elaborabili del ciclo passivo, migliorando la gestione della tesoreria, il credit management e il controllo di gestione, alla digitalizzazione di processi documentali interni – per esempio il ciclo dell’ordine – aumentando l’efficienza aziendale e la sua competitività; dalla possibilità di ottenere più velocemente finanziamenti sulle fatture da parte di piattaforme dedicate alla supply chain finance al miglioramento dei rating sui fornitori, grazie a una maggiore integrazione dei dati del ciclo passivo con quelli delle fasi pre-negoziali. Ciò che mi preme sottolineare, è che non bisogna fermarsi all’adempimento normativo, ma guardare oltre.” Le PMI – Le piccole e medie imprese hanno reagito all’introduzione dell’obbligo di fatturazione elettronica cogliendone le opportunità, anche attraverso il ridisegno dei processi aziendali, oppure vivendo il cambiamento come mera imposizione normativa, limitandosi a conformarsi alle disposizioni di legge. L’Osservatorio ha indagato i principali fattori che scoraggiano le PMI a intraprendere un percorso di digitalizzazione e le leve che, al contrario, hanno spinto le PMI più digitali. Il primo
Italia: oggi il ransomware viaggia tramite PEC

Si tratta di una forma di spam molto pericolosa in quanto interessa un sistema di posta per sua natura più sicuro delle email tradizionali. Negli ultimi giorni, i ricercatori di ESET Italia hanno individuato un massiccio attacco ransomware tramite PEC pericolose con allegati in grado di infettare il sistema. In questa specifica campagna creata ad hoc per l’Italia, i cybercriminali stanno diffondendo delle PEC su larga scala riconducibili ad aziende “fantasma” in cui si fa riferimento a presunte fatture allegate in formato PDF. L’apertura di questi file innesca una payload che infetta il sistema ospite con un pericoloso ransomware in grado di codificare tutti i documenti della vittima rendendoli di conseguenza inaccessibili, se non previo pagamento del cosiddetto “riscatto”. Di seguito è riportato il tipico messaggio distribuito dai criminali a cui nella maggior parte dei casi viene allegato un file PDF infetto: Buongiorno Allegata alla presente email Vi trasmettiamo copia PDF di cortesia della fattura in oggetto. Documento privo di valenza fiscale ai sensi dell’art. 21 Dpr 633/72. L’originale e disponibile all’indirizzo telematico da Lei fornito oppure nella Sua area riservata dell’Agenzia delle Entrate”. Solitamente le PEC vengono utilizzate per comunicazioni sensibili e spesso riservate, tanto da venir considerate l’unica soluzione informatica accettata per la corrispondenza dalla pubblica amministrazione e dagli enti governativi. Tale prerogativa fa sì che gli utenti si sentano più tranquilli nel considerare attendibili questi messaggi, portandoli ad eseguirne senza preoccupazioni i file allegati. ESET Italia consiglia di porre la massima attenzione anche ai messaggi PEC, di non aprire assolutamente il file “.pdf” o altri tipi di allegato se il mittente è sconosciuto o palesemente “falso”. Se al contrario il mittente fosse noto ma il contenuto della comunicazione risultasse sospetto o simile a quello appena riportato, è opportuno chiedere direttamente conferma di quanto inviato. Inoltre, come in altri casi simili è necessario: Proteggere adeguatamente gli indirizzi email utilizzando una valida soluzione antimalware che integri un motore antispam; Cambiare, se non si è già provveduto a farlo, le password dei propri account creandone di complesse e abilitando dove possibile l’autenticazione a due fattori; Non utilizzare mai la stessa password per più servizi; Provvedere periodicamente al backup del sistema e in particolare dei documenti e dei file più importanti; Mantenere costantemente aggiornati il sistema operativo e la soluzione di sicurezza installata. Fonte: BitMat.it
Tecnologia ed esperienza di lavoro: come aumentare la produttività

