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Scopri SiWeGO a Smau

La community per le spedizioni più innovativa al Mondo SiWeGO parteciperà a Smau Milano 2017. Selezionati in rappresentanza delle Startup Trentine, SiWeGO presenterà a SMAU 2017 il suo rivoluzionario metodo di trasporto e consegna merci. Dopo aver ottenuto numerosi riconoscimenti come Start Up, SiWeGO giunge all’importante tappa di Smau Milano dove presenterà̀ il suo rivoluzionario ecosistema per le spedizioni. SiWeGO è una Start Up innovativa fondata nel 2016, che si pone l’obiettivo di rivoluzionare il mondo della logistica. A differenza della concorrenza, SiWeGO nasce con spiccate unicità capaci di declinare la Sharing Economy al mondo del trasporti merci. Per spedire un qualsiasi oggetto ad un familiare, un amico, o ad uno sconosciuto, fino ad oggi era necessario rivolgersi ad un corriere professionista o ad un ente pubblico. Con SiWeGO è possibile rivolgersi non solo a corrieri professionisti, ma anche a privati cittadini, che desiderano ottimizzare le risorse, essere social e preservare l’ambiente. SiWeGO è una piattaforma web (sito web e App) che mette in contatto utenti sconosciuti fra loro, con esigenze che combaciano nel settore della mobilità: quelli che vogliono spedire, con quelli che sono disposti a trasportare. “Smau è il migliore contesto per la presentazione della nostra rivoluzionaria community per le spedizioni. Con SiWeGO sarà possibile rivolgersi, per esempio, a autisti che passano tutta la giornata nel traffico, che desiderano ottimizzare le risorse di viaggio e guadagnare qualche soldo extra grazie alla sharing economy. Si potrà trasportare pacchi, mobili appena acquistati, la spesa del sabato, acquisti online, e la mozzarella di bufala fresca della nonna. Magari potete fare anche il trasloco. O se avete il mezzo giusto, anche un cavallo! Alla sharing Economy non dobbiamo porre confini!”, spiega Marcello Favalli, amministratore delegato di SiWeGO, start-up nata tra le porte di Progetto Manifattura, l’hub della Green Economy italiana di Trentino Sviluppo SpA. I visitatori interessati a saperne di più sulle potenzialità di SiWeGO potranno incontrare i fondatori dell’azienda presso lo stand G09, Pad 4. The post Scopri SiWeGO a Smau appeared first on Data Manager Online.

