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IA generativa: qual è il punto di vista dei consumatori?

Come viene vista l’IA generativa dalle persone “comuni”, cioè da chi non necessariamente lavora nel settore tecnologico? A dare una risposta ci ha pensato Thoughtworks, società di consulenza tecnologica che opera sul mercato globale, intervistando circa 10.000 consumatori in dieci Paesi (Australia, Brasile, Germania, India, Italia, Paesi Bassi, Singapore, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti). L’IA generativa? L’opinione generale è positiva, ma non mancano alcune preoccupazioni Lo scenario che emerge dall’analisi di Thoughtworks evidenzia come la percezione sull’IA generativa sia tendenzialmente positiva. Il 30% degli intervistati afferma di essere entusiasta dall’idea di poter usare le nuove tecnologie, mentre un 42%, pur avendo un’opinione positiva, non nasconde di avere qualche perplessità: sono pronti all’incremento dell’uso, purché le aziende restino trasparenti e proattive nel comunicare il modo in cui la IA generativa viene da loro utilizzata. La ricerca dimostra che gli utenti hanno aspettative elevate nei confronti delle aziende che utilizzano la IA generativa per innovare. Queste aspettative, se rispettate, consentiranno alle aziende di mantenere la loro “licenza sociale”, ovvero la percezione da parte dei consumatori che l’azienda stia agendo in modo equo, appropriato e meritevole di fiducia. La ricerca “IA generativa: cosa chiedono i consumatori” analizza nel dettaglio le risposte di 10.000 consumatori di dieci diversi Paesi. Di seguito i principali risultati: Fra gli aspetti positivi dell’IA generativa, gli intervistati hanno affermato che porterà più innovazione (59%), una migliore esperienza d’uso, anche grazie a un miglior support utente (51%) e un’esperienza più personalizzata (50%). Le perplessità, invece, sono relative alla privacy (48%), alla mancanza di regole condivise (45%) e all’assenza dell’intervento umano (64%). Il problema però non è dovuto alla scarsa fiducia che le persone danno alla tecnologia: semplicemente, le persone tendono a fidarsi poco delle aziende, se lasciate libere di operare senza vincoli, e chiedono l’intervento normativo delle istituzioni. Più della metà degli intervistati (56%) sostiene infatti di non fidarsi dell’approccio delle imprese, mentre uno schiacciante l’82% ritiene che delle regole imposte dai governi possano garantire una competizione più equa, una maggiore inclusività e più responsabilità nell’utilizzo dell’IA generativa. I principali timori? Prima di tutto, la paura che le imprese private utilizzino i dati senza consenso (71%). Al secondo posto, il timore che l’IA generativa possa contribuire a diffondere fake news e ad alimentare la disinformazione (67%). Il 55%, invece, è preoccupato per temi come il plagio e contenuti potenzialmente pericolosi. Nonostante il 93% del campione sostenga di avere qualche dubbio dal punto di vista dell’utilizzo etico di questa tecnologia, il 68% afferma comunque che le imprese dovrebbero continuare a far leva sulle innovazioni che scaturiscono dall’utilizzo dell’IA generativa. Gli intervistati, come visto, chiedono nuove regole per normare l’utilizzo dell’IA generativa, e alle aziende chiedono una maggiore trasparenza. Per il 68% degli intervistati, le aziende dovrebbero specificare come vengono utilizzati i dati, il 63% sostiene che le imprese dovrebbero assicurarsi che non vengano generati contenuti illegali e il 62% dice che dovrebbero anche dichiarare esplicitamente quali contenuti sono stati generati da un’IA. Parlando dei risultati della ricerca, Mike Mason, Chief AI Officer di Thoughtworks, ha commentato: “In un mondo in cui la fiducia è fondamentale, le aziende devono capire che guadagnare la fiducia dei consumatori attraverso un utilizzo etico dell’Intelligenza Artificiale non è solo un obbligo normativo, ma un vantaggio strategico. Per decenni Thoughtworks ha lavorato con i propri clienti per consentire loro di trarre pieno vantaggio dall’adozione di tecnologie emergenti, introducendo contestualmente una governance responsabile dei processi di business a tutela della fiducia dei loro consumatori.” Lauren Woodley, a capo della ricerca condotta da Vanson Bourne, ha affermato: “Thoughtworks ha adottato una prospettiva unica in merito al controverso tema della IA generativa, cercando di capire come si sentono i consumatori quando interagiscono con le aziende che la utilizzano. I risultati sono allarmanti: i consumatori esprimono molte preoccupazioni riguardo al modo in cui le aziende utilizzano i dati relativi alla IA generativa. Questo va a sottolineare la responsabilità sociale che le imprese hanno nel creare fiducia e rassicurare i consumatori. Se le aziende saranno in grado di affrontare queste preoccupazioni con proattività e trasparenza, il futuro della IA generativa potrà essere positivo: dai prodotti/servizi più innovativi a una migliore customer experience, i risultati indicano entusiasmo tra i consumatori. Prima però bisogna rassicurare i consumatori.” “La IA generativa offre infinite possibilità. Noi aiutiamo i nostri clienti a sperimentare le nuove applicazioni di cui gli intervistati sono entusiasti, come la generazione di idee per prodotti più innovativi, un’assistenza più rapida ed esperienze più personalizzate, per poi ingegnerizzare questi esperimenti e portarli in produzione”. Fonte: bitmat.it

