GDPR: come gli hacker sfruttano la normativa a loro vantaggio

Oltre a crittografare i dati esfiltrano una copia dei documenti minacciando di pubblicare online tutti i dati. Negli ultimi mesi, però, gli esperti di sicurezza hanno lanciato un allarme riguardante un “effetto collaterale” del regime sanzionatorio introdotto con il GDPR. A sfruttare la normativa a loro vantaggio sono pirati informatici specializzati negli attacchi alle aziende che, normalmente, utilizzavano per le loro operazioni i cosiddetti crypto-ransomware. Questa tipologia di malware è progettata per agire in chiave estorsiva ai danni della vittima, attraverso la codifica tramite crittografia di tutti i dati e documenti presenti sui computer infetti. Chi subisce un attacco di questo tipo si trova in una situazione paradossale: tutti i dati sono presenti sui suoi sistemi, ma non può accedervi senza la chiave crittografica che è in possesso dei pirati. Lo schema, ormai adottato da numerosi cyber criminali, prevede poi la richiesta di un “riscatto” (a volte milionario) per ottenere la chiave di decodifica e ripristinare i dati presi “in ostaggio”. Inutile dire che il meccanismo nasconde numerose insidie e che percorrere la via del pagamento del riscatto è estremamente rischioso. La cronaca, infatti, ha registrato numerosi casi in cui i pirati informatici non hanno fornito la chiave crittografica nonostante il pagamento o, addirittura, hanno reiterato l’estorsione. La reazione corretta a un attacco di questo genere, così come confermano forze di polizia ed esperti di cyber security, prevede la denuncia del data breach e il ripristino dei dati attraverso strumenti specializzati o, in assenza di alternative, dei backup di sistema. Negli ultimi mesi, però, i pirati informatici hanno modificato il loro modus operandi per poter esercitare una pressione maggiore sulle loro vittime. Oltre a crittografare i dati, togliendone la disponibilità al legittimo proprietario, esfiltrano una copia di tutti i documenti. Nel documento che richiede il pagamento del riscatto, a questo punto, viene anche ventilata la minaccia di pubblicare online tutti i dati, innescando un meccanismo per cui l’azienda vittima dell’attacco rischierebbe anche di subire le (salatissime) sanzioni previste dal GDPR. A inaugurare questa strategia nel dicembre 2019 è stato un gruppo come Sodinokibi, seguito a ruota da altre gang di cyber criminali specializzati in attacchi ransomware. Uno di questi, chiamato Maze, ha addirittura creato un sito sul Dark Web in cui vengono sistematicamente pubblicati i dati rubati alle vittime che non cedono al ricatto. L’invito, in pratica, è quello di pagare il riscatto per poter tenere sotto silenzio l’accaduto ed evitare le indagini sul data breach da parte dell’autorità garante. Inutile dire che, anche in questo caso, il fatto che i cyber criminali rispettino i patti è tutt’altro che garantita. Sono molti i casi in cui, nonostante il pagamento, le informazioni sottratte sono state comunque divulgate, mettendo le vittime in una situazione ancora più complicata di fronte alle autorità. L’intera vicenda conferma la sorprendente creatività dei pirati informatici e, allo stesso tempo, come la linea per contrastarne l’attività possa passare solo da una rigorosa e puntuale esecuzione delle procedure. Qualsiasi “scorciatoia” rischia infatti di trasformarsi in un vero disastro. A cura di Francesco Pagano, Consigliere Aidr e Responsabile servizi informatici Ales spa e Scuderie del Quirinale Una normativa finalmente organica per regolare il trattamento dei dati personali. Il GDPR, entrato in vigore nel maggio 2018, ha senza dubbio portato a un miglioramento nel panorama complessivo della cyber security. Attraverso la previsione di obblighi puntuali e, non ultimo, di un sistema sanzionatorio per chi non adegua procedure e policy a quanto previsto, il nuovo regolamento europeo sulla protezione dei dati ha obbligato numerosi soggetti ad adeguarsi a quelle best practice che consentono di tutelare la riservatezza dei dati e la privacy degli utenti. Fonte: BitMat.it
Risk management: il 97% delle aziende non aveva previsto il rischio pandemia