Endpoint protection e network security

Tecnologie di rete, cloud, intelligenza artificiale e una gestione più unificata per passare da un approccio reattivo a uno più analitico. Si rinnova così l’offerta dei vendor grazie all’arrivo di nuovi competitor e alla domanda di nuove soluzioni. La difesa dell’endpoint è in molti casi la sola misura di sicurezza in campo. Il processo di incorporazione di funzionalità aggiuntive determina l’estensione delle piattaforme EPP. Tempi duri per il firewall fisico, che però rimane pietra angolare e genera il fatturato più alto dell’intero comparto   In molti casi, la difesa dell’endpoint è la prima e unica misura di sicurezza che professionisti e piccole imprese scelgono di mettere in campo. Vincoli di budget, mancanza di competenze, scarsa consapevolezza sono tare pesanti che affliggono le micro-realtà produttive del Paese. Anche nelle organizzazioni più strutturate tuttavia la protezione dell’endpoint – pur all’interno di moduli di sicurezza avanzati – rappresenta uno strato (layer) importante della loro complessa architettura di sicurezza. La protezione dell’endpoint è demandata a soluzioni EPP (endpoint protection platform), che comprendono un set di partenza di funzionalità (protezione antivirus, antimalware, per la navigazione web, firewall), oltre a moduli di data loss prevention, encryption, gestione delle passoftwareord, distribuzione delle patch e molte altre ancora. L’offerta di soluzioni è molto ampia. Tutti i vendor hanno a catalogo prodotti specifici per professionisti e piccole imprese. La maggior parte dei prodotti indirizzati a questo target di clienti richiedono competenze IT davvero minime. Le soluzioni sono commercializzate sia per user sia per device. Le licenze d’uso in genere prevedono un anno di aggiornamenti al software e supporto/assistenza tecnica. Tuttavia, molti vendor contemplano la possibilità di stipulare contratti più lunghi. Alcuni vendor assegnano alla categoria midsize business tagli di licenze fino a 999 postazioni. Numeri troppo grandi per le dimensioni del tessuto produttivo del nostro Paese. Uno scollamento che in qualche caso spiega i suoi effetti negativi sul prezzo finale della licenza, più alta rispetto ad altri paesi europei. I prezzi di vendita possono variare anche sensibilmente da vendor a vendor. Ma anche tra tipologie di prodotti dello stesso vendor. Come avviene in quasi tutti i settori commerciali, il numero di licenze acquistate determina il prezzo finale. In questo quadro, la tendenza – soprattutto nell’offerta destinata a professionisti e PMI – è verso una contrazione dei prezzi, alimentata dalla forte concorrenza e dall’ampliarsi del numero di vendor che offre soluzioni free. Brand come Avira e Avast sono stati tra i primi a fare questa scelta. E anche leader affermati come Sophos e più di recente Kaspersky hanno deciso di percorrere questa strada. #EPP Marco D’Elia @SophosItalia Soluzioni #consumer con funzionalità molto sofisticateClick To Tweet «Sophos da anni mette a disposizione un prodotto antivirus gratuito, destinato al mondo consumer che include alcune funzionalità molto sofisticate, rare da trovare in prodotti antivirus gratuiti» – ci dice Marco D’Elia, country manager di Sophos Italia. La soluzione Kaspersky Free da poco lanciata in USA, Canada e alcuni paesi asiatici offre una protezione di base per email e navigazione web ed è dotata di aggiornamenti automatici e funzione di quarantena. «A ottobre – come ci conferma Morten Lehn, general manager Italy di Kaspersky Lab – arriverà anche in Italia». Qualche altro grande nome potrebbe scegliere di imboccare questa strada. Ma è probabile che almeno per i prossimi tre o cinque anni la maggior parte dei vendor continuerà a farsi pagare per l’utilizzo delle proprie soluzioni. «Il rilascio di una soluzione antimalware non si esaurisce con la vendita» – rileva Gastone Nencini, country manager di Trend Micro. «Al contrario. C’è tutta una serie di servizi a supporto – assistenza, aggiornamento, ricerca e sviluppo – che bisogna finanziare». La totalità delle piattaforme EPP disponibili sul mercato supporta Microsoft Windows. Più rara almeno sino a qualche anno fa, l’estensione della protezione alle maggiori distribuzioni Linux. Oggi però, tutti i maggiori vendor dispongono di soluzioni progettate per i sistemi UNIX/Linux. «Sophos Antivirus per Linux fornisce moduli di supporto pre-compilati per una vasta gamma di distribuzioni e kernel Linux, comprese le versioni a 64 bit» – ci dice D’Elia di Sophos. Allo stesso modo, si allarga anche l’offerta di soluzioni che supportano in un’unica suite sia lato desktop (Windows, Mac e Linux) sia mobile (IoS e Android). #EPP Morten Lehn ‪@KasperskyLabIT‬ La soluzione #Free da ottobre anche in ItaliaClick To Tweet «È l’IT a chiedere che i dispositivi mobili possano essere gestiti allo stesso livello con cui oggi vengono governati i pc. Distribuendo cioè i software su questi oggetti in maniera automatica e proteggendoli all’interno di un’area isolata dal resto del dispositivo» – spiega Antonio La Rosa, head of IM B2B di Samsung Electronics Italia. «KNOX si integra nella piattaforma di sicurezza Mobile 7 enterprise mobile management solution, la nostra soluzione di sicurezza per dispositivi Mobile, IoT e pc portatili, disponibile attraverso la piattaforma di gestione integrata Sophos Central». L’idea di una visione allargata della protezione emerge anche nell’approccio adottato da altri vendor. «La nuova sfida sono le superfici estese» – conferma Antonio Pusceddu, country sales manager e corporate sales di F-Secure. «La nostra proposta è Radar, una soluzione di vulnerability management che proprio in una logica IoT, mappa tutti gli indirizzi IP della rete aziendale, fino a comprendere telecamere di sorveglianza, dispositivi di lettura badge, lettori di bar-code, stampanti e così via. Qualsiasi strumento collegato alla rete aziendale. Per ognuno di questi oggetti Radar è in grado di diagnosticare le rispettive vulnerabilità e proporre all’IT la soluzione di fixing più adatta a ciascuno». Per quanto riguarda l’amministrazione delle soluzioni, la modalità prevalente è la gestione mediante una console centrale installata su un server dedicato con l’agent installato sull’endpoint. Tuttavia, sempre di più i vendor prevedono la gestione via cloud. Un approccio dettato dalla rapida diffusione in Italia del cloud.  «L’architettura di rete delle aziende sta conoscendo una trasformazione senza precedenti. Che le porta sempre di più a spostarsi verso piattaforme di public o private cloud. Questa migrazione fa sì che le aziende sempre di più richiedano agilità, flessibilità e aumento delle performance alle soluzioni di sicurezza. Ma senza per