Imprese italiane e digitale: perché la cyber security diventa un must

La sfida che le Imprese italiane sono chiamate a intraprendere è quella di proteggere le reti aziendali, senza aumentare i carichi di lavoro dei team di rete e sicurezza, né ostacolare la produttività. Con la transizione alla quarta rivoluzione industriale, sono più di novemila, in Italia, le PMI del settore manifatturiero volte verso una produzione sempre più interconnessa ed automatica. Con la cosiddetta Industria 4.0, il processo di innovazione, digitalizzazione e miglioramento delle performance si aggancia, oggi, al tema della Cyber Security come indispensabile per garantire la business continuity e la prosperità del tessuto produttivo italiano. Inoltre, questa forte accelerazione del digitale ha reso il focus sull’Industrial IoT più rilevante che mai. L’Industrial IoT segna, infatti, la nuova fase della produzione industriale, permettendo al settore di compiere un significativo passo in avanti in termini di efficienza, sicurezza e impatto ambientale. Le soluzioni di IoT & Industry 4.0 si pongono l’obiettivo di portare a piena convergenza le tecnologie operative da un lato (OT, Operation Technology) e quelle digitali dall’altro (IT, Information Technology), garantendo una gestione intelligente ed ottimizzata dell’intero ciclo produttivo. Questo permette di snellire notevolmente i processi lavorativi assicurando, al contempo, livelli di sicurezza maggiori per centri di lavoro specifici e politiche di sicurezza automatizzate per la messa in sicurezza dopo eventi anomali o incidenti. La sfida che le organizzazioni sono chiamate a intraprendere è quella di proteggere le reti aziendali, senza aumentare i carichi di lavoro dei team di rete e sicurezza, né ostacolare la produttività. Gli attacchi informatici crescono quotidianamente ed in modo esponenziale, fino a rappresentare una vera e propria minaccia per la sicurezza e l’operato delle organizzazioni. Per contrastare questo fenomeno, i tre pilastri su cui basare un sistema di sicurezza in grado di proteggere le informazioni aziendali più preziose sono: Persone, Processi e Tecnologia. Il patrimonio informativo e strategico di un’azienda è uno degli asset fondamentali per la sopravvivenza della stessa. È facile quindi comprendere perché la protezione di dati e informazioni sia di primaria importanza per gli addetti ai lavori. Le esigenze delle imprese, però, vanno oltre alla semplice necessità di contrastare minacce informatiche derivanti da fenomeni di cybercrime, phishing e malware. Oltre a ciò, infatti, si aggiunge il bisogno di diffondere trasversalmente all’interno delle aziende i principi di sicurezza di base, come il rispetto delle normative in materia di GDPR (General Data Protection Regulation), l’esecuzione del backup dei dati, la scelta di password complesse, il diffidare dagli allegati delle email etc. Elementi indispensabili per la continuità del business Sicurezza di rete, delle applicazioni e delle informazioni: le soluzioni di Cyber Security hanno lo scopo di garantire la difesa delle reti informatiche, delle infrastrutture, dei software, nonché dei dati e delle informazioni aziendali stesse. Gestione, protezione e privacy dei dati (sia quelli archiviati che quelli temporanei). Conoscenza dello stato up-to-the-minute di diversi endpoint e possibilità di confrontare le informazioni pervenute dai vari endpoint. Riduzione del rischio: rilevazione e correzione delle vulnerabilità dei sistemi operativi e delle app di terze parti, nel rispetto delle normative. Usabilità degli endpoint: eliminazione dei problemi che rallentano i dispositivi degli utenti e correzione dei bug al momento giusto, nelle giuste condizioni, per ridurre al minimo l’impatto sull’operatività. Formazione e awareness: rendere i dipendenti parte di un team che rappresenti prima e ultima linea di difesa, oltre agli strumenti informatici. Incremento della produttività: i sistemi di monitoraggio consentono alle imprese di ispezionare reti e i sistemi alla ricerca di vulnerabilità permettendo ai tecnici di intervenire in modo mirato solo dove necessario. Innovazione tecnologica: le soluzioni di Cyber Security stanno guidando l’innovazione, rendendo più facile per le imprese costruire nuovi servizi e consentendo alle organizzazioni di soddisfare al meglio le esigenze dei clienti. Fonte: bitmat.it

E-commerce B2B: “Buy now pay later” come fattore di sviluppo

Le imprese che utilizzano l’E-Commerce B2B come canale di vendita in Italia sono oltre 46 mila e il maggior utilizzo si registra nei settori della logistica e trasporti (25%) e in quello dell’agroalimentare (21%). Grazie alle dilazioni il valore delle vendite può salire fino al 40%. Il tasto: “Compra ora paga dopo” – ovvero il sistema di pagamento “Buy now pay later” – è ormai prassi ben conosciuta e utilizzata nell’universo delle piattaforme e-commerce rivolte ai consumatori. Una survey di Allianz Trade, il leader mondiale dell’assicurazione crediti, realizzata in collaborazione con Format Research, è andata oltre, esplorarando il settore degli acquisti realizzati tra imprese: l’E-Commerce B2B. Chi utilizza E-commerce in Italia? Dall’indagine effettuata è emerso che sono oltre 46 mila le imprese italiane che oggi utilizzano l’E-commerce come canale di vendita. Nel 2021 il valore di questo mercato aveva raggiunto i 430 miliardi di euro costituito principalmente dal fatturato delle medie imprese, in particolare le piccole realtà hanno contribuito con valore residuale sebbene costituiscano il 50% degli operatori. In termini geografici l’Italia vede questa concentrazione di imprese che utilizzano l’E-Commerce B2B come canale di vendita: in Lombardia (17,6%), Veneto (9,3%) e Campania (8,5%) Logistica e trasporti (25%) e agroalimentare (21%) si sono rivelati i due settori in cui questa modalità di vendita è più sviluppata. Dalla survey di Allianz Trade emergono anche le sfide da affrontare per le aziende che hanno sviluppato un B2B E-Commerce, in primis c’è quella di concedere termini di pagamento ai propri buyer, valutandone il merito di credito in tempo reale al check-out. Questo diventerà una leva commerciale che permetterà di incrementare il valore delle vendite fino al +40%. Ad oggi, le aziende che utilizzano una piattaforma di vendita online con pagamento differito a 90 giorni sono lo 0,5%, ma si stima che raggiungeranno il 4,4% a fine 2024 e l’8,8% dopo il 2024. Massimiliano Fidilio, E-Commerce Sales Manager MMEA Allianz Trade commenta questi dati: “L’E-commerce B2B si sta rivelando sempre più un elemento strategico e di sviluppo di business imprescindibile. Stiamo assistendo infatti a una richiesta sempre crescente di dilazione sui sistemi di pagamento e-commerce e questo pone indubbiamente una nuova sfida per le imprese. Il trend è confermato dalle prospettive future: si evidenzia infatti che entro due anni avremo un aumento dal 2,2% al 17,2 % dei Sellers che gestiranno le relazioni commerciali esclusivamente da piattaforma B2B per arrivare ad oltre il 50% (oltre il 2024)” Fonte: bitmat.it

E se la sostenibilità facesse vendere di più?