Secondo l’VIII Osservatorio sulla diffusione del risk management nelle medie imprese italiane, ricerca realizzata da Cineas in collaborazione con l’Ufficio Studi di Mediobanca, il 97% delle imprese non aveva previsto la possibilità di una pandemia. Si tratta di una situazione che avrà impatti economici notevoli, con una flessione negativa di fatturato che le aziende prevedono dell’11,1%. “La nostra indagine annuale – dichiara Massimo Michaud, Presidente di Cineas – sottolinea alcuni aspetti di rilievo: la catastrofe sanitaria, precedentemente assente dalla mappa dei rischi previsti, pur comportando una significativa perdita di fatturato, non impedirà ad oltre la metà delle imprese interrogate (54,7%) di mantenere gli investimenti programmati. Nonostante una sempre maggiore gestione integrata dei rischi nelle imprese rispondenti, questa rimane affidata ai tecnici e coinvolge solo in pochi casi il Consiglio di Amministrazione. Tuttavia, sempre di più le responsabilità dei rischi operativi riguardano i vertici aziendali e la necessità di tenere conto di tutti gli stakeholders e dell’impatto ambientale e sociale delle azioni dell’impresa non è più rinviabile. In relazione allo sviluppo del lavoro a distanza, esiste un rischio di perdita di competenze applicate. Serve migliorare lo smart management, la gestione delle persone in remoto, per assicurare la coesione dei team, supportare emotivamente i collaboratori, formarli più intensamente, chiarire ancora meglio gli obiettivi attesi e le tappe per realizzarli. Forse anche a causa della pandemia, assieme ad una maggiore sensibilità ai rischi si modifica in parte la gerarchia dei rischi con un rafforzamento di alcuni di essi: in primis gli infortuni sul lavoro, ma anche il cyber risk corollario della dipendenza sempre maggiore dalle tecnologie, il rischio di fenomeni climatici estremi e i rischi normativi legati alla responsabilità verso terzi da parte dei titolari delle imprese”. La ricerca di quest’anno è stata condotta su un campione di 339 (un dato in aumento rispetto ai rispondenti del 2019) imprese manifatturiere e famigliari, con un fatturato compreso tra i 20 e i 355 milioni di euro. La pandemia ha colto la totalità delle imprese impreparate. Dall’indagine emerge un dato chiaro: l’emergenza legata al Coivid-19 non apparteneva all’orizzonte dei rischi mappati e potenziali per il 97% delle imprese e questo potrebbe avere un enorme impatto, nel prossimo futuro, sugli assetti di governance e controllo dei rischi delle medie imprese italiane. “La crisi potrebbe, tuttavia, trasformarsi in opportunità di espansione per un numero consistente di aziende – dichiara Gabriele Barbaresco, Direttore dell’Ufficio Studi di Mediobanca che ha curato la raccolta dei dati. Infatti, coloro che dichiarano la volontà di intraprendere campagne di acquisizione manifestano aspettative di caduta del fatturato per il 2020 un po’ meno negative. Si tratta, in questo caso, di aziende mediamente più grandi (con un fatturato medio di 57 milioni contro 42 milioni), più dotate finanziariamente e con redditività doppia (Roi al 13,2% contro il 6,7%). Un altro aspetto da considerare è legato, invece, al rinnovo della prima linea manageriale, anch’essa legata ad imprese con buoni profili reddituali che intendono cogliere la fase corrente in chiave proattiva per dotarsi di una struttura decisionale ancora più performante e adatta a un contesto sempre più sfidante”. LE CONSEGUENZE DELLA PANDEMIA SUI RISCHI PER LE IMPRESE: CAMBIAMENTI TECNOLOGICI E ORGANIZZATIVI SCOPRONO NUOVE VULNERABILITÀ La conseguenza della pandemia che più diffusamente si è manifestata a carico delle imprese ha riguardato ritardi nei pagamenti (59,9%) che tuttavia, fortunatamente, solo per il 14,5% degli intervistati si sono tradotti in una situazione di tensione sulla liquidità. La seconda conseguenza più rilevante (evidenziata dal 30,7% delle imprese) ha riguardato la rottura della supply chain, concretizzatasi in ritardo o interruzione della filiera di fornitura che, solo per lo 0,6%, ha portato alla perdita del fornitore. La presa sulla clientela è rimasta tutto sommato buona e solo il 6,5% delle aziende ne ha subìto la perdita. Ragguardevole, da ultimo, il fatto che oltre due aziende su dieci non hanno registrato alcun impatto operativo. Il 47,5% delle imprese intervistate intende mettere in atto cambiamenti organizzativi e tecnologici per contenere il rischio di contagio. Tra gli interventi tecnologici emergono: sistemi di videoconferenza (40%) e dispositivi per il monitoraggio dello stato di salute dei dipendenti (31,9%). Dal punto di vista organizzativo profilo organizzativo, la turnazione appare come la soluzione più realizzabile nell’immediato (40,6%); da rilevare che una percentuale quasi analoga, il 38,1%, non intende introdurre cambiamenti. A fronte di questa evoluzione le imprese