Lavori in corso per l’ottava edizione del Premio Ricoh

Anche per questa nuova edizione agli artisti viene chiesto esprimere, attraverso le loro opere, i valori Ricoh riassumibili ne: “Lo sforzo verso l’innovazione, che semplifica la vita e il lavoro, salvaguardando nel contempo l’ambiente e in generale i principi della responsabilità sociale d’impresa”. Oltre alle tre categorie in cui il Premio si articola tradizionalmente (pittura, arte tecnologica e scultura), vi sarà una nuova sezione “trasversale”, la Pop Art. E’ tra i più importanti Premi italiani che coniuga la giovane arte contemporanea con la CSR (corporate social responsibility). Il Premio Ricoh celebrerà nel 2018 la sua 8a edizione. Gli organizzatori (coadiuvati da ArtRelation di Milo Goj) sono già all’opera per selezionare i partecipanti, artisti under 40, prevalentemente provenienti dalla Accademie di Belle Arti. Ecco le prime anticipazioni. Presidente della Giuria sarò Giorgio Grasso, curatore del Padiglione Armenia della Biennale di Venezia attualmente in svolgimento. Grasso aveva già presieduto il Ricoh lo scorso anno subentrando a Giacinto di Pietrantonio, presidente delle prime 6 edizioni. A collaborare con Ricoh sarà, come lo scorso Mondadori Retail, che ospiterà nelle sue sedi la mostra con le opere dei finalisti e la serata di premiazione. Quest’anno, oltre alle 3 categorie in cui il Premio si articola tradizionalmente (pittura, arte tecnologica e scultura), vi sarà una nuova sezione “trasversale”, la Pop Art, patrocinata da Mondadori. Per tutte e quattro le sezioni, i giovani artisti dovranno interpretare (sia pure con la massima libertà espressiva), i principi fondanti di Ricoh, così riassumibili: attenzione all’ambiente e ai principi della responsabilità sociale: Ricoh attribuisce grande importanza alla tutela dell’ambiente, al rispetto per le persone e all’armonia con la società. semplificazione della vita e del lavoro: grazie alla propria esperienza, Ricoh mette a disposizione dei clienti e della collettività prodotti che sono semplici da utilizzare, migliorano la gestione dei documenti e rendano gli ambienti di lavori più moderni ed efficienti. sforzo verso l’innovazione: Ricoh realizza soluzioni e servizi innovativi basati sulle effettive esigenze del mercato ed è in grado di trasferire ai clienti la propria esperienza e competenza. The post Lavori in corso per l’ottava edizione del Premio Ricoh appeared first on Data Manager Online.