Occorre un nesso più profondo tra IT e HR: nel 54% delle aziende high performer è proprio l’IT a dover migliorare l’engagement. Se nel 2011 l’84% dei lavoratori in Europa occidentale non si sentiva coinvolto nel proprio lavoro, questa percentuale è salita al 90% nel 2017. È uno dei motivi per cui le organizzazioni, negli ultimi 10 anni, hanno messo in atto iniziative per migliorare l’esperienza di lavoro, con il supporto fondamentale della tecnologia. Citrix ha commissionato all’Economist Intelligence Unit uno studio del nesso strategico tra investimenti in tecnologia ed esperienza di lavoro nelle aziende europee. L’analisi è stata svolta su un campione di 628 manager europei. Dall’analisi emerge che l’esperienza di lavoro è, anche se in diversa misura, tra le priorità dei manager Europei. Se infatti solo il 36% del campione afferma che è un argomento largamente discusso (contro il 51% negli USA), il 46% dice che rientra in ogni caso tra gli argomenti di discussione. Al momento, però, solo il 26% dei manager europei afferma di essere effettivamente riuscito a migliorare l’esperienza dei dipendenti, mentre la percentuale sale al 42% se si considera un ristretto gruppo di aziende considerato “high performers” (una porzione del campione delle aziende intervistate pari all’11% del totale, per cui i livelli di produttività ed engagement sono più elevati rispetto ai competitor). In ogni caso, c’è un sostanziale accordo su quali siano i benefici di un’esperienza di lavoro migliorata: il 41% del campione intervistato concorda infatti su una miglior produttività, il 39% su un miglior livello di engagement di chi lavora e il 25% su un più alto livello di creatività e innovazione. Ma quali sono gli elementi che costruiscono l’esperienza di lavoro? Se per la maggior parte degli intervistati i più importanti sono senza dubbio il salario e il contratto, solo il 32% considera la tecnologia come un mattone fondamentale per la costruzione dell’esperienza di lavoro, ma è significativo che la percentuale aumenti fino al 37% sulle aziende che hanno già avviato significativi programmi di digital transformation. Sono molteplici i modi in cui la tecnologia può migliorare l’esperienza di lavoro, ma il 44% indica innanzi tutto la possibilità di lavorare ovunque ci si trovi, seguita dalla facilità di accedere alle informazioni (43%) e dalla facilità d’uso degli strumenti (40%). Emerge dall’indagine che la responsabilità del miglioramento dell’esperienza di lavoro non viene percepita come appannaggio di un singolo manager o dipartimento, ma diffusa in più dipartimenti. Infatti solo il 27% dei manager intervistati afferma di essere pienamente responsabile dell’esperienza di lavoro nella loro organizzazione e meno della metà nel loro dipartimento. In particolare, sono l’IT e le HR i dipartimenti in cui si gioca la partita dell’esperienza di lavoro. Nel 54% aziende considerate high performer migliorare l’esperienza di lavoro è un obiettivo esplicito della strategia IT, contro una media europea del 32%, mentre per il 40% delle high performers il compito è appannaggio del dipartimento HR, contro una media europea del 27%. È chiaro quindi che, ove già non sussista, sarà priorità delle aziende trovare il modo affinché questi due dipartimenti comunichino in maniera efficace: attualmente in Europa difficilmente nei dipartimenti HR si considera l’impatto della tecnologia sull’esperienza di lavoro e comunica con l’IT in merito a essa. “Una corretta integrazione tra HR e IT dovrebbe partire dall’alto – afferma Mario Derba, Vice President per l’area Western and Southern Europe di Citrix – e i manager di entrambe le aree dovrebbero approfondire la loro reciproca conoscenza degli argomenti e dei trend più rilevanti per ciascuno. Se i futuri leader dei settori HR dovranno infatti conoscere l’Intelligenza Artificiale e gli analytics, i leader dell’IT dovranno acquisire familiarità con concetti quali engagement, gratificazione e qualità di vita.” La survey afferma anche che nella creazione di un linguaggio condiviso in merito all’esperienza di lavoro tra queste due unità aziendali, le organizzazioni europee sono indietro rispetto a quelle americane o asiatiche. Dato che la competizione nell’attrarre e trattenere talenti si gioca ormai su scala globale, è bene che questo gap sia colmato al più presto. Fonte: BitMat.it