intravedono nuovi profili di rischio soprattutto in 2 aree: da una parte la sfera del cyber risk. Si tratta di un insieme di tematiche che raccoglie il consenso del 43,1% delle imprese e che spazia dai generici rischi di hackeraggio (21,1%) a quelli più specifici di perdita di dati sensibili, ovvero coperti da privacy (16,5%), fino a quelli che hanno rilevanza strategica per l’impresa (5,5%). Il secondo nucleo di rischi ha a che fare con l’ambito delle risorse umane e, in termini più ampi, con il presidio del capitale umano. Non tanto in termini di ritenzione delle competenze, ma in termini di rischio di disengagement dovuto alla non sempre agevole assimilazione delle nuove modalità di lavoro. VIII Osservatorio sulla diffusione del risk management nelle medie imprese italiane: la classifica delle minacce percepite dalle aziende. L’analisi delle 10 categorie di rischio la cui rilevanza è annualmente sottoposta alla valutazione delle imprese offre conferme e interessanti variazioni, certamente dettate dalla contingenza pandemica. L’infortunistica sul lavoro, quest’anno comprensiva delle tematiche di salute dovute al Covid, si conferma come la sorgente di rischio maggiormente attenzionata dalle imprese. La sequenza dei due rischi successivi è invariata rispetto all’edizione 2019: al secondo e terzo posto troviamo, infatti, la difettosità del prodotto e il cyber risk (in crescita rispetto all’anno scorso). La differenza tra il secondo e il terzo rischio, che si attestava a 8 punti nel 2019, si dimezza a 4 punti nel 2020. Una variazione relativa che anticipa quella di ancora maggiore significato che si registra per la quarta e quinta posizione, nel 2019 occupate rispettivamente dal rischio da danno ambientale (inquinamento) cui seguiva quelli relativi a eventi meteo estremi. Nel 2020 il danno ambientale perde punteggio, mentre il meteo estremo
Dark Web Scan: scopri se la tua azienda è stata esposta

Le aziende possono scoprire account email coinvolti in violazioni pubbliche e richiedere un report gratuito. Gli hacker sono continuamente alla ricerca di metodi per rubare password. Queste informazioni sensibili spesso finiscono per essere vendute sul mercato nero, compromettendo la sicurezza delle aziende e dei loro dipendenti. Secondo il report “2019 Global State of Cybersecurity in Small and Medium-Sized Businesses” del Ponemon Institute, il 63% delle aziende ha segnalato un incidente che ha comportato nell’anno precedente la perdita di informazioni sensibili relative a clienti e dipendenti. Il “dark web” è una raccolta di siti web anonimi che sono disponibili pubblicamente ma che nascondono i loro indirizzi IP (Internet Protocol) per impedire agli utenti di identificare e tracciare l’host. È molto comune che le informazioni personali, inclusi account di posta elettronica, password e dettagli delle carte di credito ottenute tramite violazioni di dati, finiscano illecitamente in vendita sul dark web. Oltre a fornire il tool gratuito Dark Web Scan, WatchGuard suggerisce un elenco di azioni da intraprendere nel caso in cui le credenziali dell’azienda siano state esposte sul dark web: reimpostare le password in tutta l’azienda; verificare la presenza di minacce aggiuntive conducendo un security audit per identificare le vulnerabilità che potrebbero essersi verificate a causa di una violazione di dati o di una minaccia del dark web; promuovere attività di sensibilizzazione degli utenti, per ricordare ai dipendenti le pratiche di sicurezza da adottare per accedere alle piattaforme e alle informazioni aziendali e per mantenere separate le password di lavoro da quelle personali; attivare l’autenticazione a più fattori (MFA) per proteggere le credenziali aziendali dei dipendenti e l’accesso alle applicazioni di rete e a quelle basate su cloud. “Una grandissima parte di violazioni di dati riguarda la perdita o il furto di credenziali, ha affermato Alex Cagnoni, direttore dell’autenticazione di WatchGuard. Con l’autenticazione multi-fattore, anche se i criminali informatici ottengono le credenziali di accesso non possono comunque utilizzarle per ottenere l’accesso alla rete o al cloud. Con un numero crescente di persone che lavorano da casa, l’utilizzo di MFA – per accedere al proprio computer locale o alle app in cloud – proteggerà aziende e organizzazioni molto più di molti altri controlli di difesa”. Molte piccole e medie imprese sono state scoraggiate dall’implementare la MFA perché ritenuta costosa, ma la soluzione WatchGuard AuthPoint