Smau: anteprima sui dati dell’Osservatorio Open Innovation

La seconda edizione dell’Osservatorio promosso da Assolombarda, Italia Startup e Smau in partnership con Cerved e BTO Research conferma la forte crescita degli investimenti in startup innovative da parte delle aziende italiane e della conseguente dinamica positiva dell’Open Innovation nel nostro Paese. Le startup partecipate dalle imprese corporate crescono più delle realtà partecipate da investitori specializzati. Solo il 4% è uscita dal mercato. Boom di piccole imprese che scelgono la strada del Corporate Venture Capital: + 45% in un solo anno Sono 2.154 le startup innovative partecipate da almeno una corporate e 6.727 gli investitori in Corporate Venture Capital: sono questi i numeri del fenomeno dell’Open Innovation in Italia. E inoltre, le startup partecipate dalle realtà corporate crescono più delle startup partecipate da fondi di investimento e nel 77% dei casi hanno visto un aumento dei ricavi fra il 2015 e il 2016. E’ quanto emerge dalla seconda edizione dell’Osservatorio sull’Open Innovation e il Corporate Venture Capital italiano promosso da Assolombarda, Italia Startup e Smau, in partnership con Cerved Group e BTO Research. I contenuti del rapporto saranno presentati in occasione della prima giornata di Smau Milano, martedì 24 ottobre alle ore 14 (Fieramilanocity, sala plenaria padiglione 4). Se le startup che hanno una partecipazione corporate crescono di più, anche il tasso di fallimento è significativamente più basso: appena il 4,1% è uscita dal mercato nel corso del 2015, contro il 16% nel caso di realtà partecipate da un investitore specializzato. Un dato che restituisce una fotografia inedita del fenomeno dell’Open Innovation. “Spesso – è la riflessione di Pierantonio Macola, Presidente Smau – analisti e osservatori puntano il dito contro la scarsità di risorse finanziarie destinate al venture capital nel nostro Paese. Gli esiti dell’Osservatorio mettono invece in luce un altro aspetto, meno raccontato: quella del Corporate Venture Capital, che in Italia è già una realtà, che interessa un numero di startup cinque volte superiore rispetto a quelle partecipate da un fondo di investimento e che, almeno a giudicare da quanto emerge dal rapporto, rappresenta la forma migliore di investimento. E’ questo il modello cui guardiamo da tempo e che a Smau ci proponiamo di alimentare e sostenere: quando un’azienda sceglie di investire in una startup fa un’operazione che è molto più di una semplice iniezione di liquidità. In altre parole, condivide un percorso di innovazione che in genere è volàno di crescita per entrambi i soggetti coinvolti”. Un modello che fa bene non solo alle startup ma anche alle imprese che investono nell’innovazione sviluppata da questo ecosistema. Infatti, come evidenzia Stefano Venturi, Vicepresidente di Assolombarda con delega all’Attrazione degli Investimenti e Competitività Territoriale e Amministratore Delegato Hewlett Packard Enterprise Italia: “Le aziende che investono in Corporate Venture Capital hanno conseguito risultati migliori delle altre imprese sia rispetto alla capacità di accrescere il proprio valore aggiunto sia in termini di redditività netta. Particolarmente positivi i risultati delle PMI che, tra il 2015 e il 2016, hanno aumentato il valore aggiunto a tassi tripli rispetto alle concorrenti che non hanno investito (+13,2% contro il 4,1%). Da qui l’impegno di Assolombarda nel promuovere momenti di incontro tra le oltre 330 startup oggi associate e le sue quasi 6.000 aziende con l’obiettivo di rafforzare il dialogo tra gli imprenditori, condividere casi di successo e best practices e creare occasioni di business e di collaborazione tra le imprese, mettendo a fattor comune innovazione ed esperienza”. “Siamo rimasti piacevolmente sorpresi dai dati sugli impatti del Corporate Venture italiano emersi dall’Osservatorio di quest’anno – ha commentato Alvise Biffi, coordinatore dell’Industry Advisory Board di Italia Startup – l’analisi rileva infatti che questo tipo di investimento fa crescere i ricavi delle startup, ne abbassa la mortalità, le rende più patrimonializzate e le connette in modo più rapido al mercato. Oltre che portare tanta innovazione alle imprese che investono. E’ la direzione che il nostro sistema industriale deve intraprendere, in coerenza con le politiche connesse a Industria 4.0, ma con un’attenzione più forte all’innovazione aperta che viene dalle startup e dai loro partner, in primis incubatori, parchi scientifici e investitori”.   Fra i dati più interessati proposti dalla seconda edizione del rapporto, si nota la forte crescita del numero di piccole imprese che hanno deciso di investire in una startup (+45% in un anno) a conferma del fatto che il Corporate Venture Capital non è uno strumento appannaggio solo delle grandi imprese. Se fra le piccole e medie imprese si registra la crescita maggiore, nel complesso in tutte le classi dimensionali si è rilevato un netto incremento. In un anno, sono aumentate del 31% le società che hanno investito in una startup innovativa, a conferma del fatto che il corporate venture capital continua a crescere a ritmi consistenti nel nostro Paese. Nel complesso, gli investitori in CVC sono nel capitale del 22,9% delle startup innovative iscritte al Registro delle Imprese, gli investitori specializzati hanno partecipazioni all’interno di 417 startup iscritte al Registro Imprese, ovvero l’8,6%. Crescono anche gli investitori “seriali”: il 19% delle corporate che investono direttamente in startup innovative sono nel capitale di almeno un’altra startup, con un incremento del 36% rispetto all’anno precedente. Dal rapporto emerge poi che ben il 56% delle aziende che investono in una startup sceglie una realtà al di fuori del territorio della propria Regione, mentre la quasi totalità – il 95% – punta su startup di settori diversi rispetto al proprio settore di riferimento. Dati che confermano come, con il fenomeno dell’Open Innovation, si superi la logica del vecchio distretto di prossimità a vantaggio di una nuova geografia dell’innovazione inclusiva di tutte le regioni e si vada oltre gli “steccati” dei settori tradizionali. L’iniziativa dell’Osservatorio è stata avviata lo scorso anno con due obiettivi condivisi nel contesto dell’Industry Advisory Board di Italia Startup: dare una dimensione al fenomeno del Corporate Venture Capital italiano, inteso come investimento finanziario e industriale in startup innovative italiane; individuare e divulgare modelli concreti e replicabili di Open Innovation. Nel corso del 2017 si è svolto un road show presso 5 città/territori italiani (Padova, Bologna, Torino, Bari e

Perchè i venture capital italiani non bevono caffè?