Il recente rapporto “Sustainability Perceptions Index” realizzato da Brand Finance dimostra che più i consumatori percepiscono la sostenibilità ambientale e sociale (ESG) di un prodotto, tanto più lo scelgono. Evidentemente questo si traduce in valore reale per il brand. Per Amazon, ad esempio, la ‘sostenibilità percepita’ da parte dei consumatori contribuisce con ben sette punti percentuali (+7%) al valore del brand, che tradotto significa +19,9 miliardi di dollari. Per Tesla, altro esempio, il valore generato dalla sostenibilità è stimabile in +17,8 miliardi di dollari laddove la sensibilità all’ESG percepita nel marchio da parte dei consumatori pesa per il 27% nel comportamento d’acquisto. “Ai colleghi imprenditori che vivono la trasformazione green come un onere da sopportare, magari al minor costo possibile, dico vi sbagliate. L’ecosostenibilità fa vendere più prodotti e aumenta l’equity, ovvero il valore del marchio” così Aurelio Manzoni, Sustainability manager di Nuncas, marchio italiano di riferimento nel settore della cura della casa, a margine di “Il Verde e Blu Festival” in corso in queste ore. Notiamo che questa preferenza per l’ecosostenibilità era già in atto nel 2019, quando il report “Sustainability matters, but does it sells?”, realizzato da McKinsey&Company calcolava che “il 70% dei consumatori era disposto a scegliere un prodotto ecosostenibile al posto di uno a maggiore impatto ambientale, spendendo il 5% o il 10% in più”. Dato ancora confermato dalla ricerca Deloitte “The Conscious Consumer” (2021) in ambito alimentare, realizzata su 17.000 consumatori in 15 Paesi europei. Secondo quest’ultima quale “il 78% degli intervistati italiani affermava di essere disposto a pagare almeno il 5% in più per alimenti sostenibili, ma anche per generi alimentari locali (79%), biologici e fair trade (entrambi 76%)”. “E molti altri esempi si potrebbero fare – commenta Aurelio Manzoni, che prosegue – da noi questo percorso di attenzione all’ambiente è stato avviato più di 20 anni fa, con investimenti e adeguati e importanti. E questo approccio continua oggi convintamente tanto che, entro il 2024, ci prefiggiamo di raggiungere una quota del 100% di plastica riciclata per la realizzazione dei nostri prodotti, di fatto quasi doppiando l’obiettivo UE, con un anticipo di ben 16 anni”. La proposta di Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio sugli imballaggi fissa infatti al 35% il contenuto di riciclato minimo a decorrere dal 2030 per arrivare al 65% nel 2040. “Chi può faccia, e subito – continua Aurelio Manzoni – e, non solo il pianeta gli sarà grato, ma anche consumatori e società civile. E persino il budget sorriderà, perché se è vero che determinati cambiamenti in chiave green possono rappresentare extra-costi, così come quelli che sopportiamo noi nell’acquisto plastica riciclata da post consumo (PCR) semitrasparente e bianca, nel medio termine questi si trasformeranno in benefici, anche in termini di conto economico dell’azienda”. Fonte: bitmat.it

La rivoluzione della logistica nel mondo e-commerce

La logistica gioca un ruolo determinante nel successo di un e-commerce. Ecco come si sta trasformando Nell’era digitale, l’evoluzione del commercio elettronico ha cambiato il volto del retail tradizionale, portando al centro dell’attenzione un settore spesso sottovalutato ma fondamentale: la logistica. Questa componente è diventata essenziale per garantire la soddisfazione del cliente, la gestione efficiente delle scorte e la puntualità delle consegne. La logistica moderna nell’era dell’e-commerce Il rapido sviluppo dell’e-commerce ha posto nuove sfide per la logistica. La necessità di spedizioni rapide, la gestione delle restituzioni e la previsione accurata delle scorte sono solo alcune delle problematiche che le aziende affrontano. Qui entra in gioco il servizio specializzato FBY Solutions, un esempio di come l’innovazione e l’esperienza possano combinarsi per offrire soluzioni logistiche su misura per le esigenze del commercio elettronico moderno. La gestione delle scorte Uno dei principali problemi legati alla logistica dell’e-commerce è la gestione delle scorte. Avere troppi prodotti in magazzino può risultare in costi eccessivi, mentre avere troppo poco può portare a perdite di vendita. Ecco perché la previsione della domanda e un sistema di gestione dell’inventario efficiente sono cruciali. Con l’uso della tecnologia e dei dati, le aziende possono ora prevedere con maggiore precisione le esigenze dei clienti e gestire le loro scorte di conseguenza. La velocità di consegna Le aspettative dei clienti riguardo alla velocità di consegna sono cresciute enormemente. Grazie a giganti dell’e-commerce come Amazon, i consumatori si aspettano ora consegne in giornata o il giorno successivo. Questa esigenza ha portato alla creazione di magazzini e centri di distribuzione in posizioni strategiche, permettendo alle aziende di spedire i prodotti più velocemente e di rispondere in modo agile alle esigenze dei clienti. La gestione delle restituzioni Le restituzioni sono una parte inevitabile dell’e-commerce. Offrire una politica di reso semplice e senza problemi può essere un fattore chiave per garantire la fiducia del cliente e incoraggiare ulteriori acquisti. Tuttavia, gestire le restituzioni può essere complesso dal punto di vista logistico. Le soluzioni moderne possono aiutare le aziende a gestire efficacemente questo aspetto, riducendo i costi e migliorando l’esperienza del cliente. La sostenibilità nella logistica L’attenzione crescente verso l’ambiente ha portato le aziende a cercare soluzioni logistiche sostenibili. Ciò include la riduzione dell’impatto ambientale attraverso la scelta di imballaggi eco-compatibili, la gestione efficiente delle rotte di spedizione e l’adozione di veicoli a basse emissioni. L’adozione di pratiche sostenibili non solo aiuta l’ambiente, ma può anche offrire un vantaggio competitivo, poiché i consumatori diventano sempre più consapevoli delle questioni ambientali. Nonostante le sfide, l’evoluzione della logistica nell’e-commerce offre anche numerose opportunità. Con l’adozione di tecnologie avanzate e soluzioni innovative come quelle offerte da FBY Solutions, le aziende possono garantire non solo la soddisfazione dei clienti, ma anche la sostenibilità e l’efficienza dei loro processi logistici. La chiave del successo risiede nella capacità di adattarsi e innovare in risposta alle mutevoli esigenze del mercato. Fonte: bitmat.it