supera questo problema eliminando i complessi processi di integrazione, le spese iniziali e la gravosa gestione in sede. Il servizio basato su cloud può essere implementato e gestito da qualsiasi luogo, senza la necessità di costosi componenti hardware e utilizza l’app AuthPoint per facilitare l’autenticazione dell’utente inviando passcode one-time al dispositivo mobile di un utente. WatchGuard Technologies mette a dispozione Dark Web Scan, un nuovo strumento di scansione del dark web. Le aziende possono inserire il loro dominio nel motore di ricerca per scoprire quanti dei loro account email sono stati esposti in violazioni pubbliche di dati e richiedere un report gratuito. Fonte: BitMat,it
Chiavetta USB: i rischi da conoscere per andare sul sicuro

Aziende come IBM hanno deciso di eliminare completamente i dispositivi di archiviazione rimovibili. Ad esempio, gli studenti tendono a usare chiavette USB per stampare i materiali di studio e altri documenti in copisterie o biblioteche. Le prestano anche ai compagni di classe o agli amici. E queste consuetudini non si limitano solamente agli studenti. Dal momento che non si può esser certi di come gli altri gestiscano i dispositivi o di quale sia il loro approccio alla sicurezza informatica, non si può essere sicuri di nulla. Se uno di questi dispositivi è stato infettato da un malware, è altamente probabile che lo sia anche la chiavetta, così come è possibile che i file presenti sull’unità USB siano stati copiati con scopi illeciti. Nel momento in cui la chiavetta USB verrà collegata al computer probabilmente il malware si diffonderà anche al PC. Questo processo è noto come contaminazione incrociata ed è un metodo comune di diffusione di codice malevolo. Un altro aspetto a cui bisogna prestare attenzione sono i dati che si archiviano su queste unità. Sebbene si possa considerare altamente improbabile, c’è sempre la possibilità che si possa smarrire il dispositivo o che venga rubato. Se ciò accade, nella migliore delle ipotesi l’unica perdita che si subisce è la chiavetta con alcuni dati inutili ma, nel peggiore dei casi, i dati contenuti potranno essere sfruttati da chiunque li abbia trovati o rubati. Gli esempi sopra elencati rappresentano solo alcuni dei motivi per cui alcune aziende, come IBM, hanno deciso di eliminare del tutto i dispositivi di archiviazione rimovibili. I rischi sono elevati. Quali sono le soluzioni? Per prima cosa è necessario distinguere le unità di archiviazione usate per lavoro da quelle per le attività personali, così che se una di esse venisse compromessa i dispositivi non subiscano la contaminazione incrociata. Bisogna anche evitare di memorizzare i dati personali sulla chiavetta di lavoro e viceversa. Inoltre, sarebbe utile crittografare tutti i dati sensibili che si desidera caricare sull’unità flash. In questo modo, anche se la chiavetta venisse smarrita, nessuno riuscirà ad accedere ai dati e l’unità diventerà un simpatico fermacarte. Per essere più sicuri, si può anche acquistare un’unità flash con funzionalità di sicurezza aggiuntive, come una soluzione di sicurezza hardware sotto forma di codice PIN o uno scanner biometrico, oltre alla crittografia integrata. Alcuni produttori offrono persino più livelli di protezione come una crittografia aggiuntiva e la suddivisione dell’unità in partizioni private e pubbliche. Ne avevamo già parlato di questo tema nel nostro recente articolo sulle unità flash USB, ma ripetere è un buon modo per far arrivare i concetti. Disabilitare la funzione di esecuzione automatica sul proprio computer impedisce l’apertura di qualsiasi unità USB, specialmente di quelle che potrebbero contenere qualsiasi forma di minaccia. E non bisogna sottovalutare mai il valore di una soluzione affidabile per l’endpoint, che può fornire ottimi strumenti per proteggere da varie minacce, comprese le unità USB infette. Infine, non si deve mai dimenticare di mantenere tutti i dispositivi in buono stato e i software aggiornati alle versioni più recenti. Per ulteriori informazioni consultare www.welivesecurity.com. A cura di Amer Owaida, Content Writer, ESET Security Community La maggior parte delle persone possiede almeno una chiavetta USB, che in genere viene utilizzata per trasferire i dati o come backup per documenti sensibili. In alternativa, spesso viene usata per portare con sé i file su cui ognuno di noi sta lavorando in modo da poterli avere sottomano in qualsiasi momento. Se si collega l’unità flash solo a dispositivi affidabili, nella maggior parte dei casi si dovrebbe essere al sicuro. Sfortunatamente, come avviene spesso, può capitare di non utilizzare solo dispositivi affidabili. Fonte: BitMat.it