Le startup di successo finanziate dai grandi venture capital non sono solo digitali, o più propriamente tecnologiche. Qualcosa è cambiato nel panorama delle nuove imprese Ebbene no. Le startup di successo non si possono più definire meramente digitali o più propriamente tecnologiche. è cambiato qualcosa nel panorama delle startup. Pensiamo al caso di Blue Bottle Coffee, la catena di caffetteria che ha lanciato la sfida a Starbucks. Sicuramente ne avete sentito parlare. Si tratta di una startup californiana che in meno di cinque anni dal primo round è stata rilevata per una quota pari al 68% da Nestlè a un prezzo di 500 milioni di dollari su un valore della società di ben 700 milioni. Da un singolo bar di Oakland, in California, è diventata una catena di lusso con attenzione ai dettagli e 55 punti vendita, di cui sei a Tokyo. Sì. Quasi un unicorno si potrebbe definire. «Il mio obiettivo come amministratore delegato è assicurare un futuro sostenibile per Blue Bottle Coffee» – ha dichiarato l’amministratore delegato di Blue Bottle, Bryan Meehan. «Sono lieto di poter lavorare con Nestlé per un approccio di lungo termine per diventare un leader globale». L’obiettivo è mantenere comunque l’autenticità delle caffetterie Blue Bottle, rinomate per il loro stile pulito di ispirazione giapponese, e non compromettere la qualità. Ma andiamo con calma e procediamo con ordine. «Viene vista come l’anti-Starbucks, ma la startup Blue Bottle Coffee sta trasformando i suoi piccoli caffè artigianali in soldoni». Così esordisce il Financial Times con un articolo su Blue Bottle Coffee nel 2015. E come dargli torto, quando pochi giorni prima, la startup aveva chiuso un round di 70 milioni di dollari con il grandissimo fondo di venture capital, Fidelity? Già. Ai precedenti investitori – Morgan Stanley, i grandi venture capitalist tecnologici quali Index Ventures e True Ventures, i fondatori di Instagram e Twitter, e Bono degli U2 – è stato riconosciuto un profitto pari a circa 20 volte l’importo dell’investimento di partenza. Ma le critiche ovviamente non mancano sia da parte dei followers della startup sia da parte dei giornalisti di finanza, sotto il profilo della convenienza e stabilità dell’investimento. Il valore dell’artigianato e della piccola industria Quanto ai followers, sicuramente l’acquisizione da parte di Nestlè rischia di compromettere tutti i seguaci della startup convinti del valore dell’artigianato e della piccola industria. Tuttavia, secondo gli studi di settore e le ricerche di mercato, i marchi di artigianato acquisiti da importanti aziende tendono a non soffrire troppo nel lungo periodo. Secondo un recente studio UBS, il 45% dei bevitori americani crede che l’indipendenza non importa quando scegli una birra artigianale. Ciò che conta è la qualità. Gli stessi principi si applicano quando si tratta di caffè. «Gran parte della reazione negativa dei media sociali si è concentrata sui timori che l’acquisizione possa determinare un peggioramento della qualità del caffè, cosa che ritengo sia una paura completamente infondata» – ha commentato Matthew Barry, analista di bevande presso la società di ricerca di mercato Euromonitor, a Business Insider. «Nestlé ha acquistato questo marchio perché sa che ha una forte reputazione per la qualità». Quanto alla natura profittevole o meno degli investimenti nel settore food, Gillian Tan e Shira Ovide di Bloomberg hanno più volte sottolineato come «i venture capital con Blue Bottle Coffee hanno vinto una scommessa e molte altre ne vinceranno, ma non per questo devono concentrare gli investimenti e modificare i loro modelli di business per finanziare caffè e formaggi alla griglia, nonostante credano nel marchio e negli imprenditori che stanno sostenendo». Insomma, sembra che lo scetticismo non manchi. Il concetto chiave è che i venture capital dovrebbero investire su startup tecnologiche, altamente rischiose ma con margini di rendimento elevatissimi. Probabilmente si dovrebbero cimentare nell’ardua impresa di trovare la nuova Google. E per le altre startup? I venture capital dovrebbero considerare l’avvio di fondi specializzati e distinti che consentano agli investitori di esporsi su caffè, materassi oppure occhiali. Prodotti comuni. Altrimenti dovrebbero accettare di considerare una simile tipologia di investimenti con i loro conti personali. Ma la vera preoccupazione di base risiede proprio nel successo di startup non tecnologiche in quanto ciò implica la necessità di un cambiamento. Cambiare modello di investimento può andare bene qualora sia un evento raro e del tutto eccezionale. Ma il problema è che ognuno di questi successi attribuisce quella fiducia necessaria che porta a cercarne di simili e con ambizioni sempre più grandi. Quando questo accade, il risultato è inevitabile. Sicuramente ci saranno più fallimenti sulla scia di Juicero Inc. .@simeoneantonio1 Perché i #VentureCapital italiani non bevono #caffè ?Click To Tweet Il made in Italy alla ricerca di un modello di business Il problema è che per quanto ci provi, l’Italia del caffè e del buon cibo non riesce a competere con le food startup straniere. Quali le cause? Secondo Paola Bonomo, è necessario riflettere e prendere consapevolezza di due aspetti: 1) L’invenzione di nuovi formati retail è qualcosa che in Italia non si fa più da un sacco di tempo. Ci si limita semplicemente a importare quelli altrui. Il campione italiano dell’innovazione retail è senza dubbio Antonio Percassi. Negli anni 80, c’era Benetton, negli anni 90 KIKO, negli anni 2000 Zara, più di recente WOMO, Bullfrog, Soulgreen… Però a Percassi non interessava la exit: lui ha 6 figli di cui 5 sono coinvolti nel business e quindi qualsiasi catena di caffetteria avesse fondato non l’avrebbe mai ceduta a Nestlé, perché non gli interessava! 2) Se si guarda l’esempio di Blue Bottle Coffee, ma anche di Dollar Shave Club – ceduta a Unilever per un miliardo di dollari l’anno scorso, quindi unicorno a tutti gli effetti – è possibile rendersi conto di come le acquisizioni di queste aziende siano trainate dalla consapevolezza che sul mercato USA ormai comandano i Millennials, e che i canali tradizionali stanno implodendo sotto i cannoni di Amazon. Occorre quindi dotarsi di un qualche e-commerce play con un pubblico Millennials molto fidelizzato tipo “lovebrand”. Sia Dollar Shave sia Blue Bottle Coffee corrispondono a questa descrizione. Un