IA: Italia primo paese UE per progetti realizzati nella PA

A partire dal 2010, in tutta Europa, i progetti di Intelligenza Artificiale nelle PA hanno registrato un’importante crescita, passando da 26 a 148 all’anno, per un totale di 637 progetti mappati. Quasi un terzo ha l’obiettivo di migliorare i servizi rivolti a cittadini e imprese. L’Italia, con 63 progetti, emerge tra i Paesi più impegnati nello sviluppo delle soluzioni di Intelligenza Artificiale nella Pubblica Amministrazione, seconda solo ai Paesi Bassi (116). Conquista inoltre il primato per numero di progetti implementati: 38 iniziative, circa il 10% del portafoglio europeo. A livello globale, sono gli Usa a trainare le applicazioni d’Intelligenza Artificiale nella PA con un investimento, negli ultimi 5 anni, di oltre 60 miliardi di dollari. L’Italia, con 1 miliardo di euro investito, sembra adottare in confronto un approccio più conservativo, allocando meno risorse pubbliche suddivise in un più ampio numero di iniziative, molte delle quali sono progetti pilota. Questi i dati emersi dal report “Le opzioni tecnologiche per la digitalizzazione avanzata della Pubblica Amministrazione”, realizzato da The European House – Ambrosetti e Salesforce. Lo studio ha analizzato le strategie di adozione dell’IA elaborate dai principali Paesi UE, individuando proposte e azioni di policy per lo sviluppo e la diffusione del digitale in particolare nella PA italiana. “La Pubblica Amministrazione del futuro potrà far leva sulle tecnologie digitali per migliorare il proprio operato e aumentare l’attrattività del Sistema Paese. In particolare, le soluzioni di Intelligenza Artificiale semplificano l’accesso e lo sviluppo di nuovi servizi per i cittadini e le imprese, aiutano a ridurre il peso della burocrazia e a rendere più fluidi i processi amministrativi, supportano lo sviluppo di simulazioni degli impatti delle policy”, spiega Corrado Panzeri, Partner e Responsabile InnoTech Hub, The European House – Ambrosetti. “Il Sistema Italia ha bisogno di disporre di una Pubblica Amministrazione moderna, evoluta ed efficiente per competere efficacemente a livello europeo e internazionale. È quindi fondamentale che la PA italiana impari ad applicare le soluzioni di Intelligenza Artificiale con efficacia, a partire da una mappatura del livello di digitalizzazione, per conoscere il punto di partenza e definire quello di arrivo, e dalla definizione del percorso più idoneo per raggiungere obiettivi e posizioni di leadership. In tal modo si potrà disegnare una roadmap di trasformazione, individuando le tappe intermedie e prevedendo l’adozione di modelli di collaborazione con altri ecosistemi, dall’industria alla ricerca. Il tutto, coniugando l’uso delle tecnologie con il fattore umano, per offrire ai cittadini servizi in grado di abbinare alla precisione digitale un tratto personalizzato, assicurando inclusività, affidabilità e trasparenza”. “Il Digitale è entrato da tempo nelle nostre vite e l’Intelligenza Artificiale Generativa è stato il più recente fenomeno che ha portato un’ulteriore accelerazione dell’adozione – accentua Paolo Bonanni, Country Leader Salesforce per la Pubblica Amministrazione. – In molti affermano che siamo nel pieno di una Rivoluzione. Un fenomeno che sta portando i cittadini/consumatori da un lato, le aziende e le istituzioni dall’altro, a ripensare la modalità di relazione e la definizione dei processi. Le implicazioni sono svariate e l’impatto significativo. Per questo ormai sempre di più si parla anche di una Rivoluzione della Fiducia: quel Trust che le organizzazioni devono conquistare nei confronti dei cittadini e dei consumatori e la fiducia degli individui verso la tecnologia e chi la produce. Salesforce è ormai da anni al fianco della Pubblica Amministrazione Italiana nel processo di Transizione Digitale a tutti i livelli. L’Intelligenza Artificiale e le nuove tecnologie sono un elemento di accelerazione, ma bisogna preparare il terreno, formare le competenze, dar vita a ecosistemi che poi consentano un utilizzo pieno, efficace ed evolutivo delle nuove potenzialità“. Dalle competenze al PNRR, le azioni concrete per implementare la IA nella PA italiana La ricerca mette in luce anche le priorità d’azione da mettere in campo per accelerare la digitalizzazione e l’uso dell’Intelligenza Artificiale nella PA. Considerando che l’Italia si pone oggi al 20° posto in UE per incidenza dei servizi pubblici digitali erogati ai cittadini, emerge la necessità di spingere sulla diffusione di tecnologie digitali nella PA, in particolare con l’adozione di architetture Cloud. D’altro canto, è consigliato promuovere nuove piattaforme pubbliche di Open Data per condividere l’enorme patrimonio informativo disponibile a beneficio di altre PA, dei cittadini e delle imprese. È essenziale, poi, stabilire un dialogo continuo e costruttivo con l’Authority competente (Garante Privacy o altro), che garantisca l’adozione responsabile e efficace di tali tecnologie. Per implementare la AI nella Pubblica Amministrazione è poi necessario investire sulla formazione. Sul versante delle competenze digitali di base, per raggiungere il target europeo all’Italia mancano 15,3 milioni di cittadini: per questo è urgente intervenire con un piano di alfabetizzazione digitale dei cittadini e tutti gli stakeholder sono chiamati a fare la propria parte: il pubblico attraverso il percorso di istruzione formale, il privato attraverso la formazione on-the-job dei lavoratori, entrambi per valorizzare bacini e comunità periferiche a forte rischio di esclusione. Allo stesso tempo, bisogna favorire lo sviluppo delle competenze digitali avanzate. In Italia sono 42.000 i laureati in discipline ICT, contro i 252.000 della Germania, i 134.000 della Spagna, gli 81.000 della Francia e i 69.000 della Polonia. Per colmare il gap, è richiesto un intervento strutturale con l’ampliamento del bacino delle università che prevedono corsi di laurea in materia ICT, il potenziamento degli insegnamenti sull’AI, il rafforzamento del ruolo degli ITS per formare i giovani su temi tecnologici, l’adozione di meccanismi per trattenere i giovani qualificati. Inoltre, il report ribadisce l’urgenza di attuare il prima possibile le iniziative sulla digitalizzazione presenti nel PNRR: sono infatti previsti circa 6,1 miliardi di euro per digitalizzare la Pubblica Amministrazione, cui aggiungere risorse pari a circa 3,6 miliardi di euro non destinate alla digitalizzazione. Le risorse allocate dal PNRR sono oltre 3 volte quelle dell’attuale spesa ICT della PA relativa alla digitalizzazione. Tra opportunità e rischi: i principi guida per adottare l’IA nella Pubblica Amministrazione Un approccio responsabile all’adozione dell’AI è in ogni caso indispensabile, per creare un contesto capace di massimizzare le opportunità e parallelamente mitigare i rischi, in particolare quelli legati alla privacy e all’ottenimento di risultati non trasparenti, parziali, inaffidabili e non spiegabili. Il report individua quindi 5 principi guida a cui deve uniformarsi