Aumenta il phishing legato a Black Friday e Cyber Monday

Aumentate dell’80% le campagne rivolte agli acquirenti online sotto forma di “offerte speciali”. Le restrizioni in corso dovute al Covid-19 limitano l’accesso agli store fisici e hanno provocato un aumento del’ecommerce e stando a quanto comunicato I ricercatori di Check Point sono in atto picchi di attacchi cyber, perché gli hacker cercano di capitalizzare il numero record previsto di acquisti online. La giornata del Single Day, in Cina, dello scorso 11 novembre, ha fatto registrare per Alibaba un record di vendite impressionante – 74 miliardi di dollari, quasi il doppio del record precedente. E una cosa molto simile potrebbe è attesa anche in Europa con le prossime ricorrenze, e gli hacker sono già in agguato. Dall’immagine seguente si può notare che nella prima settimana di novembre 2020 si è registrato un aumento dell’80% delle campagne di e-mail phishing relative a “offerte speciali”, rispetto alla media settimanale di ottobre. Le frasi di queste pericolose offerte possono includere “speciale”, “offerta”, “vendita”, “a buon mercato” e “% di sconto”. In soli due giorni, 9 e 10 novembre, il numero delle campagne phishing settimanali era già superiore a quello della prima settimana di ottobre. Ogni campagna phishing raggiunge centinaia di destinatari. Ad oggi ricercatori stimano che 1 su ogni 826 e-mail vengano consegnate agli utenti di tutto il mondo da mittenti esterni alla loro rete. A titolo di confronto, il rapporto all’inizio di ottobre era inferiore a 1 su 11.000 e-mail. Pierluigi Torriani, Security Engineering Manager di Check Point, ha affermato: “Il Covid-19 sta spingendo, inevitabilmente, verso gli acquisti online. Di conseguenza, ci aspettiamo un’attività hacker da record, non solo per il Black Friday o il Cyber Monday, ma anche per le feste natalizie. Stiamo notando un’insolita e specifica attenzione da parte degli hacker per le offerte speciali in questo mese di novembre. Queste campagne phishing possono essere straordinariamente ingannevoli e gli utenti potrebbero scambiarle per offerte reali. Viviamo in un’epoca in cui ogni e-mail deve essere trattata con cautela. Suggerisco caldamente a ogni utente di pensarci due volte quando vede un’offerta speciale del suo brand preferito.” ESEMPIO DI MAIL PHISHING A TEMA “GIOEILLI PANDORA” OGGETTO: “Cyber Monday | Only 24 Hours Left!” MITTENTE: Pandora Jewellery (no-reply\@amazon\.com) Il mittente riporta un dominio Amazon, ma non vi è alcuna menzione di Amazon nella mail o nei link che ne fanno parte. Ulteriori indagini hanno verificato che l’indirizzo e-mail è stato falsificato per apparire come se fosse stato inviato dall’indirizzo di Amazon. Due dei link presenti nella mail sono collegati ad un sito che cerca di ingannare i destinatari facendo loro credere che l’e-mail provenga dall’azienda di gioielli “Pandora”. I link nelle e-mail hanno portato al sito web www[.]wellpand[.]com. Dopo alcuni giorni, i link hanno portato a un sito web simile www[.]wpdsale[.]com. Questi siti web sono stati registrati alla fine di ottobre e all’inizio di novembre, proprio prima che le e-mail di phishing fossero effettivamente inviate, dando ai ricercatori una forte indicazione che si tratta di una truffa. Ulteriori indagini hanno dimostrato che entrambi i siti web a cui le e-mail hanno dato luogo erano un’imitazione del sito web della gioielleria Pandora. Consigli di sicurezza per la stagione delle feste: Attenzione alle offerte “troppo belle per essere vere”. Non utilizzare le stesse credenziali per più siti. Diffidate delle e-mail che chiedono di resettare la password se non sono state richieste da voi, potrebbero essere opera di hacker. Cercate il lucchetto (SSL) e acquistate solo da siti con HTTPS. Attenzione alle parole scritte sbagliate. Cercate di controllare sempre che il mittente delle e-mail che ricevete sia effettivamente quello che appare. In vista di Black Friday e Cyber Monday, i ricercatori di Check Point Software hanno segnalato allarmanti picchi di campagne phishing dannose rivolte agli utenti del web. Di seguito, un esempio complesso di phishing che sfrutta il nome di Pandora, il famoso brand di gioielli che, soprattutto in questo periodo, attira l’attenzione di molti acquirenti. Fonte: BitMat.it
Bando e-commerce “Smart and Start” 50% fondo perduto!