Huawei ha venduto 100 mln di smartphone nel 2017

Huawei ha venduto 100 milioni di smartphone da gennaio ad oggi mentre Xiaomi ha visto sparire i suoi device da Amazon Italia Huawei conferma la crescita globale degli ultimi anni e insidia il dominio di Samsung nel settore smartphone. In attesa dei risultati legati ad iPhone 8 e iPhone X, l’azienda cinese ha superato Apple al secondo posto in classifica e secondo le ultime analisi tra gennaio e settembre di quest’anno ha venduto ben 100 milioni di dispositivi. La distribuzione è aumentata del 19% rispetto allo stesso periodo del 2016 e secondo quanto afferma il CEO di Huawei, Yu Chengdong, è superiore alle attese dell’azienda. Il produttore di Shenzhen ha fatto la sua fortuna con i dispositivi di mid-range che coniugano una discreta qualità tecnica a un prezzo contenuto. Anche i suoi top di gamma ora cominciano a essere alla pari con quelli offerti da Samsung ed Apple. Basta pensare a Mate 10 Pro e al suo processore Kirin 970 ottimizzato per l’intelligenza artificiale. Inoltre, dopo aver conquistato la Cina, ora Huawei punta ad espandersi a livello mondiale anche attraverso l’apertura di punti vendita dedicati. Il primo in Europa verrà inaugurato a Milano. Se Huawei è in piena espansione, Xiaomi invece ha qualche problema a livello di distribuzione. Amazon ha infatti deciso di sospendere la vendita dei dispositivi in Italia. Il motivo di questa decisione non sarebbe però da imputare all’azienda cinese ma ai produttori dei suoi accessori. Caricabatterie e adattatori non rispettano gli standard di qualità imposti dal sito di e-commerce. The post Huawei ha venduto 100 mln di smartphone nel 2017 appeared first on Data Manager Online.