Raddoppiano gli utenti vittima di falsi system cleaner

I criminali fanno credere agli utenti che il loro computer sia a rischio e offrono il servizio in cambio di un compenso. Il numero di utenti attaccati da falsi system cleaner – programmi fraudolenti progettati per indurre gli utenti a pagare per risolvere presunti problemi del computer – è raddoppiato, da 747.322 nella prima metà del 2018 a 1.456.219 nello stesso periodo del 2019. Inoltre, alcuni di questi attacchi sono diventati più sofisticati e pericolosi. Un computer lento o poco performante è una delle lamentele più comuni tra gli utenti di PC e proprio per questo motivo esistono diversi strumenti legittimi che servono per risolvere questo genere di problemi. Oltre ai veri e propri system cleaner, però, esistono programmi falsi sviluppati dai criminali informatici con l’intento di indurre gli utenti a credere che il loro computer sia a rischio e che, a causa di un sovraccarico di memoria, necessiti di una pulizia immediata. I criminali offrono quindi questo servizio in cambio di un compenso. Kaspersky definisce e rileva questo tipo di programmi come “truffa da system cleaner”. Subito dopo aver ricevuto l’autorizzazione e il pagamento dall’utente, i criminali installano sul computer i programmi falsi che in teoria dovrebbero pulire il PC, ma che spesso non fanno nulla o installano degli adware. Si tratta di un malware fastidioso (ma non pericoloso) che “bombarda” il PC dell’utente di pubblicità non desiderata. Tuttavia, sempre più spesso i cybercriminali utilizzano falsi cleaner per scaricare o nascondere malware come Trojan o ransomware. La lista dei Paesi maggiormente colpiti dai falsi cleaner nella prima metà del 2019 mostra quanto la minaccia sia geograficamente diffusa. Guida la classifica il Giappone con il 12% di utenti colpiti, seguito da Germania (10%), Bielorussia (10%), Italia (10%) e Brasile (9%). “Dalle nostre analisi è emerso come, negli ultimi due anni, il fenomeno dei falsi cleaner sia aumentato. Si tratta di una minaccia che ha delle caratteristiche curiose. Da un lato, molti dei campioni osservati si stanno diffondendo e stanno diventando sempre più pericolosi, passando da un semplice schema fraudolento a un malware attivo e pericoloso. Dall’altro lato, il fatto che risultino innocui e in grado di diffondersi ampiamente li rende più efficaci rispetto ai tentativi di estorcere denaro attraverso screen blocker e altri malware spiacevoli che, sin da subito, appaiono pericolosi. Tuttavia, in entrambe i casi, i criminali riescono ad ottenere gli stessi risultati, ovvero ottenere il denaro degli utenti”, ha dichiarato Artemiy Ovchinnikov, security researcher di Kaspersky. Di seguito i system cleaner falsi rilevati da Kaspersky: Hoax.Win32.PCFixer.* Hoax.Win32.PCRepair.* Hoax.Win32.DeceptPCClean.* Hoax.Win32.Optimizer.* Hoax.MSIL.Optimizer.* Per evitare di essere truffati, i ricercatori di Kaspersky consigliano di: Controllare sempre che i servizi per PC utilizzati siano legittimi e di facile comprensione. Nel caso in cui non fosse abbastanza chiaro è consigliabile cercare maggiori informazioni web dove spesso sono disponibili spiegazioni più dettagliate. Utilizzare una soluzione di sicurezza affidabile, come Kaspersky Security Cloud, che offra una protezione completa e che sia dotata di una funzione di “pulizia” in grado di individuare una vasta gamma di minacce e di un cleaner per PC. Per ottenere maggiori informazioni e consigli sui servizi di cleaner per PC è importante utilizzare fonti affidabili che vantino una reputazione di lunga data e che riportino recensioni del software. Fonte: BitMat.it