Bando Smart and Start 50% Fondo Perduto Connetti ora la tua azienda! Crea il tuo e-commerce e vendi online i tuoi prodotti Approfitta del 50% a fondo perduto Quando partecipare La domanda è presentabile fino al 18 dicembre 2020 Chi può partecipare Potranno usufruirne le attività delle seguenti località: Alberobello, Carosino, Castellana Grotte, Crispiano, Faggiano, Gioia del Colle, Grottaglie, Leporano, Monopoli, Monteiasi, Montemesola, Monteparano, Noci, Pulsano, Putignano, Roccaforzata, Sammichele di Bari, San Giorgio Jonico, Statte, Turi Come partecipare Ti basterà contattarci, penseremo noi a tutto il resto: Presentazione domanda, interfacciamento regione, erogazione servizi, gestione e rendicontazione della pratica Cosa aspetti? Contattaci subito e innova la tua azienda
Settore assicurativo: il COVID-19 aumenta gli attacchi cyber

Cresce la previsione di un evento cyber di portata catastrofica, con risarcimenti di almeno 10 miliardi di dollari. Willis Re, la divisione riassicurativa di Willis Towers Watson, presenta il report Cyber Risk Outlook 2020, condotto su circa 1.000 intervistati. Ne emerge che l’86% dei professionisti del settore assicurativo ritiene che la frequenza degli attacchi cyber aumenterà a seguito del COVID-19; per il 54% sarà invece la severità degli attacchi a crescere. Gli intervistati, provenienti da 56 paesi, costituiscono un campione rappresentativo di esperti nella gestione ed analisi del rischio, sinistri, sottoscrizione, brokeraggio nonché nell’ambito legale legato al mondo cyber e ritengono che la causa della sinistralità sia da ripartire quasi uniformemente tra: violazione dei dati, attacchi ransomware e Business Interruption. Circa il 32% degli intervistati ritiene che quest’ultima sia la vera fonte emergente di potenziale sinistralita’ (in aumento rispetto al 10% registrato prima del COVID-19), in quanto la consapevolezza di questa copertura è andata ad approfondirsi durante la pandemia. La percezione sulla violazione dei dati come causa scatenante è diminuita rispetto al sondaggio precedente, essendo stata individuata come causa principale dal 33% degli intervistati (rispetto al 53% prima del COVID-19). L’aumento previsto dei sinistri post-COVID-19 potrebbe essere il risultato dell’improvviso passaggio al tele-lavoro su scala mondiale, rendendo così molte aziende più vulnerabili dal punto di vista informatico. Le percezioni sull’aumento della frequenza di sinistri non variano sensibilmente in base alla regione del campione intervistato, tuttavia il 68% degli intervistati provenienti dall’area Asia-Pacifica prevede un aumento in termini di severità, mentre in Europa soltanto il 37% degli intervistati è della stessa opinione. La previsione di un evento cyber di portata catastrofica, che possa generare richieste di risarcimenti pari o superiori a USD 10 miliardi, è aumentata dopo la pandemia. Prima del COVID-19, solo il 13% degli intervistati lo riteneva possibile nell’arco di cinque anni. Oggi un terzo degli intervistati ritiene che un evento di tale portata potrebbe verificarsi entro i prossimi cinque anni. Per l’area Asia-Pacifica, dove si registra la maggiore preoccupazione, la percentuale sale al 50%. Mark Synnott, Global Cyber Practice Leader in Willis Re, ha dichiarato: “Il sondaggio di quest’anno mostra chiaramente che i professionisti del settore in tutto il mondo credono che la pandemia abbia contribuito all’aumento del rischio cyber, in alcuni casi in modo significativo. Ci si aspetta che il settore assicurativo risponda, purtroppo non nel modo che potremmo sperare. Sebbene tre quarti degli intervistati ritenga che la domanda di copertura cyber aumenterà a seguito del COVID-19, solo il 45% si aspetta un aumento dell’offerta, il che potrebbe spiegare il motivo per il quale tre quarti degli intervistati ritiene che il costo delle coperture aumenterà. Il settore assicurativo ha del lavoro da fare affinché tali previsioni non si avverino”. Fonte: BitMat.it
Enel di nuovo vittima di ransomware, NetWalker ruba 5 TB di dati e minaccia di renderli pubblici

Dopo l’attacco hacker di giugno, Enel è stata colpita di nuovo, questa volta dal ransomware NetWalker che, usando la tecnica della doppia estorsione, dopo aver rubato circa 5 TB di dati ha minacciato di renderli pubblici qualora non venisse pagato il riscatto di 16 milioni di dollari. Il Gruppo Enel è stato colpito per la seconda volta quest’anno da un attacco ransomware: questa volta NetWalker è riuscito a rubare circa 5 TB di dati e, usando la tecnica della doppia estorsione sempre più comune tra i criminal hacker, ha minacciato di renderli pubblici qualora non venisse pagato il riscatto di oltre 16 milioni di dollari (corrispondenti, nel momento in cui scriviamo, a 1.234,02380000 Bitcoin). Sul Dark Web, infatti, nelle pagine di un sito onion collegato al gruppo hacker NetWalker, è apparsa una lunga lista di cartelle che sembrerebbero essere state trafugate dai server di Enel e nelle quali, nei prossimi giorni (i criminal hacker hanno dato una settimana di tempo per il pagamento del riscatto), potrebbero essere copiati i dati esfiltrati durante l’attacco e relativi ad alcune centrali elettriche della multinazionale dell’energia. Il sito onion collegato al gruppo