La stampa enterprise verso una nuova era

La produzione di documenti cartacei continua imperterrita anche nell’era della trasformazione digitale e del paperless office, in particolare quando le esigenze diventano più sofisticate e i volumi prodotti raggiungono dimensioni ragguardevoli La tecnologia digitale ha portato innumerevoli cambiamenti in tutti i settori dell’attività umana. Possiamo dire che oggi non c’è ambito in cui il digitale non abbia modificato i processi e le modalità con sui si affrontano i compiti di tutti i giorni. A maggior ragione, quando le aree di mercato in cui ci si muove richiedono efficienza, produttività e velocità massime, come nel caso della stampa di alta produzione, la cosiddetta stampa enterprise. Quali sono le caratteristiche che definiscono con maggiore precisione il settore del digital printing di fascia professionale? Alcune le possiamo delineare subito: la necessità di muoversi in ambiti dove i processi viaggiano a velocità notevoli e non possono essere interrotti, pena immediati problemi di blocco delle attività e quindi ricadute sulla profittabilità del business. Così, la logistica, per quanto riguarda la gestione delle spedizioni, oppure la stampa di quotidiani o periodici – oppure ancora – la produzione di etichette o scatole pronte per la spedizione per comparti che hanno volumi di produzione enormi, come il chimico / farmaceutico o l’alimentare. Ancora, la produzione di stampanti speciali, in ambito tessile (tessuti complessi a colori) o edilizio (carte da parati o pannellature), oppure settori nuovi come la stampa digitale di libri, cataloghi, pubblicazioni voluminose di qualità elevata. Un mercato sempre vitale dominato dal software Analizzando il quadro offerto dal mercato printing in Italia, soprattutto con riferimento alla fascia enterprise, Sergio Patano, research & consulting senior manager di IDC Italia, ha spiegato che per quanto riguarda le sfide legate al printing e alla gestione documentale, le analisi IDC evidenziano un forte interessamento da parte delle aziende all’adozione di soluzioni software. Ma con quali priorità sta avvenendo questo? «Processi di digitalizzazione documentale ma anche e soprattutto di digitalizzazione dei workflow sono (e lo saranno sempre più) una grande priorità, legata soprattutto alla costante e continua crescita dell’accesso a dati, informazioni e documenti “anywhere, anytime” non solo della forza lavoro, che cresce tanto in numerosità quanto soprattutto in complessità, richiedendo di accedere ai documenti e informazioni aziendali da una varietà di dispositivi sempre maggiore». Tuttavia, sottolinea ancora Patano, ad accedere in mobilità a dati, informazioni e documenti non sono più – ormai da anni – soltanto i dipendenti, ma anche «tutto l’ecosistema di partner, fornitori e clienti, che ruota attorno all’azienda». #printing #enterprise Sergio Patano @IDCItaly Una priorità dell’IT managerClick To Tweet Che cosa implica tutto ciò in termini di IT aziendale? «Diventa ancora più stringente la necessità di dotarsi di soluzioni in grado di gestire tutto il flusso documentale in modo rapido, automatizzato e soprattutto sicuro, in linea con le nuove normative nazionali e comunitarie, GDPR in testa». In questo momento, la diffusione e l’adozione di tecnologie cloud e mobile, da questo punto di vista, hanno sicuramente aiutato le aziende a dotarsi di soluzioni flessibili e a prezzi accessibili, migliorando l’efficienza e «offrendo l’opportunità di mettere in atto strategie per differenziarsi dalla concorrenza, oltre a migliorare i risultati economici, grazie a un migliore controllo dei costi e a una crescita della produttività». Tra l’altro, l’adozione di soluzioni per «la digitalizzazione, l’automazione e l’ottimizzazione dei workflow centrati sui documenti portano a un incremento della produttività legato da una parte alla riduzione del tempo dedicato dai singoli alle attività collegate alla gestione documentale e dall’altra a una diminuzione degli errori derivanti da operazioni manuali. Si aggiungono all’elenco dei costi ridotti anche quelli collegati all’archiviazione fisica dei documenti cartacei. «Per quanto riguarda invece sicurezza e compliance normativa – continua Patano – molto deve essere ancora fatto sia in termini di educazione dei dipendenti sia riguardo alla messa in sicurezza dell’infrastruttura di stampa». Sono molte infatti ancora oggi le aziende che sottovalutano le reali criticità, considerando non necessaria – spiega Patano – la messa in sicurezza dell’ambiente di stampa. «In questo modo, si espone l’azienda a pericoli di violazioni e perdita di dati anche sensibili, con conseguenti possibili problemi economici». Per questo, molte aziende a livello europeo hanno deciso di investire in soluzioni software. IDC stima che il mercato del document solution software (gestione di device, stampanti e output) crescerà fino al 2020 a un tasso medio annuo del quattro per cento, «per un valore pari a 684 milioni di dollari». Analogamente, anche i servizi di stampa (basic print and managed print and document services) avranno un tasso di crescita medio annuo, nello stesso periodo, del 5,2 per cento, «arrivando a sfiorare un valore di 16 miliardi di dollari». Il traino di questa crescita, conclude Patano, è da ricercarsi in vari fattori, come il controllo dei costi, il miglioramento del livello di sicurezza e l’aumento dell’efficienza dei processi. «La crescente adozione di soluzioni cloud e mobile porterà le aziende a doverle integrare e gestire all’interno dell’infrastruttura di stampa, per cogliere anche in quest’area i benefici promessi di flessibilità e time-to-market». #printing #enterprise Lorenzo Matteoni Brother Italia Sempre più smart, veloce e funzionaleClick To Tweet Un mercato senza carta? Il parere delle aziende Un mercato complesso e in costante evoluzione, quello della stampa enterprise, oggi soggetto a molteplici pressioni da parte di numerosi fattori, come per esempio il controllo dei costi, la riduzione dei volumi di produzione da parte di molti utilizzatori tipici, la crescita importante del digitale. Data Manager ha interpellato i maggiori protagonisti di questo mercato, ottenendo un quadro interessante di come i vendor stanno affrontando i trend in atto. Il software è una leva importante per il mercato, ma c’è ampio spazio anche per l’hardware, per dar vita a soluzioni complete che risolvano i problemi delle aziende. Contrariamente a quanto molti pensano, secondo Lorenzo Matteoni, senior manager marketing di Brother Italia, l’era digitale non ha decretato la fine della stampa: «Al contrario, l’ha resa più smart, veloce e funzionale». Ma in che termini? «Il documento stampato – risponde Matteoni – continua a sussistere, a causa del valore che il foglio stampato ancora possiede,

Canon in prima linea per la riduzione dell’impatto ambientale nei processi di stampa