Addio cookie terze parti: marketing online verso gestione più etica

Il blocco imminente dei cookie di terze parti, utilizzati per tracciare il comportamento degli utenti e fornire annunci mirati, sta portando a un’evoluzione nel mondo della pubblicità online, verso una gestione più etica delle informazioni degli utenti. Come possono i brand adattarsi a questi sconvolgimenti restando comunque competitivi sul mercato? Immaginiamoci di essere in una pasticceria, farci un giro, soffermarci su 2-3 tipologie di torte, e poi uscire senza acquistare nulla perché dobbiamo andare in palestra e si sta facendo tardi. Immaginiamo che il negoziante della pasticceria paghi una persona per osservare di nascosto i comportamenti dei clienti e farsi trovare in palestra quando stiamo per uscire e tornare a casa, per darci un volantino della pasticceria in cui ci mostra proprio quelle torte che stavamo pensando di comprare, magari scontate per 24 ore. Se volessimo trasferire questa scena nel web ecco, la persona col volantino è il cookie di terze parti che prende le informazioni dal sito web che stiamo navigando (pasticceria) e fa vedere l’annuncio giusto (volantino torte) nel posto giusto (palestra). Cosa sono i cookie di prima e terza parte? I cookie di terze parti funzionano in modo simile all’esempio della pasticceria. Ma procediamo con ordine: cosa sono i cookie? Quando un utente naviga su un sito web, possono essere utilizzati alcuni “pezzi di informazione” chiamati cookie – che altro non sono che dei piccoli file di testo che vengono inviati dal sito e memorizzati sul dispositivo con cui si sta navigando – utili per riconoscere l’utente e registrare le azioni che compie sul sito stesso. I cookie sono molto utili per molte funzionalità online: permettono di mantenere l’accesso a un sito, memorizzare preferenze e impostazioni, riportare l’utente al punto in cui aveva lasciato un determinato processo, come ad esempio un carrello abbandonato o la compilazione di una pratica lasciata a metà. In questi casi si parla di cookie di prima parte, ovvero sono generati dallo stesso proprietario del sito per migliorare l’esperienza di navigazione a tutto vantaggio dell’utente. I cookie vengono però creati non solo dal proprietario del sito stesso ma anche da altre società o servizi esterni (terze parti) che hanno una sorta di accordo con il sito web che si sta visitando. Questi cookie di terze parti servono al sito web per appoggiarsi a una società esterna che, ad esempio, gli consentirà di fare pubblicità mirate per ogni singolo utente su altri siti che navigherà. Ad oggi sono stati uno degli strumenti principali per le grandi piattaforme di advertising online per tracciare il comportamento dei clienti su più siti web e creare quindi un profilo più definito fino ad arrivare a mostrargli annunci pubblicitari basati su interessi mirati e proporre offerte commerciali pertinenti. Ma se da un lato possono essere utili per fornire contenuti più rilevanti e migliorare l’esperienza di navigazione, allo stesso tempo sollevano preoccupazioni sulla privacy, poiché sono molte le informazioni che possono essere condivise con società esterne ed è difficile per l’utente tenere traccia del percorso che faranno queste informazioni che lo/la riguardano. La fine dei cookie di terze parti Presto questi cookie non saranno più supportati. Le date si rincorrono da un po’ di tempo ma ormai sembra ufficiale: entro la fine del 2024 anche Google Chrome, come già fatto da Safari, Microsoft Edge e Firefox, completerà la messa al bando globale dei cookie di terze parti stravolgendo così il mondo del marketing online. Si pensi che, secondo l’analisi di Twilio “The State of Customer Engagement Report 2023”, l’81% dei brand si affida ai cookie di terze parti per personalizzare l’offerta online e che in generale l’investimento nel digital customer engagement porti ai brand un aumento dei ricavi del 90%. Stando allo stesso report, il 57% dei consumatori dichiara che spenderebbe di più da un brand che personalizza l’esperienza ma, d’altro canto, ben il 95% dei consumatori chiede di avere più controllo sui propri dati online e il 50% di loro afferma di aver abbandonato un sito web piuttosto che dare il consenso ai cookies. Di conseguenza molti brand (il 42%) sostengono che la principale sfida corrente per il coinvolgimento dei clienti sia quella di trovare un equilibrio tra sicurezza ed esperienza del cliente. Un equilibrio necessario, dato che, secondo questo report di BCG, le aziende perderanno fino al 5% di fatturato a parità di investimento. Secondo un’analisi di McKinsey, all’incirca 10 miliardi di dollari di advertising che ad oggi è basato sui cookie di terze parti dovrà essere sostituito con delle pubblicità che derivano da una combinazione di dati proprietari. Sembrerebbe inoltre che la maggior parte delle perdite le avranno le agenzie che si occupano di marketing e pubblicità: secondo un’analisi di Google i big della pubblicità che usano questi strumenti potrebbero perdere il 50-70% dei loro incassi. Insomma, nel mondo del marketing digitale è in atto una vera e propria rivoluzione, ma le soluzioni a portata dei brand per andare incontro alle esigenze dei consumatori ci sono già, e spesso sono più vicine di quanto pensino. La nuova frontiera: riscoprire i dati di prima parte e parte zero A causa di questo nuovo limite, marketers e aziende sono ora alla ricerca di alternative partendo forse da quella più scontata ma anche, ad oggi, un po’ sottovalutata: la gestione più consapevole dei dati di prima parte – ovvero le informazioni raccolte direttamente dal proprio sito web o applicazione, o attraverso il proprio e-commerce, programma di loyalty, ecc… – e quelli di parte zero – vale a dire i dati che vengono direttamente e volontariamente lasciati dall’utente, per esempio attraverso sondaggi o la compilazione di form. Infatti i dati di prima parte e zero parte provengono da processi che i clienti seguono volontariamente, quindi sono più accurati e precisi e molto più adatti ad essere utilizzati come input per operazioni ad alto valore strategico – soprattutto lato marketing – tra le quali: personalizzare l’esperienza dell’utente, indirizzare la pubblicità, misurare l’efficacia delle campagne e migliorare l’esperienza complessiva del cliente. Il paradosso privacy-personalizzazione Oggi più che mai gli utenti non sono disposti ad accontentarsi di un’esperienza impersonale. Secondo il report “State of personalization 2023” di