hacker NetWalker sul quale, come minacciato dagli stessi criminal hacker, verranno pubblicati i dati esfiltrati dai server Enel. Ricordiamo che il Gruppo Enel è stato colpito già una volta quest’anno da un ransomware, lo scorso mese di giugno: in quel caso, il ransomware Snake/Ekans aveva tentato di crittografare gli archivi elettronici del colosso dell’energia causando disservizi, per un periodo di tempo limitato, alle attività di customer care. A differenza di Snake/Ekans, però, il ransomware NetWalker non è nuovo agli esperti di cyber security. In particolare, secondo uno studio approfondito degli analisti di McAfee, si tratterebbe di un ransomware as a service, vale a dire che il malware può essere modificato da altri criminal hacker che superino un processo preventivo di valutazione. La tipologia di dati coinvolti, ipotesi di data breach Premesso che solo Enel sa, allo stato attuale, quali dati gli siano stati sottratti, secondo alcune fonti questi riguarderebbero cartelle contenenti: dati relativi alle centrali elettriche del Gruppo (in Italia e all’estero); una denominata “Dossier Impianti”; dati di natura aziendale. Sul sito onion collegato al gruppo hacker NetWalker è apparsa una serie di screenshot in cui si vedono cartelle e file non criptati esfiltrati con molta probabilità durante il nuovo attacco a Enel. Attacco ransomware a Enel: quale lezione per le aziende Occorre sondare, a questo punto, se quanto accaduto a Enel posso configurarsi come un data breach secondo la normativa GDPR. Al momento non si hanno gli elementi concreti per una puntuale analisi, al riguardo. Sarebbe da approfondire, ma non è questa la sede, anche la normativa prevista dalla Direttiva NIS in ordine alla notifica degli incidenti e relativamente agli Operatori di Servizi Essenziali (gli OSE, organizzazioni pubbliche o private che forniscono servizi essenziali per la società e l’economia nei settori della energia, bancario, trasporti, eccetera). Fonte: Cybersecurity360.it
Cybersecurity, il rischio maggiore è per la reputazione aziendale

Ne è convinto l’87% dei CISO italiani. Seguono perdita di dati e interruzioni dell’attività. L’impatto degli attacchi informatici sulle imprese può essere devastante e di vasta portata. Non si parla solo degli aspetti economici, ma anche di quelli legati al brand. Una recente indagine condotta da Proofpoint su un campione di CISO italiani ha messo in luce come i danni al brand e alla reputazione aziendale siano il principale pericolo legato alla cybersecurity (87%), seguiti dalla perdita di dati (80%) e dalle interruzioni dell’attività e dell’operatività (74%). Questo dato si inserisce in uno scenario in cui la cybersecurity sempre più spesso sale agli onori delle cronache, per la frequenza e la varietà degli attacchi, portati verso aziende e organizzazioni di ogni settore e dimensione. La stessa ricerca ha anche messo in luce come nel corso del 2019 oltre la metà (il 52%) delle aziende italiana abbia subito almeno un attacco informatico. Il brand è forse l’asset più importante per ogni azienda, piccola o grande che sia e la reputazione dipende da tanti fattori diversi, dalla qualità di prodotti e servizi offerti, alla capacità di relazionarsi in modo positivo con i clienti, dalla continuità operativa fino all’abilità del comunicare, non solo verso clienti e prospect, ma verso tutti i pubblici potenzialmente interessati. In un mondo in cui le relazioni avvengono sempre più in remoto, il ruolo del brand diventa ancora più importante per ogni organizzazione, tanto da contribuire in modo sempre più attivo al business aziendale. “I rischi legati alla cybersecurity sono molteplici, tutti con un impatto sull’operatività e sul business delle aziende, influendo in modo sostanziale sul brand e sulla sua percezione esterna. Una strategia efficace di cybersecurity non difende solamente dati e reti, ma protegge il brand, che è l’essenza stessa dell’impresa,” spiega Luca Maiocchi, country manager di Proofpoint Italia. La ricerca, condotta dalla community Facciamo sistema – Cybersecurity per conto di Proofpoint tra maggio e giugno 2020, ha coinvolto 138 CSO/CISO di diversi settori industriali in Italia. Ha esplorato tre aree principali: la frequenza degli attacchi informatici, la preparazione dei dipendenti e delle organizzazioni e le problematiche da affrontare per l’implementazione di strategie informatiche di difesa. Fonte: BitMat.it
Continuità aziendale: le priorità dei leader organizzativi