Il 26 ottobre a Firenze l’azienda partecipa alla tavola rotonda “Carta in Regola” per sensibilizzare sui processi di stampa ecosostenibili Promuovere l’eco-sostenibilità come fattore chiave per lo sviluppo aziendale, sensibilizzando clienti e partner riguardo l’importanza della riduzione delle emissioni nei processi di stampa è motivo di impegno costante da parte di Canon, da sempre attenta allo sviluppo di soluzioni green. Di questo impegno e dell’importanza delle attività di sensibilizzazione sul fronte dell’ecosostenibilità Canon parlerà in occasione della tavola rotonda dal titolo “Carta In Regola” organizzata da Perego Carta Spa nel quadro di un evento speciale dedicato alla storia della carta e della stampa che si terrà presso la Gipsoteca del Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze, il prossimo 26 ottobre. Moderata da Marco Vimercati, esperto di comunicazione, la tavola rotonda, cui parteciperà Daniela Valterio, Enviroment, Quality & Product Safety Manager di Canon Italia insieme a Marco Perego di Perego Carta SpA, Massimo Rumunni, Vice Direttore di Assocarta e Chairman of the  Ecolabel Issue Group presso CEPI, Marco Bertolo, Direttore Commerciale Italia di Favini, e Geary Brod, Head of Sales Region Western Europe at Mondi Uncoated Fine Paper Sales, sarà l’occasione per trattare il tema della sostenibilità della carta e della stampa, con particolare attenzione alle carte certificate e a quelle riciclate. Si tratta di un tema molto caro a Canon che promuove da tempo il progetto “Climate Neutral Printing”: un programma sviluppato da Climate Partner che consente di calcolare le emissioni di CO2 collegate alle attività di stampa e la relativa riduzione grazie a progetti di compensazione, a partire dall’ottimizzazione dei dispositivi utilizzati. I clienti Canon possono scegliere tra diversi progetti per la compensazione delle emissioni di CO2, certificati in base a standard internazionali e sottoposti a regolari controlli. In questa direzione si ascrive anche l’introduzione di carte della serie “zero label”, le cui emissioni – già ridotte all’origine perché prodotte in maniera sostenibile –  vengono compensate da Canon, rendendole di fatto “carbon neutral”. Queste carte hanno l’etichetta “Climate neutral paper” e numero identificativo. “Siamo lieti di partecipare a questo evento dedicato a un tema centrale per noi e per la nostra azienda. Ed è un piacere che questa iniziativa veda grande coinvolgimento delle generazioni più giovani. In Canon crediamo fortemente che l’adozione di misure e soluzioni ecosostenibili costituisca una lezione di responsabilità sociale e al tempo stesso un fattore chiave per uno sviluppo sostenibile delle aziende presenti e future. Negli anni, il programma “Climate Neutral Printing” ci ha permesso di proporci come partner di valore per tutte quelle realtà che desiderano rispettare l’ambiente e le direttive internazionali, compensando le emissioni generate da ogni singola stampa.” ha commentato Daniela Valterio, Enviroment, Quality & Product Safety Manager di Canon Italia che aggiunge: “Canon mette a disposizione dei propri clienti e partner la più avanzata tecnologia per assicurare il minor impatto ambientale possibile nei processi di stampa, senza per questo incorrere in un aumento dei costi o dei tempi di stampa.” The post Canon in prima linea per la riduzione dell’impatto ambientale nei processi di stampa appeared first on Data Manager Online.

Data science in Italia, alla Sapienza i primi laureati

Mentre a Bologna con il nuovo anno accademico sta per partire la nuova scuola di dottorato in Data Science and Computation, attivata dall’Università e dalla Fondazione Golinelli che ne ospita la sede, a Roma il rettore della Sapienza, Eugenio Gaudio ha proclamato i primi laureati del corso magistrale in Data Science. La Sapienza è stata la prima università italiana ad aver incluso nell’offerta formativa il corso di laurea magistrale in Data Science. I primi laureati in Data Science si chiamano Cristina Menghini, Michele Gentile, Elena Troccoli e Paolo Tamagnini (nella foto). La cerimonia si è svolta nell’ambito del simposio “DataScience@Sapienza” a cui hanno partecipato anche la direttrice di ricerca di Google per il machine learning, Corinna Cortes e il responsabile per i servizi IT di Eurostat, Emanuele Baldacci. Al di là dei primati, come testata professionale dell’ICT, ci piace segnalare che il gap di competenze lamentato da molte imprese in Italia si va via via colmando. La laurea magistrale in Data Science va incontro alla grande richiesta a livello nazionale e internazionale di profili professionali capaci di integrare i big data all’interno delle industrie digitali, le attività avanzate di business e i servizi innovativi per i cittadini. «I nostri studenti – come ci spiega Stefano Leonardi, presidente del corso di studi – hanno avuto la possibilità di svolgere durante il corso di studi stage e internship in numerose realtà sia in Italia che all’estero. Alcune delle principali industrie del settore come Google, IBM, Microsoft e SAS hanno appositamente organizzato corsi per i nostri studenti». #Datascience alla @SapienzaRoma i primi laureatiClick To Tweet L’obiettivo comune al quale molte università e politecnici stanno lavorando è di formare professionisti in grado di analizzare, interpretare e gestire una quantità sempre maggiore di dati soprattutto digitali, con particolare attenzione agli aspetti riguardanti le pratiche innovative di business, l’industria di Internet, la privacy e la sicurezza. Preparare figure professionali come il data scientist, l’open data manager, il big data infrastructure professional, il business data analyst, che oggi sono tra i profili più ricercati sul mercato, significa dare ai giovani talenti non solo una dote di preparazione specialistica ma anche un’opportunità per affermarsi nel mondo del lavoro. The post Data science in Italia, alla Sapienza i primi laureati appeared first on Data Manager Online.