Next-commerce: che cosa cerca l’e-shopper italiano?

“Next-commerce: il futuro dell’e-commerce in Italia e in Europa”: Un campione di 5.000 intervistati tra 16 e 65 anni, che hanno acquistato almeno 1 volta online negli ultimi 12 mesi, ha permesso di decodificare le abitudini di acquisto degli e-shopper e di delinearne le aspettative. Realizzato da Kantar per Veepee – protagonista Europeo delle flash-sales, in 5 mercati principali del Gruppo: Italia, Francia, Spagna, Olanda e Belgio – lo studio ha messo l’accento sui diversi elementi che caratterizzano il comportamento degli acquirenti in Europa ed in particolare in Italia, ma anche sull’indice delle loro attese in termini di esperienza e di relazione con i brand. “Veepee è sempre all’ascolto dei brand, ma anche del consumatore finale”, spiega Valentina Corbetta, Country Manager Italia di Veepee. “Per meglio interpretare le loro necessità e capire quali sono le loro aspettative, realizziamo delle ricerche interne ed esterne che ci permettono anche di individuare ed intercettare i nuovi trend, e da questo studio sono emersi diversi elementi”. “L’e-shopper oggi è sempre più informato, attento al prezzo e in cerca di qualità, non solo relativamente ai prodotti che acquista, ma anche in termini di esperienza. Oltre ad una maggior sensibilità nei confronti dei temi della sostenibilità, notiamo anche un interesse crescente per i marketplace, che uniscono prezzo competitivo e ampia scelta nelle proposte. Per i brand le opportunità sono quindi numerose per coinvolgere ed ingaggiare un cliente curioso ed esigente, che si aspetta da loro una relazione sempre più personalizzata, in grado di intrattenerli con modalità innovative”. L’e-shopper online italiano è sempre più informato ed attento al prezzo I dati emersi mostrano che lo shopping online è in costante crescita: 1 italiano su 2 ha dichiarato di aver aumentato i propri acquisti negli ultimi 12 mesi. L’Italia è, insieme alla Spagna, il paese in cui gli acquisti online sono maggiormente cresciuti rispetto ai vicini europei. Ecco le principali tendenze: L’online è il canale che gli e-shopper italiani privilegiano nel 39% dei casi per comprare prodotti di un brand che già conoscono. In fase di pre-acquisto, l’85% degli e-shopper italiani ha dichiarato informarsi. I research tools sono la prima fonte per il 64% quando si tratta di cercare un prodotto, seguito dai marketplace (56%) e infine dal sito del brand (48%). Il prezzo risulta essere un fattore determinante per finalizzare l’acquisto per il 51% degli italiani intervistati. 7 italiani su 10 infatti cercano i prodotti filtrando le loro ricerche in base al prezzo. Questo fattore è anche il principale criterio di attrattività per le flash-sales, in seguito alla scoperta di nuovi brand (40%). In risposta alla domanda “ti piace un articolo ma il prezzo è ancora troppo elevato”, il 38 % degli intervistati dichiara di controllare subito online per vedere se ci sono offerte; il 40% aspetta che ci siano sconti o promozioni per provvedere all’acquisto. Risulta anche di crescente interesse la contaminazione e il collegamento positivo tra on e offline: il 91% ha dichiarato che l’online ha inciso sul loro modo di comprare negli store fisici a conferma del comportamento d’acquisto omnicanale. I marketplace: un opportunità per brand e per consumatori La ricerca mette inoltre in rilievo un interesse crescente per i marketplace. Oltre a rappresentare la prima fonte di ricerca in fase di pre-acquisto, per il 56% degli italiani i marketplace offrono diversi vantaggi: Al 38% gli italiani, interessano per un fattore di prezzo; il 30% dichiara di consultarli per le offerte e promozioni; e il 28% per l’ampia scelta di prodotti che offrono. Quando si richiede ai consumatori dove comprano articoli fashion, il 27% degli italiani dichiara di acquistare soltanto sul sito del brand, mentre il 21 % esclusivamente attraverso marketplace; per il 50% l’acquisto avviene indifferentemente su entrambi. Una differenza sempre più sottile che attesta che il marketplace si stia consolidando come destinazione shopping sempre più utilizzata. Next-commerce: qualità e sostenibilità temi chiave La qualità dei materiali rimane per gli italiani un fattore di capitale importanza : 1 italiano su 2 compra regolarmente articoli fashion e il 22% cita la qualità come criterio più importante in fase di scelta del prodotto, subito dopo il fattore prezzo. Gli italiani in particolare attribuiscono grande valore alla manifattura dei prodotti e per 6 intervistati su 10, il Made in Italy è prima di tutto sinonimo di qualità. Un tema importante che impatta in modo sempre più significativo sulle scelte dei consumatori, è la sostenibilità. L’attenzione da parte del consumatore online verso la sostenibilità cresce: il 46% degli italiani afferma infatti che l’e-commerce ha contribuito nella loro scelta di acquistare prodotti più sostenibili, un dato sopra la media Europea. Per l’acquirente italiano, comprare in modo sostenibile è principalmente legato alla fiducia e alla trasparenza con i brand, ma anche alla scelta dei materiali e all’utilizzo di processi sostenibili nella manifattura. Anche la preoccupazione per l’ambiente è un fattore determinante per gli acquisti: 1 italiano su 2 ha comprato o venduto articoli second-hand negli ultimi 12 mesi. Il 45% lo fa per ridurre gli sprechi e il 39% per prolungare il ciclo di vita dei prodotti o per dargli una seconda vita. Il fashion è la prima categoria di prodotti a generare turnover per il mercato dell’usato. Innovazione e personalizzazione per arricchire l’esperienza d’acquisto In conclusione, i consumatori cercano una relazione con i brand sempre più trasparente e personalizzata. In questa ottica, l’e-shopper è anche propenso a sperimentare innovazioni che possano rendere la sua esperienza d’acquisto coinvolgente ed interattiva: 39% degli intervistati italiani ammette infatti di non aver ancora sperimentato nessuna innovazione tecnologica durante la sua shopping journey. Il 77% è invece molto propenso a poter provare nuove modalità di vivere l’acquisto. Così riscuotono un successo crescente le sessioni di Live Shopping che favoriscono un dialogo diretto tra brand e cliente, o ancora nuove tecnologie al servizio dello shopping online come la realtà aumentata o l’utilizzo di chatbot di Intelligenza artificiale. Fonte: bitmat.it