In questo particolare momento storico, il tema della sicurezza informatica è centrale. Poiché milioni di lavoratori in tutto il mondo sono passati al lavoro remoto permanente o semi-permanente, le capacità tecnologiche delle aziende sono state messe a dura prova. Le imprese, in poche settimane, sono state costrette a implementare attività che, normalmente, avrebbero richiesto mesi, o addirittura anni, per la loro messa in opera. In poco tempo i leader organizzativi, così come i dipendenti, si sono abituati alla nuova situazione. Dopo il rapido sconvolgimento iniziale, i sistemi sono diventati relativamente stabili e l’attenzione da parte dei leader si è rivolta al mantenimento di questi delicati equilibri. La sicurezza informatica, già importantissima in un’era in cui le aziende stavano intraprendendo con sempre maggior vigore un percorso verso la digitalizzazione, assume ora un ruolo fondamentale: a causa dell’elevato numero di dispositivi endpoint individuali connessi alla rete aziendale, infatti, le potenziali violazioni e gli eventuali rischi sono in costante aumento. Nell’attuale situazione, accompagnata dalla conseguente crisi economica, tutte le aziende stanno lottando per rimanere sul mercato, portando avanti il più stabilmente possibile le proprie attività. In questo contesto, l’ultima cosa di cui hanno bisogno è l’essere oggetto di attacchi informatici. I cyber criminali, però, stanno ovviamente sfruttando al massimo la situazione e si stanno organizzando per trarne vantaggio. Il ruolo fondamentale della cybersecurity, al fine di garantire continuità aziendale e fiducia, è molto chiaro a tutti i leader organizzativi. In tal senso, Forcepoint ha recentemente intervistato 200 CEO e CISO in diversi settori, al fine di conoscere le loro priorità in questo contesto e per avere un’idea dei loro piani di sicurezza informatica per il futuro. Il 76% degli intervistati ha manifestato preoccupazione per le possibili violazioni alla sicurezza, ma allo stesso tempo, l’87% pensa che il proprio team di sicurezza sia costantemente in vantaggio rispetto alle potenziali minacce. Questa disparità è particolarmente interessante poiché le aziende cercano di investire in una maggiore capacità tecnologica e allo stesso tempo cercano di gestire il potenziale aumento del rischio informatico. Due terzi degli intervistati, infatti, riconosce l’aumento dell’esposizione al rischio di minacce informatiche causato dalla digitalizzazione in corso. La trasformazione digitale ha aumentato il ritmo di tutto e ciò include la velocità con cui le minacce informatiche possono diffondersi. La survey ha, inoltre, evidenziato una netta separazione, all’interno del consiglio di amministrazione, su quale dovrebbe essere il giusto approccio alla sicurezza informatica. Mentre i CEO preferiscono essere proattivi e concentrati sul rischio (58%), più della metà (54%) dei CISO ha affermato di adottare metodi più reattivi e incentrati sugli incidenti per mitigare il panorama delle minacce odierne. È comprensibile che i CISO, con un maggiore senso di attività sul campo, vogliano muoversi e risolvere i problemi in via di sviluppo in modo agile, ma correre costantemente per spegnere gli incendi non è una buona prassi, né risolve il problema alla radice. Ciò che rende il tutto più complesso da gestire è la vasta gamma di fornitori e prodotti per la cybersecurity utilizzati nella maggior parte delle aziende: in media, si possono riscontrare fino a 50 fornitori diversi, secondo la ricerca di Forcepoint, con il 62% dei manager intervistati che dichiara di volere differenziare ulteriormente le forniture di prodotti. Avere più fornitori e più prodotti, però, non equivale a garantire alla propria azienda maggiore sicurezza. Le soluzioni per la sicurezza informatica sono sempre più specifiche e customizzate, ma un numero elevato di sistemi e software che lavorano contemporaneamente è difficile da gestire, con il rischio di avere a che fare con tantissime informazioni differenti. Una soluzione di sicurezza convergente, secondo una logica Secure Access Service Edge (SASE), garantisce invece la protezione dei dati e degli utenti (intesi come identità digitale) con un approccio consolidato e basato sul rischio accettabile per il cliente, invece che su una serie di politiche statiche impostate su una moltitudine di differenti prodotti di sicurezza non in grado di comunicare tra loro. In questo modo, utilizzando peraltro architetture in cloud e SaaS, le diverse sedi, gli utenti remoti e mobili possono connettersi a qualsiasi risorsa aziendale, con una ottimizzazione della connessione, una maggiore visibilità e dunque una sicurezza più efficace. Il tutto per ottenere un bilanciamento ottimale tra il garantire una superiore “customer experience” per l’utente, e contemporaneamente implementare funzionalità preziose come l’accesso Zero-Trust ai dati. Un approccio come SASE è molto più adattivo e funzionale al modo in cui le aziende oggi utilizzano l’infrastruttura di rete e lavorano con i dati. Concentrandosi sull’attività e sul comportamento degli utenti, in particolare attraverso la definizione di quello che sembra ‘normale’, gli incidenti sospetti diventano molto più evidenti. Emiliano Massa, Vice President Sales Southern Europe & Benelux di Forcepoint, commenta: “L’ufficio fisico come siamo abituati a conoscerlo, per molti di noi sarà un’opzione piuttosto che l’unica opzione. È probabile che lo smart working, per diverso tempo, continui ad essere una modalità operativa per molti di noi. Le aziende che avranno più successo saranno quelle che guarderanno a come persone e dati interagiscono, piuttosto che concentrarsi su minacce specifiche. Lavorare sulla base di regole e politiche statiche crea troppi “falsi positivi”, al punto che le minacce reali possono scivolare inosservate attraverso la rete. Le azioni che i leader organizzativi sceglieranno ora di intraprendere determineranno se le loro aziende avranno successo o semplicemente sopravvivranno”. Fonte: BitMat.it