Tecnologie Indossabili e IoT: in prima linea per un futuro connesso

Le tecnologie indossabili e Internet of Things (IoT) stanno aprendo nuove opportunità per professionisti altamente specializzati che guidano lo sviluppo di soluzioni ingegneristiche avanzate In un’epoca di rapide innovazioni, le tecnologie indossabili e Internet of Things (IoT), oltre a rivoluzionare il nostro stile di vita, cambiando il modo in cui ci relazioniamo con il mondo digitale e fisico, stanno anche aprendo nuove opportunità per professionisti altamente specializzati che guidano lo sviluppo e l’adozione di soluzioni ingegneristiche avanzate. “Gli ingegneri del software per dispositivi indossabili stanno ridefinendo il modo in cui ci connettiamo e interagiamo con il mondo digitale, mentre gli esperti di dati e analisi IoT traducono il flusso di informazioni in insight preziosi, guidando decisioni informate. Insieme, questi professionisti stanno plasmando un futuro sempre più connesso, in cui la tecnologia migliora la qualità della vita e abilita innovazioni straordinarie” afferma Alberto Sala, Head of Technology & Innovation Division, Robert Walters Italy I ruoli chiave nel campo delle nuove tecnologie indossabili e IoT Vi presentiamo uno studio in cui Alberto Sala, Head of Technology & Innovation Division di Robert Walters Italia, esplora i ruoli chiave in questo campo, mettendo in luce il loro ruolo cruciale nella creazione del nostro futuro sempre più interconnesso. Ingegneri del software per dispositivi indossabili: Architetti dell’UX (User Experience) Gli ingegneri del software dedicati ai dispositivi indossabili stanno ridefinendo il concetto di interazione uomo-macchina. Questi professionisti creano applicazioni intuitive e software personalizzati per dispositivi come smartwatch e occhiali intelligenti, migliorando il modo in cui ci connettiamo e interagiamo con il mondo digitale. Esperti di dati e Analisi IoT: estrattori di significato dai flussi di informazioni La mole di dati generati dai dispositivi IoT richiede menti analitiche capaci di tradurre numeri in insight preziosi. Gli esperti di dati e analisi interpretano le informazioni raccolte da dispositivi connessi, applicando tecniche avanzate per rilevare tendenze e modelli che guidano decisioni informate. Ingegneri delle Telecomunicazioni IoT: Architetti della connessione senza interruzioni Gli ingegneri delle telecomunicazioni specializzati nell’IoT sono i maestri dietro le quinte che rendono possibile la comunicazione fluida tra dispositivi connessi. Creano e ottimizzano le reti di comunicazione che consentono ai dati di fluire in modo affidabile e sicuro, contribuendo alla base stessa della connettività. Progettisti di hardware per dispositivi indossabili: artisti dell’eleganza tecnologica I progettisti di hardware per dispositivi indossabili uniscono funzionalità e stile in un unico pacchetto. Concepiscono componenti elettronici compatti ed efficienti, trasformando la tecnologia in accessori di design che migliorano la nostra vita quotidiana. Esperti di Sicurezza IoT: guardiani della protezione digitale Nell’era della connettività, la sicurezza è fondamentale. Gli esperti di sicurezza IoT sviluppano strategie per proteggere dispositivi indossabili e dati sensibili da minacce digitali, creando un ambiente sicuro in cui la tecnologia può prosperare. Specialisti in Integrazione dei dati e IoT: costruttori di ecosistemi connessi Gli specialisti in integrazione dei dati giocano un ruolo fondamentale nel creare un’esperienza utente armoniosa tra dispositivi e sistemi. Creano ponti digitali tra diverse piattaforme, consentendo agli oggetti connessi di comunicare e collaborare in modo sinergico. Ingegneri biomedici per dispositivi indossabili: innovatori della salute connessa Gli ingegneri biomedici specializzati nei dispositivi indossabili stanno spingendo i confini nella fusione tra tecnologia e benessere. Questi professionisti sono i cervelli dietro l’innovazione nella sfera della salute. Sviluppano dispositivi di monitoraggio avanzati che forniscono informazioni vitali in tempo reale, consentendo una gestione oculata del proprio stato e benessere fisico. Con i loro dispositivi, offrono la possibilità di mantenere un costante monitoraggio della propria salute, favorendo un approccio proattivo alla gestione del benessere personale. Fonte: bitmat.it

Social engineering: le strategie che colpiscono l’emotività

Il social engineering rappresenta ai nostri giorni una nuova insidia. Si tratta di una nuova forma di strategia capace di indurre le persone a rivelare informazioni riservate o a compiere azioni che possono mettere a rischio la sicurezza. Il social engineering prende di mira l’individuo con tattiche che fanno leva su emozioni di paura o urgenza. Gli attacchi assumono varie forme e la minaccia digitale è particolarmente insidiosa perché capace di colpire contemporaneamente un gran numero di persone. Questo tipo di attacco informatico non si basa su algoritmi complessi o codici impenetrabili, ma sfrutta invece tattiche psicologiche e la fiducia delle persone. Secondo il Data Breach Investigations Report 2023 di Verizon, il 74% delle violazioni avvenute nel 2022 ha coinvolto l’elemento umano, un dato che conferma quanto sia necessario prendere sul serio questo tipo di crimine. La protezione delle informazioni sensibili diventa infatti sempre più difficile. Ecco sette degli stratagemmi più comuni utilizzati dai cybercriminali Denis Cassinerio, Senior Director e General Manager di Acronis, leader globale della Cyber Protection, esamina gli stratagemmi che i criminali informatici utilizzano di più per manomettere dati e sistemi. 1. Phishing: una tecnica subdola che prevede l’invio di e-mail apparentemente legittime alle vittime scelte, ingannandole in modo che rivelino informazioni personali, attivino link dannosi o scarichino allegati infetti. Un hacker potrebbe, ad esempio, fingersi l’impiegato di una banca rinomata per spingere i destinatari ad aggiornare le informazioni relative al proprio account, facendo clic su un link che li reindirizza a un sito fasullo. 2. Vishing: questo nome deriva dalla contrazione di “voice phishing”, perché il metodo utilizza il contatto telefonico per carpire dati sensibili. Spacciandosi per un’autorità in cui si ripone fiducia, ad esempio un istituto bancario o un ente della pubblica amministrazione, i truffatori convincono le vittime a rivelare codici fiscali o informazioni finanziarie. 3. Smishing: simile al vishing, questo approccio inganna i destinatari con i messaggi di testo. I truffatori inviano messaggi SMS che contengono link dannosi o convincono le vittime a chiamare un numero falso, nel tentativo di indurle a condividere informazioni finanziarie, dati bancari o altre informazioni personali, oppure a installare malware che hanno la stessa finalità. 4. Whaling: la posta in gioco di questi attacchi è in genere molto alta: il whaling (caccia al pesce grosso) punta infatti a dirigenti o decisori di spicco all’interno delle organizzazioni. Queste personalità hanno condizioni, autorevolezza e credenziali di sistema più elevate; se l’inganno riesce, consente di estorcere informazioni aziendali o finanziarie strategiche. 5. Pretexting: una tecnica nella quale i criminali elaborano pretesti, cioè narrazioni o storie complesse, per conquistare la fiducia delle vittime e portarle a rivelare informazioni riservate. Uno degli esempi più diffusi è il truffatore che si finge tecnico informatico e chiede le credenziali di accesso, con il pretesto di eseguire semplici attività di manutenzione o di collaudo. 6. Compromissione delle e-mail aziendali: spesso sferrato verso i reparti commerciali delle aziende, questo tipo di attacco vede i criminali firmare messaggi e-mail fingendosi dirigenti di alto livello, chiedendo trasferimenti urgenti di denaro o informazioni finanziarie riservate, approfittando del rispetto percepito dal destinatario verso l’autorità del mittente. 7. Piggybacking: una forma fisica di social engineering in cui un hacker accede insieme alle persone autorizzate ad aree con accesso limitato. Approfittando della fiducia della persona, il criminale riesce a entrare senza autorizzazioni in spazi altrimenti interdetti. Molto vulnerabili a questo tipo di attacco sono i call center e le stanze dei server. Come contrastare le minacce Di fronte a tutte queste insidie, serve più che mai un approccio articolato che coniughi tecnologia e consapevolezza. Istruire i clienti sui vari tipi di attacchi di social engineering e fornire esempi tratti da situazioni reali è il metodo giusto per fornire strumenti di riconoscimento e capacità di risposta efficaci. L’offerta di sessioni di formazione con scadenze regolari permette di rafforzare il valore dello scetticismo e della cautela da adottare nelle comunicazioni digitali. Fornire filtri e-mail e software anti-phishing che individuano e prevengono gli attacchi di social engineering può aiutare a identificare i contenuti dannosi e le potenziali minacce prima che raggiungano le caselle di posta dei clienti. Favorire un atteggiamento proattivo Se il personale e i dirigenti sono costantemente informati sulle truffe e i raggiri più recenti, i clienti riescono a riconoscere e a reagire meglio ai potenziali pericoli. Il partner tecnologico di fiducia ha il ruolo essenziale di mettere in guardia e proteggere i clienti da ogni tipo di attacco informatico. L’aggiornamento continuo sulle tattiche in continua evoluzione di cui si avvalgono i criminali consente di fornire agli utenti finali informazioni e linee guida preziose. Un’altra misura proattiva è l’obbligo alla sensibilizzazione alla Cyber Security, con iniziative che contribuiscono alla crescita di una cultura attenta alla sicurezza. La formazione continua è il metodo più efficace per mantenere vigili e pronti gli utenti contro i tentativi di social engineering. Non da ultimo, è necessario vigilare sulla comunicazione tempestiva, che nella pratica prevede la diffusione continua di aggiornamenti sulle novità nel panorama delle minacce di social engineering. Questo approccio è bivalente: da una parte aiuta i clienti a rimanere informati e preparati, dall’altra rafforza la fiducia nelle capacità degli MSP di proteggere i loro interessi. Mantenendo sempre aperto il canale di comunicazione e condividendo attivamente le nuove informazioni, si creano relazioni solide con i clienti, migliorando inoltre il loro profilo complessivo di sicurezza informativa. Fonte: bitmat.it